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Perché è così difficile oggi dire cos’è di destra e di sinistra

Miliband, Civati, Grillo, Tsipras e gli altri. Perché la sinistra è una forza politica che, inconsapevolmente, tende a costruire la sua identità puntando più sulle differenze dagli altri che sulle proprie capacità?

24 Maggio 2015 alle 10:00

Perché è così difficile oggi dire cos’è di destra e di sinistra

Stefano Fassina e Susanna Camusso durante una manifestazione di sostegno a Tsipras, qualche mese fa a Roma (LaPresse)

Ed Miliband, Pippo Civati, Beppe Grillo, Stefano Fassina, Nichi Vendola, Susanna Camusso, Maurizio Landini, Alessandro Di Battista, Alexis Tsipras, e molti altri, hanno tutti per ragioni diverse lo stesso problema politico: sono figure che funzionano solo se dall’altra parte esiste qualcuno che involontariamente li foraggia e gli permette di vivere.
 
Da un certo punto di vista, una delle ragioni per cui la sinistra in giro per il mondo, e soprattutto in Europa, trova difficoltà a trovare una sua precisa identità, e ad avere un progetto potenzialmente vincente, è legata a un problema che accomuna tanto un pezzo della sinistra italiana quanto un pezzo importante della sinistra europea. Un problema cruciale destinato a collegarsi a una domanda chiave alla quale in pochi oggi, in Italia e non solo, sono in grado di trovare una risposta chiara: ma che cos’è davvero la sinistra, oggi? E quali sono le idee, di sinistra, che possono permettere al partito che le rappresenta di non essere condannato a fare opposizione a vita? Ci si potrebbero scrivere libri e saggi per capire che cos’è oggi la sinistra, e per capire quali sono tutti gli equivoci storici che hanno portato un pezzo di sinistra a considerare di destra delle idee che negli ultimi anni è stata la sinistra ha regalare alla destra.
 
Ma il ragionamento che ci pare più utile da fare per capire il motivo per cui oggi riesce difficile orientarsi nel nuovo perimetro della gauche è legato a un problema chiaro che conviene mettere a fuoco: perché la sinistra, o almeno una versione di questa, oggi, in Italia e in Europa, è una forza politica che, inconsapevolmente, tende a costruire la sua identità puntando più sulle differenze degli altri che sulle proprie capacità?
 
Da un certo punto di vista la caratteristica delle sinistre (soprattutto quelle perdenti) è quella di non riuscire a caratterizzarsi per un proprio punto di forza e di avere come collante sempre e comunque il no a qualcosa. C’è il no a Renzi di Pippo Civati. C’è il no all’inciucio di Beppe Grillo. C’è il no al berlusconianrenzismo di Fassina. C’è il no al renzismo di Vendola. C’è il no alla riforma del lavoro di Camusso. C’è il no al marchionnismo renziano di Landini. C’è il no a tutto (condito da molti rumori di stomaco) di Di Battista e compagnia. C’è il no all’Europa del rigore di Tsipras. C’è il no (il nì) all’austerity di Ed Miliband. E c’è il no generico (anche se a volte ben declinato, vedi il caso Podemos) a questo sistema politico di tutti quei partiti che stanno maturando, a sinistra della sinistra, in giro per l’Europa. E’ una novità? Non proprio.
 
Per anni (e quante volte lo abbiamo scritto su questo giornale) la sinistra perdente, per esempio in Italia, è stata una sinistra che si è spesa molto per farsi riconoscere e affermarsi semplicemente come la nemica giurata del berlusconismo. E oggi quella rendita di posizione lasciata sguarnita da Renzi (che ha preso altre strade, non proprio anti berlusconiane) è comprensibile che sia contesa dai piccoli satelliti che si stanno formando alla sinistra del Pd (auguri). Ma l’errore della sinistra (italiana e non solo) non è stato un caso isolato ed è un errore parente stretto di un errore più grande commesso negli ultimi anni dalla sinistra in Europa a partire da una data maledetta per la gauche europea: il 19 marzo 2012. Chi ha memoria ricorderà che in quell’occasione si ritrovarono a Parigi i campioni della sinistra europea, gli allora leader di tutti i partiti socialisti europei (da Pier Luigi Bersani a Pier François Hollande), e tutti insieme, come una gioiosa macchina da guerra, misero giù quello che doveva essere il nuovo codice genetico della sinistra europea: una sinistra che (rullo di tamburi) diceva no al rigore e all’austerity brutta e cattiva del “Merkozy” (Merkel più Sarkozy).
 
I risultati sono stati modesti, come si è visto. Sia in Europa, sia in Italia, infatti, la scelta di puntare forte sull’essere anti qualcosa non ha mai premiato (e semmai è stato un collante che ha tenuto le coalizioni insieme con lo stesso effetto che produce un nastro adesivo con adesivo scaduto) e non è un caso che a tre anni di distanza l’unico leader politicamente sopravvissuto a quel drammatico manifesto di Parigi sia proprio Pier François Hollande, che però, in nome del principio di realtà, un minuto dopo essere stato eletto presidente della Francia è stato costretto a fare l’esatto opposto di quello per cui è stato scelto dagli elettori, ovvero politica di austerity (e la scelta di arrivare a Manuel Valls, da un certo punto di vista, è la scelta di segnare una discontinuità anche con quel vecchio progetto politico-culturale). Questo meccanismo perverso – la no-politic – si trova dietro la grande confusione che esiste oggi a sinistra intorno al concetto di che cos’è oggi la sinistra. E questa confusione si spiega in modo semplice.
 
Per molto tempo, grazie alla politica dell’anti, concetti elementari e di buon senso sono stati regalati agli avversari, e il problema riguarda tanto l’Italia quanto l’Europa. Esempi. E’ di destra dire che bisogna riforma la giustizia perché i magistrati usano spesso in modo discrezionale il loro potere? E’ di destra dire che bisogna riformare il lavoro fottendosene di quello che dicono quei sindacati che per anni hanno imposto politiche conservatrici? E’ di destra dire che, in un’era in cui di soldi in giro ce ne sono pochi e in cui tutti stringono la cinghia, prima di pensare a come spendere i pochi soldi dello stato bisogna ridurre la spesa pubblica? Pensarci.
 
In Italia, Renzi, attraverso la suggestione generata anche dal patto con il Cav, con una bella faccia di bronzo si è impossessato di molti temi della destra, svuotando e rapinando gli avversari storici del Pd (e per questo qualcuno dice che Renzi è di destra, ohibò). In Europa, dove la politica dell’anti austerità è stata per molto tempo il tratto comune delle sinistre europee, il processo è invece più lento, confuso, tortuoso, non definito, e le sinistre non hanno ancora trovato un modo per essere competitive con le destre che declinano in modo virtuoso le politiche di austerity e per dimostrare che dietro la “no-politic” esiste anche una “sì-politic”.
 
[**Video_box_2**]Per questo e per molto altro fanno sorridere quei campioni anche della politica italiana che oggi sperano di poter resuscitare la sinistra giocando con l’idea statica della contrapposizione. Proporsi come i teorici dell’anti non funziona. A sinistra il concetto è chiaro da tempo. E sarebbe un peccato se la destra italiana commettesse oggi lo stesso errore commesso in Italia negli ultimi anni dalla gauche. La no-politic esiste, è una bella tentazione, è come una sirena ma alla fine non può che rivelarsi per quello che è: una politica difensiva, e dunque perdente.

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