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Il segnale di debolezza che offre il governo quando dice “aumentiamo le pene”

La presa di posizione del presidente dell’Anm, Dott. Sabelli, risponde chiaramente a una esigenza strategica e costituisce un esempio lampante di cosa si debba intendere per “populismo penale”.

19 Marzo 2015 alle 12:11

Il segnale di debolezza che offre il governo quando dice “aumentiamo le pene”

La presa di posizione del presidente dell’Anm, Dott. Sabelli, risponde chiaramente a una esigenza strategica e costituisce un esempio lampante di cosa si debba intendere per “populismo penale”. Sottolineare, infatti, che la politica non prende “a schiaffi” i corrotti e non “accarezza” i magistrati significa sostenere che la politica è inerte, inconsapevole, se non collusa con i corrotti e delegittima, invece, chi è custode della legalità: il tutto ai fini della ricerca di un facile consenso nell’opinione pubblica. Ci risiamo: siamo al gioco “dei buoni e dei cattivi”, all’affermazione di un’idea manichea della giustizia e dei poteri dello stato, secondo cui la magistratura rappresenta il bene e gli altri il male. Non si comprende, peraltro, per quale ragione la politica dovrebbe “accarezzare” la magistratura – che si ritiene al contrario “schiaffeggiata” – trascurando che l’equilibrio tra i poteri non si raggiunge attraverso vezzeggiamenti, ma nel rispetto delle prerogative costituzionali. Gli schiaffi, peraltro, sarebbero quelli affibbiati alla magistratura solo perché il Parlamento ha approvato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati che è, invece, norma equilibrata che prevede ipotesi di responsabilità solo per dolo o per gravissimi e inescusabili errori di colui che amministra la legge, consentendo al cittadino di conseguire dallo stato un ristoro senza ostacoli che lo rendano impossibile o difficilissimo. L’irritazione della magistratura associata è determinata anche dal ritenere, a torto, che il dibattito sulle riforme che la riguardano non debba coinvolgere le altre istituzioni e i cittadini, il che è profondamente sbagliato. L’inopportunità delle polemiche sollevate dall’Anm si coglie ancor più se si considerano, tra gli altri, gli interventi del presidente della Corte costituzionale Dott. Aldo Criscuolo, il quale ha di recente rilevato come la normativa sulla responsabilità civile non debba determinare uno stato di preoccupazione tra i magistrati, e del dottor Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia, che ha sottolineato come sia improprio parlare di schiaffo della politica alla magistratura solo perché si è emanata tale norma.

 

L’esagerata insofferenza a una riforma che, sia chiaro, non mina affatto l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, bene prezioso per tutti, ha fatto scattare una reazione spropositata quanto strumentale che tende evidentemente a ottenere mediaticamente il consenso dei cittadini, giustamente sempre più avviliti per i fenomeni di corruzione presenti nel nostro paese. Questa semplice strategia si traduce, evidentemente, in uno specchietto per le allodole e tende alla delegittimazione della politica, spesso debole e subalterna che, per poter legiferare in materia di giustizia, non ha mai smesso di cercare l’approvazione della magistratura associata o dei procuratori antimafia. La risposta decisa del presidente del Consiglio Matteo Renzi non si è fatta attendere, ma si è tuttavia immediatamente declinata nel rassicurare la magistratura in merito ai disegni di legge in itinere, che sarebbero destinati a combattere la corruzione e a evitare il fenomeno della prescrizione: così si è prospettato l’aumento delle pene dei reati contro la Pubblica amministrazione e del falso in bilancio, l’allungamento sine die dei termini di prescrizione, l’applicazione delle norme contro la criminalità organizzata anche ai fenomeni corruttivi, tutte riforme sostenute dall’Anm e determinate dall’emergere mediatico di singoli casi giudiziari (Eternit, Mose, Mafia Capitale, Expo). Il messaggio è semplice: se non si aumentano le pene per i reati di corruzione significa non prenderne le distanze, se non si allungano i processi si desidera che i fatti non vengano accertati, se non si estendono le norme antimafia ai fenomeni corruttivi si dimostra che evidentemente non si vuole davvero debellare il malaffare! Eppure tutti sanno, o dovrebbero sapere, che l’aumento draconiano delle pene non è mai stato un efficace deterrente per la repressione dei reati e la legge Severino ne è la solare dimostrazione.

 

Tutti sanno, o dovrebbero sapere, inoltre, che la nostra Costituzione all’art. 111 prevede la regola della ragionevole durata del processo, principio contenuto anche nell’art. 6 della Cedu, ma la politica continua ad avallare le richieste della magistratura di allungare i termini di prescrizione che, oltre a essere contrario alle regole e principi sopraindicati, si pone in contrasto con l’interesse degli indagati e delle persone offese che avrebbero diritto a ottenere una pronuncia in termini ragionevoli. Il motto è “aumentiamo le pene!”, così si potrà dire che i fenomeni criminali vengono combattuti, atteggiamento questo in palese contrasto con altre riforme quale quella sulla particolare tenuità del fatto, i cui obiettivi e finalità potranno essere frustrate. In realtà gli aumenti di pena, l’estensione degli strumenti antimafia anche ad altri reati, l’allungamento dei tempi del processo corrispondono all’intendimento di parte della magistratura di potersi servire di sempre più invasivi mezzi di indagine (come le intercettazioni telefoniche e ambientali), di allungare i tempi del procedimento e di applicare regole meno garantite anche ad altri fenomeni delittuosi. Il tutto abbandonando l’idea di un processo che sia equo, efficace e uguale per tutti i reati, di una riforma organica della giustizia, di un processo che arrivi in termini ragionevolmente brevi alla definizione, per rendere la pena effettiva e vicina al fatto, così come l’assoluzione non inutile esito di un percorso troppo lungo di sofferenza. L’auspicio è che le parole di Renzi e le posizioni espresse in più occasioni dal ministro della Giustizia Orlando, che ha rivendicato l’autonomia del governo nelle scelte di politica giudiziaria, prendano anche sostanza.
Beniamino Migliucci, presidente delle Camere penali

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