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La prevalenza del burocrate ora scandalizza i critici della riforma sui burocrati

A settant’anni suonati, Ercole Incalza, da lunedì agli arresti, è una di quelle figure paradigma dell’alta burocrazia italiana: competente, autorevole, più potente di un ministro ma, a differenza di qualsiasi ministro, inamovibile.

18 Marzo 2015 alle 06:18

La prevalenza del burocrate ora scandalizza i critici della riforma sui burocrati

Ercole Incalza

Roma. A settant’anni suonati, Ercole Incalza, da lunedì agli arresti, è una di quelle figure paradigma dell’alta burocrazia italiana: competente, autorevole, più potente di un ministro ma, a differenza di qualsiasi ministro, inamovibile. E dunque i quotidiani da ieri si riempiono dei dettagli dell’inchiesta sulla corruzione nelle grandi opere pubbliche che lo ha coinvolto a Firenze. Frusciano infatti in modo sinistro i numeri delle quattordici indagini dalle quali era finora sempre uscito indenne. E ciascuno dei giornaloni, da Repubblica al Corriere, ripercorre le avventure di questo immortale della burocrazia, il gran mandarino, il “gran boiardo sopravvissuto a sette governi e cinque ministri”, come ha titolato la Stampa. Ed è un ben strano cortocircuito, quello descritto dai quotidiani, in cui l’inamovibilità dei grandi burocrati, fino a ieri difesa dalle grinfie della riforma Madia (“becero spoils system”, come ha detto il sindacato della Pubblica amministrazione) è diventata per un giorno il male oscuro della pubblica amministrazione italiana. E insomma, quegli stessi che hanno criticato la legge che vuole introdurre il principio della licenziabilità e della rotazione negli incarichi burocratici, ieri si sono scoperti scandalizzati dalla prevalenza del burocrate, hanno cioè scoperto che nella macchina dello stato esistono figure non elette dai cittadini ma dotate di tanto potere, autorità e autonomia da poter persino – così almeno pare leggendo le carte del gip – disporre di un ministro, nello specifico quello delle Infrastrutture, cioè Maurizio Lupi.

 

Incalza, al di là dell’inchiesta che farà il suo corso, non è diverso da mille altri grand commis dell’état. Ieri il Sole 24 Ore, in prima pagina, lo raccontava così: “Padre del Piano generale dei trasporti già negli anni Ottanta, è stato anche il padre e il centro indiscusso della politica delle grandi opere in Italia”. Continua il Sole 24 Ore: “Senza di lui non si sarebbero realizzate grandi opere necessarie (a partire dall’alta velocità che oggi vediamo quanto sia fondamentale) e questo va a suo merito”. La verità è che la traiettoria della carriera di quest’uomo, arrivato nel 2001 come capo della segreteria tecnica di Pietro Lunardi e sopravvissuto all’alternarsi dei governi Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi, ricalca quella di gran parte della burocrazia italiana. Incalza è solo il detentore di un record di longevità, un primato da guinness, ma la sua parabola di highlander del mandarinato non è un’eccezione: è la regola in un paese che non accetta facilmente quei codici di igiene minima che derivano dalla logica dell’alternanza, tanto che Matteo Renzi è sembrato uno strano alieno protervo quando ha sbaraccato Palazzo Chigi, ha scrostato i burocrati dalle loro poltrone per sostituirli con persone di sua diretta e strettissima fiducia come Antonella Manzione, che prima faceva il capo dei vigili urbani a Firenze.

 

[**Video_box_2**] E solo in Italia il termine “spoils system” ha assunto nel tempo un’accezione negativa, come se rimuovere i burocrati di lungo corso per sostituirli con uomini di fiducia fosse un delitto di lesa autorità sacrale e non un atto di pulizia che non solo  stabilisce il primato fisiologico della politica, in quanto espressione diretta della volontà dei cittadini, ma alla politica attribuisce direttamente anche la responsabilità, dunque l’onere, degli atti dei burocrati, che non sono una casta autonoma unta nel sapere tecnico e giuridico, ma dei dipendenti al servizio dello stato. Lo ha ricordato anche Carlo Nordio, ieri sulla Stampa: “Si è dato troppo potere ai dirigenti che fungono da cinghia di trasmissione tra i politici e gli imprenditori. Oggi al centro della corruzione ci sono i grandi dirigenti. E questo sempre per colpa, a mio avviso, di una burocrazia e di un sistema di leggi inadeguati”. Ed ecco che allora il cortocircuito si fa stridente, insopportabile: “Il paese deve reagire prontamente con una normativa rigida e severa su anticorruzione e falso in bilancio”, ha detto ieri Susanna Camusso, e non è un’omonima di quella signora Camusso che contrasta la riforma della Pubblica amministrazione, “deludente e sconcertante”, e che dunque difende l’inamovibilità di tutti gli Incalza d’Italia.

 

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