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La versione di Ercole Incalza

“Sono stato prosciolto o archiviato in 14 inchieste ma i giornali si bevono qualsiasi cosa gli viene detta dalle procure”. Chiacchierata col signore sotto processo dell’alta velocità italiana. Le intercettazioni che raccontano una realtà parallela a quella descritta dagli inquirenti e il non detto di un’inchiesta che balla.

12 Agosto 2015 alle 11:03

La versione di Ercole Incalza

Ercole Incalza, ex uper-dirigente del ministero dei Lavori pubblici, è nato a Francavilla Fontana il 15 agosto 1944. Arrestato il 16 marzo 2015, è libero dal 17 giugno 2015, in attesa del processo

L’ingegnere Ercole Incalza se ne sta seduto alla sua scrivania, in un appartamento del quartiere Prati di Roma. Scrive. Ha cominciato a buttare giù le sue memorie? “Per quelle c’è sempre tempo”, risponde sollevando il volto pallido. “Il prossimo anno ricorrono i trent’anni del Piano generale dei trasporti”. Incalza è tornato in libertà da poche settimane, per i giornali è sempre il “ras del ministero di Porta Pia”, il “boiardo di stato” che gestiva appalti e tangenti. Dice: “Lo sapete che il piano che ha rivoluzionato il sistema delle infrastrutture lo abbiamo realizzato noi? Raccontino gli altri quello che hanno fatto, ammesso che abbiano mai fatto qualcosa per il Paese”. Provate a raccontare la storia delle infrastrutture italiane degli ultimi cinquant’anni. Hai voglia a sforzarvi: è impossibile eludere la figura di Ercole Incalza. Non esistono grandi opere, autostrade, treni e metropolitane, che non intreccino il suo nome. Nato e cresciuto a Francavilla Fontana, cittadina del brindisino, il 15 agosto 1944. Il papà, mestru Mario, s’innamora di donna Antonietta. Lei, originaria di Modugno, nel barese, incontra il futuro marito per una coincidenza ferroviaria: suo padre si trasferisce temporaneamente a Francavilla per costruire la mitica ferrovia del Sud Est. Il battesimo degli oltre 470 chilometri di strada ferrata che si snodano dai trulli della Valle d’Itria sino al mare delle coste adriatiche e ioniche fa sbocciare l’amore che darà alla luce Ercolino. Mestru Mario è un mastro costruttore autodidatta, discendente di una stirpe con l’edilizia nel dna. Ercole frequenta il liceo classico, coltiva buone letture, cresce tra le coccole di una tipica mamma chioccia pugliese e due sorelle che non gli fanno ombra. I cantieri lo affascinano ma preferisce osservarli a distanza. Lui ama dirigere, progettare, inventare. Spesso consiglia il papà ma raramente si fa vedere sul campo di battaglia. Di sporcarsi le mani tra argille e tufi ha poca voglia. Il papà rispetta l’inclinazione filiale purché a scuola non scenda mai sotto la media del 9. “Io sono orgogliosamente figlio di una cultura provinciale che non era tanto rincorsa al recupero di uno status sociale, piuttosto volontà di consegnare ai figli il più ampio ventaglio di opportunità. Senza vincolarli alle orme paterne, ma trasmettendo l’etica del lavoro”.

 

Mestru Mario legge quotidianamente due giornali, Il Tempo e la Gazzetta del Mezzogiorno. Ha combattuto la guerra del ’15-’18, segue le attività dell’associazione Combattenti e reduci e simpatizza per il liberale Gaetano Martino, padre dell’ex ministro berlusconiano Antonio. La famiglia allargata invece gravita a destra dopo che nel 1944 il cugino di Ercole, l’ufficiale dell’esercito Pietro Incalza, è morto assassinato dalla formazione partigiana “Lupi neri” nella battaglia di Valibona. Nell’Italia delle due chiese, Dc e Pci, Ercole giura fedeltà al garofano rosso. “All’epoca gli operai quando si ammalavano rischiavano di non potersi pagare le cure mediche per mancanza di soldi. La riforma sanitaria è del Psi. Il bagno socialista era, in una parola, innovatore”. Nel 1962 prende la tessera in una sezione a Bari. “Mio zio era segretario di Giacomo Mancini”, esponente socialista calabrese e ministro dei lavori pubblici dal ’64 al ’68. Per l’università Ercole si trasferisce a Palermo dove conosce l’amore di una vita, Paola, una giovane ed elegante biologa che gli darà una figlia, Antonia. A lui Paola darà il braccio per scendere milioni di scale, lungo quarant’anni di vita a due. Al suo braccio Paola si terrà stretta fino all’ultimo esalare, nel 2006, dopo un lento e inesorabile spegnersi dovuto all’Alzheimer. Torniamo a Palermo. Qui Ercole si laurea cum laude in ingegneria e poi in architettura. “L’università panormita era un fiore all’occhiello. V’insegnavano maestri insuperati come Vittorio Gregotti e Giuseppe Samonà. Riuscii persino a compilare una tesi sull’urbanistica dei Papi trascorrendo sei mesi in Vaticano”. Palermo però sta stretta all’ambizioso Ercole. Nel ’73 a Roma vince un concorso nazionale per due posti d’ingegnere alla Cassa del Mezzogiorno, qui conosce nelle vesti di commissario Massimo Perotti, già giovane direttore generale dell’Anas e papà di Stefano, l’ingegnere considerato dagli inquirenti fiorentini l’architrave del presunto “Sistema” di potere tangentizio sulle grandi opere gestito d’intesa con il “ministro ombra” Ercole Incalza. Con Massimo Perotti, Ercole compie un pezzo di strada in parallelo. Il trait d’union è Lorenzo Necci, amministratore delle Ferrovie dello Stato, già presidente Enimont, che affida a Ercole il compito di avviare la partita dell’alta velocità in Italia. Perotti si occupa di strade, Incalza di treni. I percorsi divergono quando Perotti senior sceglie la via del Sudamerica, dove tuttora vive, tornando in Italia soltanto di rado. Il “binomio Incalza-Necci” invece resiste per molti anni a venire, fino alla fatalità tragica del 2006 quando Necci, che si vantava di essere stato assolto in tribunale per 42 volte, viene investito mortalmente da una Range Rover mentre attraversa in bicicletta una stradina di campagna vicino Savelletri. Nel 1974 Ercole conosce il barese Claudio Signorile, già segretario nazionale della Federazione dei giovani socialisti ed esponente di punta della corrente lombardiana. “Riccardo Lombardi era un grande, Claudio un degno successore. La nostra amicizia si saldò nel congresso di Palermo del 1980. L’anno dopo, governo Spadolini, lui diventò ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno e mi propose di seguirlo come capo della segreteria tecnica. Accettai”. Nell’’83, governo Craxi, Signorile diventa ministro dei Trasporti ed Ercole è confermato nel medesimo incarico. E’ la “sinistra ferroviaria” del Psi.

 

“Con Claudio stiamo compilando il libro per i trent’anni del Piano generale dei trasporti. Gliel’ho già detto?”. Si, me l’ha detto, e io le ho risposto che il momento non mi sembra dei più fortunati. “Vedrà se non lo pubblichiamo. Tra le mille fandonie diffuse sul mio conto, c’è la fotografia del Ros che mi ritrae mentre esco dal ristorante Pani e Pesci con Claudio e alcuni amici. Peccato che fossimo alla cena che, da quando è scomparsa mia moglie, ripetiamo abitualmente per il giorno del mio compleanno”. In quella foto gli inquirenti evidenziano il librone che le viene consegnato. “Che follia! Ogni anno, per tradizione, mi regalano un libro di Franco Maria Ricci. Se si volta, noterà che ce n’è una collezione”. In effetti, alle mie spalle, scorgo le costole dei volumi Fmr ordinatamente impilati l’uno accanto all’altro. “Vuole saperne un’altra?”. La ascolto. “In un’intercettazione Angelantonio Pica parla dei pacchi che deve consegnarmi”. Si, vi definisce “lumache voraci”. “Ecco, per gli inquirenti si tratterebbe di soldi. Invece Angelantonio era solito portarci degli ortaggi dalla Sabina. Ortaggi veri, pomodori e zucchine, miele per le cartellate (tipico dolce pugliese, nda)”. Al netto delle zucchine, ingegnere, c’è un fatto: la Green Field spa, di cui Pica era presidente, è ritenuta dai pm la società intermediaria dei passaggi di tangenti tra lei e Perotti junior. “La domanda è una soltanto: dove sono i soldi? Manca la materia prima. Questo è l’unico appartamento che possiedo insieme a un monolocale al Circeo, talmente stretto da ribattezzarlo roulotte, che apparteneva a mia moglie. Alla Green Field ho prestato soltanto un’attività di consulenza negli anni in cui non era incompatibile con l’incarico ministeriale”. Va bene, torniamo a Signorile.

 

“Il piano generale dei trasporti, lei lo scriva, ha ri-vo-lu-zio-na-to il sistema infrastrutturale italiano. Il comitato tecnico era presieduto dal premio Nobel Wassily Leontief. All’epoca il ministro dei trasporti era anche presidente delle ferrovie, quello dei lavori pubblici presiedeva l’Anas. Noi abbiamo creato gli enti pubblici economici scorporando gli incarichi. Claudio si è spogliato di un potere. Abbiamo promosso in seno alla Comunità europea il Master Plan comunitario dei trasporti, asse portante della strategia europea dei corridoi comunitari. Abbiamo avviato l’alta velocità, la Torino-Milano-Verona-Trieste e la Milano-Bologna-Roma-Battipaglia”. I magistrati la accusano di aver favorito Stefano Perotti nell’affidamento delle direzioni lavori quando lavorava al ministero dei Trasporti. “E’ la balla delle balle! E i giornalisti l’hanno riportata come una cosa vera. Basterebbe informarsi un minimo per sapere che non ho mai avuto poteri di gestione. Non ho mai amministrato risorse, indetto gare, affidato direzioni lavori. Ho svolto sempre e soltanto un ruolo di programmazione e coordinamento. Vuole sapere come funziona il procedimento?”. E’ fissato dalla legge obiettivo del 2001, ministro Lunardi e lei consigliere. “Esattamente. Mi hanno dipinto come il padre di questa legge che invece è figlia del Parlamento e del governo Berlusconi. Io avevo un mero contratto di consulenza, la struttura tecnica la guidava l’ingegnere Giuseppe Calcerano. Un progetto anzitutto deve essere approvato dall’Anas. Poi arriva al ministero che lo trasmette ai ministeri competenti (beni culturali e ambiente) e a tutti gli attori che saranno convocati in conferenza servizi. Alla conferenza servizi, che prima durava fino a sei anni e con la legge obiettivo deve concludersi entro 60 giorni, partecipano sindaci, presidenti di regione, direttori dei ministeri. Se il progetto è approvato all’unanimità, viene trasmesso al dipartimento per la programmazione economica della presidenza del Consiglio che lo istruisce nuovamente. Deve passare inoltre al vaglio dell’unità di finanza e progetto, sempre di Palazzo Chigi. Espletati questi passaggi con esito positivo, va al Cipe che può approvare una delibera successivamente trasmessa alla Corte dei conti. I magistrati contabili possono registrare la delibera oppure no. E’ capitato diverse volte che non sia stata registrata”.

 

Per i pm lei era il dominus di questo “sistema”. “Ma uno sano di mente come può pensare che io svolgessi un ruolo dominante o determinante in una macchina di responsabilità così articolata?”. Il problema è che lei ha incassato dei compensi dalla Green Field mentre Perotti ha ottenuto direzioni lavori negli anni in cui lei era al Ministero. “Perotti è andato via l’anno dopo che sono arrivato alla Green Field. Durante i miei anni da capo della struttura tecnica di missione, dal 2008 al 2014, non ho avuto alcun rapporto professionale con la Green Field e Perotti ha ottenuto incarichi pari al 20 per cento di quelli assegnati. Si tratta di tre o quattro direzioni lavori, ogni volta per gara”. In pochi sanno che l’incarico di capo della struttura tecnica di missione è assegnato attraverso un concorso pubblico. “Sia io che i membri della mia struttura, complessivamente 23 inclusi 5 magistrati del Tar, siamo stati ingaggiati mediante concorso”. Raffaele Cantone ha definito la legge obiettivo del 2001 come “criminogena”. “Questa legge ha avuto il merito di aprire ai capitali privati: 50 per cento capitale pubblico, 30 per cento privato, 20 per cento risorse comunitarie. Fino a prima del 2001 le grandi opere erano finanziate al cento per cento dallo stato italiano. I risultati stanno nei numeri: dal 1985 al 2000 il governo ha attivato opere per soli 7 miliardi di euro. Dal 2001 a oggi abbiamo attivato, cantierato o finito lavori per circa 74 miliardi. Dieci volte di più”. La legge obiettivo ha imposto i 60 giorni alla conferenza servizi e ha introdotto il principio del “sal” (stato avanzamento lavori), vale a dire che se i lavori sonnecchiano le risorse vengono congelate e trasferite su un altro progetto. Vietato perdere tempo. “Dal 2005 abbiamo ampliato la terza corsia del raccordo anulare a Roma. Abbiamo completato il passante di Mestre dove si registravano code di oltre tre ore. Abbiamo completato la Catania-Siracusa, la Palermo-Messina, nove miliardi della legge obiettivo sono stati investiti sulla Salerno-Reggio Calabria. Avevamo 42 km di metropolitane, oggi ne abbiamo 210. E poi vogliamo parlare dell’alta velocità?”.

 

[**Video_box_2**]Parliamone, lei ha sentito gli spari dei no-tav fuori dal suo ufficio. “Ma non mi sono fatto intimidire. Piuttosto sono rimasto stupito da premi Nobel e venerati scrittori disposti a difendere l’eversione armata. Nel ’91 sono diventato amministratore delegato dell’Alta velocità. Nel giro di un anno ho fatto approvare i contratti con i general contractor (Iri, Eni, Fiat). Il risultato è che oggi ci sono 1100 km che servono 12 milioni di cittadini, e cambiano la vita sua e di tutti noi. Molta gente vive a Firenze e lavora a Milano, prima era impensabile. Tutto questo è stato prodotto da un binomio criticabile quanto le pare ma vero, tra me e il compianto Lorenzo Necci. Le indagini di tutte le magistrature non hanno portato a nulla. Sono stato prosciolto o archiviato in 14 inchieste. La verità è che sono una persona per molti, mi consenta, scomoda”. In che senso? “Per i professionisti del dissenso, che oppongono un No a qualunque opera pubblica, io sono una spina nel fianco. Se riesco a realizzare un’opera che piace, che migliora concretamente la vita delle persone, rompo la catena del dissenso e loro si sentono franare la terra sotto i piedi”. I grillini sono andati giù duro. “Per molti versi somigliano ai democristiani degli anni 60 che, forti della consapevolezza di essere l’unico partito in grado di andare al governo, lanciavano mirabolanti proposte senza curarsi dei numeri e della fattibilità. Dall’altra parte avevano il Pci russo”. Che cosa rimpiange degli anni ’80? “Rimpiango la qualità della classe dirigente”. Che pensa quando paragonano Renzi a Craxi? L’ingegnere fa una pausa e con una mano si tappa la bocca. Mi dica qualcosa, su. “Dall’inizio dell’anno si registra un meno 9 percento di investimenti. Qualcosa non sta funzionando”. Ma qual era il quid dei cervelloni anni ‘80? “Avevamo una sfrenata voglia di fare. Eravamo paladini della cultura del sì allo sviluppo, alla crescita, alla modernità. Odiavamo l’idea di sprecare tempo e risorse. Oggi invece mi crocifiggono perché un’opera sarebbe costata il 10 per cento in più. Pure fosse vero, io dico: vivaddio, almeno esiste”.

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