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Le rivolte disarmate, da Teheran a Minneapolis, e la lezione di Savonarola

Adriano Sofri

Le dittature teocratiche e gangsteristiche hanno imparato a non conoscere limiti all’impiego della violenza. Cosa tenere a mente dalla storia del frate e del suo rogo nel 1498

Ieri guardavo ancora una volta la folla di nuovi visitatori che, in fondo al giro del dormitorio di San Marco, arrivavano alle tre celle di Girolamo Savonarola. Ci sono pochi personaggi cui si attagli altrettanto l’aggettivo che è diventato così invadente da noi, un modo per cavarsi d’impaccio: divisivo. Fin dal suo contemporaneo Machiavelli, che fece dell’ironia, cauta, sul frate e la credulità dei sofisticati fiorentini, ma concluse che dovesse rovinare non perché era un falso profeta, ma perché era un profeta disarmato. La Chiesa di Roma se ne era premunita, dichiarando finita l’epoca della profezia. Quanto al giorno d’oggi, la profezia della liberazione, quella per esempio – l’esempio, davvero – delle ragazze iraniane, è solo metaforica, e le resta il destino delle ribellioni disarmate, a Teheran o a Minneapolis.

Le dittature, quelle teocratiche e quelle gangsteristiche, hanno imparato a non conoscere limiti all’impiego della violenza. I pasdaran usano le mitragliatrici ed esibiscono i filari di cadaveri. Trump, quello che annuncia l’arrivo dei nostri al costo di mandare le nostre allo sbaraglio, si è fatto in casa un esercito di squadristi, cogli antemarcia dell’assalto al Campidoglio temprati da un po’ di galera e premiati dalla grazia e dall’inquadramento, e affiancati alle altre Forze armate epurate allo scopo, lasciando ai resistenti il ricorso alla magistratura, finché anche la magistratura non sarà stata tutta addomesticata. Un’epoca che suscitò la Rivoluzione francese e le ispirò le rivoluzioni, riuscite o tentate, successive, forse si è chiusa come si richiude un sacco nero. Come si chiuse sulla Tienanmen nel 1989, proprio l’anno della caduta del Muro, e a segnare il futuro sarebbero state le migliaia di giovani audaci e sconosciuti, trucidati nella Tienanmen, più che la folla felice che passò di qua dal muro. Si sono trascorsi giorni cruenti accostando la rivolta eroica – eroica, infatti – dei civili iraniani all’incombenza dell’intervento statunitense, e il vero confronto era fra la repressione bruta del regime iraniano e quella dell’Ice nel Minnesota – una differenza di quantità, ancora per poco. 

“Di pochissime persone si sa così tanto come di Savonarola”, così comincia un saggio di Adriano Prosperi sul frate e il 1498 del suo rogo. Si sa tutto e il contrario di tutto, per così dire. La controfigura del regime islamico sciita e della sua polizia dei costumi pesa addosso al suo falò delle vanità. Savonarola perse, e si perse, perché era disarmato – all’ultimo, quando vennero ad arrestarlo, i suoi frati di San Marco resistettero con la forza, fuoco e fiamme, prima di arrendersi e lasciarli portare al bruciamento ultimo. 

Appena un quarto di secolo dopo, la ribellione di Lutero scosse dalle fondamenta la Chiesa di Roma, e molti credettero di riconoscerne l’anticipazione nella Repubblica fiorentina a capo della quale il frate domenicano aveva messo Gesù Cristo Re, e bandito “la reformazione di tutta Italia”, e oltre. Fra Girolamo non aveva avuto la distanza da Roma e la prepotenza teologica del monaco agostiniano, e soprattutto non aveva avuto dalla sua il sostegno armato di un duca di Sassonia. Machiavelli spiegò che i profeti disarmati rovinano, ma rovina anche chiunque non conti sulle armi proprie. Dopo Tienanmen, la Cina ha fatto un boccone di un paese e un popolo temerariamente attaccati alla propria libertà, come Hong Kong, e non ha che da liquidarne gli strascichi di galera.

Taiwan forse cederà, forse sceglierà di vendere cara la pelle. La Groenlandia non potrà, benché abbia il record dei suicidi personali. L’Ucraina resiste da quattro anni perché ha fatto affidamento sulla propria volontà e sulle proprie armi, quelle che i nostri ipocriti si vergognano di sostenere. Non c’è alternativa, dunque? Certo che c’è, che ce ne sono, e molte. Compresa quella dei bonzi vietnamiti, di Jan Palach, dell’ambulante al Bouazizi, che si diedero fuoco. Pur di non arrendersi alla libertà schiacciata sotto i cingoli o mitragliata nelle belle piazze, o umiliata dai regolamenti. 

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