di Adriano Sofri
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Il Fatto non smette di sorprendere. Antologia di un reportage paradossale dall'Iran
Dal “sabotaggio alla pace” dei droni su Putin al reportage iraniano tra i giovani “inermi vittime della propaganda occidentale”. Secondo il quotidiano di Travaglio, in Iran il problema non sono gli ayatollah ma gli hotel troppo belli
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15 JAN 26
Ultimo aggiornamento: 04:20 AM

Pensavo che non si potesse fare di meglio che intitolare, il 30 dicembre, in piena prima pagina: “Sabotaggio alla pace. 91 droni su casa Putin”. E non un solo giornalista, un solo collaboratore, che timidamente preferisse di no. Invece no. Il 13 gennaio, anno nuovo, Travaglio ha spiegato, per iscritto e ad altissima voce, alle distratte comparse del suo programma televisivo, che non si manifesta per le migliaia di trucidati in Iran: si manifesta solo contro il proprio governo, tanto gli ayatollah delle nostre manifestazioni se ne fottono. Dunque nemmeno per l’invasione dell’Ungheria (il nostro governo era contrario) o della Cecoslovacchia, tanto il Politburo se ne fotteva, o per l’imprigionamento di Aung San Suu Kyi, tanto i militari birmani se ne fottono, o contro la complicità di Aung San Suu Kyi nella persecuzione dei Rohyngia, o... E naturalmente per l’Ucraina, dato che il governo, un po’ almeno, sta già coi nazisti.
Ma il Fatto quotidiano a volte tocca la perfezione, e a commentarlo criticarlo e dileggiarlo gli si fa torto: bisognerebbe lasciarlo così com’è e solo copiarlo, senza toccare una virgola. Esigenze di spazio, come si dice, lo impediscono. Dunque antologizzo il reportage di ieri di Elena Basile, la cui prima riga provoca un brivido: “Sono partita per l’Iran e vi sono rimasta dieci giorni”. Ci vuole fegato. “Ho voluto esprimere solidarietà a un popolo martoriato da anni dall’isolamento politico ed economico occidentale. Un popolo che ogni giorno è sotto attacco israelo-americano. Un popolo la cui crisi economica si aggrava sempre di più anche per la guerra economica a cui è sottoposto da decenni”. Ah, ecco. Non ha voluto sfidare la sorte. “Un giovane mi ha chiesto: ‘Lei crede che io sia un terrorista? Così la tv di Stato chiama gli studenti scesi in piazza a manifestare’. Ho dovuto rispondergli che legalmente sì, se gli studenti manifestano insieme ad agenti del Mossad e della Cia, rispondendo ad appelli lanciati dal figlio dell’ex dittatore, lo Scià Reza Pahlavi, sostenuto da Trump e da Netanyahu, possono essere considerati terroristi”. In verità, gli studenti hanno manifestato, e prima di loro i bazarì, ben prima che il figliolo dello Scià lanciasse appelli, e se a loro si fossero mescolati agenti del Mossad e della Cia, devono essere stati abilissimi per non lasciarsi coinvolgere dalla carneficina, o shahid sunniti per lasciarsene coinvolgere. Impartita la lezione al “giovane”, la Nostra incontra “un gruppo di giovani veterinari”: “Uomini e donne, mi hanno colpito per la loro ignoranza e inconsapevolezza morale. Affabili, simpatici e conquistati dalla propaganda del pensiero unico, si lamentavano che il Paese investisse in difesa e difendesse il nucleare, anche solo per l’utilizzo a fini civili”. Ha ricondotto, santa pazienza, anche loro alla ragione: “Facevo notare che l’Iran è sotto minaccia perpetua di attacco israelo-americano ed è quindi comprensibile che la sicurezza sia una priorità del Paese”. Non era facile, dal momento che: “Di fatto erano ben vestiti, una borghesia che non vive la crisi economica dei poveri e dei piccoli commercianti dei bazar, che può permettersi gli alberghi costosi iraniani. Sognano tuttavia gli standard occidentali, poter viaggiare all’estero, essere più ricchi e pensano all’occidente come al Paese della cuccagna”. A modo suo, molto suo, dice quello che penso anch’io da tempo dell’occidente, che non esista più o quasi se non nell’immaginazione e nei desideri di chi non ce l’ha, delle ragazze dai capelli e dei ragazzi e dei veterinari, uomini e donne, iraniane, che sognano di viaggiare all’estero. Una buona definizione dell’occidente, per chi non ce l’ha: il paese di cuccagna. Il paese di Basile, che ce l’ha e ha viaggiato in Iran, e li ha incontrati negli alberghi costosi. Poi ha incontrato “un medico”, che le ha detto che mancano i farmaci ma ci sono bravi dottori e anche un povero malato di cancro viene curato tempestivamente, e lei, con paziente pedagogia: “Gli ho spiegato di come in Italia le liste di attesa per interventi importanti si allunghino”. Che non sognino di venire anche da Shiraz a curarsi a Careggi, come da Lamezia Terme. Sulle orme dei resoconti di viaggio di D’Orsi ospite di Russia Today e spettatore estasiato di Vladimir Putin, lei: “Ripeto, ho circolato da un quartiere all’altro di Teheran, senza blocchi, strade chiuse, senza polizia, e con una vita che continuava in locali e ristoranti come in occidente”. Magnifico, tanto valeva restare là.
Trascrivo la conclusione, toccante: “Piango una gioventù e una società corrotte dalla propaganda, che più che la libertà cercano benessere economico e standard di vita occidentali e sono prive di visione politica. Guardo l’ennesimo albergo di lusso, l’ennesimo ristorante perfetto, l’ennesimo locale caratteristico e di alto livello. Strutture nuove di zecca, che possono concorrere e superare quelle europee. Il turismo potrebbe essere una risorsa per il paese ed è volutamente impedito dai nemici di Teheran”. Dove avevo già sentito un tocco satirico così fine? Ah sì, era Johnny Stecchino, e quella piaga irriducibile di Palermo: Il traffico.
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