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Piccola Posta
La nomina di Budanov ha l'aria di un'investitura molto più impegnativa
Zelensky ha messo a capo dell'Ufficio presidenziale il direttore dell'intelligence ucraina dopo le dimissioni per le indagini sulla corruzione del suo più stretto alleato e amico Andryj Yermak. Nonostante la giovane età, Budanov è un veterano di azioni speciali, sopravvissuto a numerosi attentati
La nomina di Kyrylo Budanov a capo dell’Ufficio presidenziale, il posto che fu di Andryj Yermak, ha l’aria di un’investitura molto più impegnativa. Budanov ha solo 39 anni – 40 domani – dodici meno di Zaluzhnyj, sette meno di Zelensky, che bastano a connotare un’estraneità alle abitudini sovietiche, nonostante una piena formazione militare all’Accademia di Odessa. E un’estraneità all’ambiente dello spettacolo da cui provenne la cerchia di Zelenskyj e Yermak. Un curriculum ingente: più volte ferito in combattimento, una volta in maniera grave, e se ne porta una pallottola in corpo. Generale, “Eroe dell’Ucraina”, titolare del Gur, la direzione principale dell’Intelligence, veterano di azioni speciali, sopravvissuto a numerosi attentati, compresa l’esplosione di un’autobomba cui sfuggì per pochi secondi – anche sua moglie, oggi 32enne, a un avvelenamento. Fanno capo a lui le attività “partigiane” oltre le linee russe. Nel 2021 disse, pressoché solo, che tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio dell’anno dopo la Russia sarebbe stata pronta a invadere l’Ucraina, come avvenne il 24 febbraio 2022: un errore di un paio di settimane.
I russi lo accusarono allora di seminare falsi allarmi per nascondere le intenzioni aggressive dell’Ucraina. Poi Budanov annunciò anche la vittoria della resistenza ucraina nell’estate del 2023, che non venne, ma là era ormai invalsa la guerra delle propagande. Sulla sua intransigenza nei confronti del regime di Putin – “un mostro col randello nucleare” – non si sono mai sollevati dubbi, che è un’altra differenza rispetto a molti altri compreso lo Yermak che a più riprese cercò di esautorarlo o screditarlo, come fece peraltro con chiunque facesse ombra allo staff del presidente, e a lui. E’ la bestia nera del Cremlino, ciò che dà conto delle ragioni cui si è ispirata la nomina, così a lungo meditata e attesa, di Zelensky.
L’unica menzione di un eventuale scandalo che abbia sfiorato Budanov riguardò una coabitazione, nel 2021, con Oleksandr Gogilashvili, vice ministro dell’Interno e marito di una antica collaboratrice di Zelensky, di cui si scoprì che aveva un doppio passaporto, ucraino e russo (e un codice fiscale russo) e che collaborava con un deputato russo. L’episodio non lasciò traccia. Nell’ultimo sondaggio elettorale ucraino, di pochi giorni fa, Budanov risulta terzo nelle preferenze, con solo l’8 per cento, dunque molto dietro Zelensky e Zaluzhnyj. Tuttavia nell’eventuale ballottaggio viene dato per vincitore su Zelensky col 56 per cento contro il 44. Eventualità non improbabile, che comunque Zelensky preferirebbe alla sconfitta contro Zaluzhnyj, sicché c’è chi pensa che la nomina di Budanov sia la premessa di quell’esito, che farebbe di uno Zelensky provvisoriamente rinunciatario il patrono del suo successore. Ma è anche possibile che queste siano speculazioni capricciose, con tutto ciò che urge addosso al destino ucraino.
In particolare, la previsione annunciata di un imminente attacco in forze russo, concimato dalla ineffabile bufala dei 91 droni sulla casetta di famiglia di Putin a Novgorod, che eclissa il dispaccio di Ems. “Sabotaggio alla pace: 91 droni su casa Putin”, Il Fatto, prima pagina, 30 dicembre; che i 91 droni possano essere “un’invenzione del Cremlino per sabotare le trattative o screditare Zelensky agli occhi di Trump” ... “è un’ipotesi dell’irrealtà”, Il Fatto, Travaglio, 31 dicembre; “I droni c’erano, fermati a 50 km da villa di Putin”, Il Fatto, prima pagina, 2 dicembre; “Dal Pentagono indicano che i droni potrebbero essere stati intercettati senza alcun contatto con strutture residenziali o presidenziali”, il Fatto, sesta pagina, 2 dicembre. Aggiustando il tiro: a cottimo.