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piccola posta

Vestiti a parte, Schlein ha parlato a Vogue di tutto. Soprattutto di come si vince

Adriano Sofri

Elly come l'ambasciatrice nella serie “The Diplomat”: sa vincere ma non sa che indossare. L'armocromia nell'intervista è menzionata di passaggio, il resto sono domande che sottolineano la sua riuscita

Ho appena guardato le otto puntate della prima serie di “The Diplomat” – la seconda stagione è stata già annunciata. Ogni tanto, ma di rado, ho una ricaduta di Netflix e analoghe piattaforme di streaming. A parte alcune serie peculiari (“Shtisel”, “Fauda”, “Occupied”, “Le Bureau”) mi piace, come a Elly Schlein, guardare le serie nordiche, specialmente norvegesi e islandesi. Mi piacciono i loro paesaggi estremi e aspettandoli sono disposto a vedere anche delle storiacce. Per esempio la Groenlandia del danese Borgen è memorabile.

Inoltre nelle serie mi piacciono le riprese delle città, anche le più note, Londra, Parigi, dall’alto – merito dei droni, credo. Delle serie inglesi mi piacciono i castelli e le ville fortunate di alberi millenari, giganteschi e in gran salute. Non conosco Schlein, dunque non ho pregiudizi di sorta, un augurio sì. Puntando, sul piano governativo dunque elettorale, a evitare il peggio, e sapendo che il peggio è sempre in agguato, mi auguro che il partito italiano di maggioranza almeno relativa torni a essere il Partito democratico, dal momento che qualunque altro partito in grado di avere la maggioranza dei voti (o che ce l’abbia, com’è ora successo) mi sembra molto peggiore. “The Diplomat” è un’interessante americanata – nessuno è capace di fare americanate quanto gli americani. In generale, è ormai difficile che un film riesca a interessare se non vi figuri almeno un presidente degli Stati Uniti e un Papa o due. La trama, come dev’essere in una storia d’appendice, è inverosimilmente intricata, e fino a questo punto non la più edificante per la mia ansiosa posizione politica – la scena conclusiva ipotizza che ad assoldare la Wagner per un attentato suscettibile di scatenare una guerra nucleare sia il capo della più antica democrazia parlamentare. Ma ho trovato divertente che la protagonista assoluta del film, ambasciatrice degli Usa a Londra e in predicato di succedere alla Casa Bianca alla vicepresidente inadeguata, abbia una vera idiosincrasia per gli abiti cui il suo rango e il suo apparato tentano di indurla. E’ un leitmotiv della serie, un indizio decisivo del suo carattere. Non vuole saperne di un abito rosso da sera, di un completo grigio da Sala Ovale, dei tacchi.

Per colmo di coincidenza, una delle prime corvée cui l’ambasciatrice deve prestarsi, e lo fa con una plateale insofferenza, è il servizio di intervista e foto con l’edizione British di Vogue. Non lo scrivo certo per mescolarmi con la diatriba su Schlein e Vogue – so farmi i fatti miei – ma per amore dello scoop: non una rivista cosiddetta femminile né di moda si è accorta della coincidenza, dunque se fossi il primo mi attribuirei un exploit di “fashion-connoisseur” (chissà se si dice così). Non male per uno che, come quasi tutti, non si era mai imbattuto nella parola armocromista, della cui conoscenza, come di ogni parola nuova, sono sinceramente grato. Il dizionario Treccani dà come prima ricorrenza del lemma il 3 agosto 2019, per Donnaglamour.it (per armocromia la Crusca dà il 2011, su Neve Cosmesi Forum). 

Che Vogue, e specialmente Vogue Italia, sia una rivista molto autorevole, lo sapevo, ed ero al corrente del prestigio e dei meriti di Franca Sozzani. Direi che Schlein abbia menzionato la sua amica armocromista del tutto di passaggio, come avrei fatto io col mio cardiochirurgo, se mi avessero interpellato su questioni di cuore. Ma visto che ci sono, un’osservazione vorrei farla. Nella conversazione, lunga e meditata, e oltretutto datata al 25 aprile, Federico Chiara, giustamente contento di disporre della prima intervista di Schlein a un magazine, le rivolge domande che sottolineano la sua riuscita. E’ del resto l’aura che accompagna Schlein dal momento in cui ha vinto le primarie del Pd. Da allora è stata una sequenza di successi, sancita in particolare dal recupero di iscrizioni e di propositi di voto nei sondaggi. Lei stessa ha sottolineato la sua fisionomia vincente nella squisita citazione: “Non ci hanno visto arrivare”, in cui peraltro l’oggetto era un noi. Dunque Chiara le chiede: “Elly, come si vince una discussione?”. E lei lo spiega. Lui chiede: “Come si fa un discorso game-changer?”. Lei lo spiega. Lui: “Come nuoti contro la deriva politica  dell’estremismo comunicativo?”. Lei spiega. Lui: “Come pensi di invertire questa rotta?”. Lei: “Te lo spiego con un’immagine”. Lui: “Come smascherare le ipocrisie di questa fase storica?”. Lei lo spiega con un esempio. “Come riesci a trasmettere fiducia nel futuro?”. Lo spiega – io non basto, dice, è affare collettivo.

Lui fa un’ennesima domanda in linea con le precedenti, benché in apparenza le ribalti: “Nella tua vita ci sono molte vittorie. Ma qual è il modo migliore per superare un fallimento?”. Ora lei non deve solo spiegare come si vince, ma come si vince dopo aver fallito: lo spiega.

Lui evoca il burnout: “Tu come eviti di ‘bruciarti’, in un periodo in cui sei tirata da tutte le parti?”. Lei, alla buon’ora: “Mah, guarda, non ho una ricetta chiara”.

E così via. Naturalmente, ci sono anche domande più extravaganti, e risposte vivaci e rivelatrici: film, musica, viaggi, biciclette (signori ladri: restituitegliela!), discrezione, amore. Bella intervista, davvero, bravi ambedue. Una volta, una sessantina di anni fa, mi posi il problema di come fare a vincere, e per fortuna persi. L’ultimo a poter dare consigli, e poi sono ancora maschio. Tuttavia mi piacerebbe leggere, a una delle domande di istruzioni sul modo di vincere, una risposta che suoni più o meno: “Boh! Non ne ho la minima idea”. Alcuni decenni fa, guardai un gran boxeur italiano intervistato subito dopo un incontro decisivo perduto, in Australia. Il telecronista avanzava argomenti a giustificazione – eri reduce da un viaggio faticoso, faceva un gran caldo, il pubblico era contro, cose così. E lui: “Ma no: quello tirava dei pugni fortissimi”.

Va be’, una morale ce l’ho. Schlein ha vinto. Ha vinto un posto tutto per lei ai blocchi di partenza. Adesso comincia la gara. I miei migliori auguri.

P.S. A proposito, ci sono quelle 4 righe sull’armocromia, del tutto ispirate da Federico Chiara che evoca il “power dressing”. E lei: “Allora, se sapessi che cos’è, ti potrei rispondere!”. Ecco, è questo che intendevo.

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