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piccola posta

Si resta senza respiro davanti agli ultimi momenti di Majidreza Rahnavard

Adriano Sofri

Ora c’è la registrazione offerta a tutto il mondo degli ultimi passi del ragazzo impiccato dal regime di Teheran per aver pugnalato a morte due basij, “studenti volontari” e ferito altri. Chiede d’essere salutato ascoltando una musica allegra

Aggiungo la mia attonita ammirazione per Majidreza Rahnavard, il ventitreenne di Mashad impiccato in pubblico il 12 dicembre, dopo lo sbrigativo processo che l’ha condannato per il crimine di moharebeh, “far guerra a Dio”, e l’imputazione di aver pugnalato a morte due basij, “studenti volontari” e ferito altri. In questo genere di processi nessun diritto viene riconosciuto all’accusato. L’esemplarità è invocata da giudicanti e tutori dell’ordine, che infatti hanno preteso che l’esecuzione avvenisse in pubblico, a differenza di quella occultata del suo coetaneo Mohsen Shekari, e che fosse filmata e diffusa, a edificazione dei repressori. E’ stato mostrato un filmato che raffigurerebbe Majidreza che accoltella le sue vittime. Nel momento in cui avveniva, le ragazze, i bambini e i giovani uomini innocenti e pacifici assassinati brutalmente erano già almeno 400. E’ bella la lode della volontà nonviolenta della ribellione, purché si riconosca che le reazioni, sproporzionate come sono all’apparato del regime, sono un ricorso alla legittima difesa e comunque un’azione brutalmente provocata.

In tribunale Majidreza avrebbe detto di essere stato indotto alla sua azione dallo spettacolo delle violenze inferte contro i manifestanti inermi, di essere colpevole e di desiderare che ci si sbrighi con lui. Ma questo riguarda l’antefatto, e riguarderà le tante vendette del regime che andranno in scena d’ora in poi. Ora c’è la registrazione offerta a tutto il mondo dell’ultimo passo di Majidreza Rahnavard. Non bisogna accontentarsi dei titoli, il condannato a morte che rifiuta la lettura del Corano e chiede d’essere salutato ascoltando una musica allegra. E non bisogna accreditare “l’ultimo desiderio”: non c’è alcun ultimo desiderio accordato a colui che viene condotto alla forca. C’è invece lui, i boia che lo conducono, il suo viso coperto da una maschera nera, la fronte alta e le labbra carnose che fanno trasalire per la suggestione di una somiglianza col giovane Elvis. E’ stato torturato, ha un braccio spezzato. Un cronista locale lo ferma, i guardiani gli lasciano fare la sua domanda: non farà che confermare la sua blasfemia. Ha affidato un messaggio? No, dice, solo dove vorrebbe essere sepolto. Non ha preparato ultime parole, non ha previsto di avere un’occasione per dirle. Vuole il conforto della lettura del Corano, della preghiera? No, niente Corano, niente preghiere. Mi si accompagni e basta, ascoltando una musica allegra.

Si resta senza respiro. Il giovane uomo ha fretta di farla finita, non fa mostra di credere a un mondo eventuale in cui sta per entrare, comunque non gli bada, come a un mondo di silenzio, è solo rivolto al mondo che sta lasciando, quello in cui si uccidono le ragazze che liberano i capelli, in cui i basij hanno spaventato sua sorella, il mondo cui non ci si può rassegnare. Il mondo però che potrebbe essere diverso, che potrà essere diverso per quelle e quelli che restano, il mondo in cui si potrà ascoltare musica allegra. E’ la posta di questo scontro planetario estremo per la vita e per la morte: una capigliatura libera, una canzone scanzonata. 

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