Cuperlo a Trieste cita Saba dopo il voto. Poesie lungo la via di casa

C’è un ristorante sulle cui pareti sono trascritti i versi di "Città vecchia", chi va da solo e non si dedica al telefonino ha tempo per impararli a memoria. A ripeterli come una canzone, sulla strada del ritorno, si è in compagnia
20 OTT 21
Ultimo aggiornamento: 04:00
Immagine di Cuperlo a Trieste cita Saba dopo il voto. Poesie lungo la via di casa

Pietro Marussig, paesaggio di Trieste, 1912 (Wikimedia Commons) 

Ieri Gianni Cuperlo ha ricordato, commentando il voto triestino, la chiusa di “Città vecchia” di Saba: “Qui degli umili sento in compagnia / il mio pensiero farsi / più puro dove più turpe è la via”. Ho pensato al momento, nella vita, in cui si smette di imparare le cose a memoria, e si comincia a dimenticarle. Si va avanti di rendita, col gruzzolo che si riduce via via senza venir alimentato. Gran perdita, specialmente quando si faccia naufragio in un’isola deserta o in una folla rumorosa o in una galera.
A Trieste, a Cavana, c’è un ristorante sulle cui pareti sono trascritti i versi di Saba. Ci vado volentieri quando sono solo (ogni tanto ci trovo Paolo Rossi, e sono contento). Chi è solo al ristorante, e non si dedica al telefonino, ha tempo, così mi siedo davanti alla parete coi versi iniziali di “Città vecchia” e li imparo a memoria. Ci metto molto di più di quanto ci metterei a cinque anni. E quando esco e torno al mio albergo me li vado ripassando, appropriati come sono al tragitto: “Spesso, per ritornare alla mia casa / prendo un’oscura via di città vecchia. / Giallo in qualche pozzanghera si specchia / qualche fanale, e affollata è la strada”. La prima strofa mi piace di più dei tre versi ultimi, che dicono in modo bello un luogo piuttosto comune. Eppure la prima strofa resiste alla memoria. Provate: bisogna abituarsi al “qualche” ripetuto, e quando vi siate abituati vi succede di ripetere anche “via” al posto di “strada”. “Strada” rimanda per assonanza a “casa”, senza cercare la rima.
Ma viene da cambiare il primo verso, così: “Spesso, per ritornare a casa mia”, dunque “via”, oltre a raddoppiare la ripetizione, rimerebbe con “mia”. (Però “via” chiuderà l’ultimo verso, citato da Cuperlo). Provate, e vi succederà anche di sbagliare il primo “qualche” – “Giallo in qualche pozzanghera si specchia” – e di sostituirlo coi più facili “una” o “nelle” – “in una pozzanghera…”, “nelle pozzanghere”. Quante trappole tende la memoria indebolita. Eccone un’altra: “Giallo, qualche semaforo si specchia…”. Suona bene, no? Già, ma come continuare con la pozzanghera? Quando avrete ricostruito la quartina (attenzione: sul pannello del ristorante, per ragioni di spazio, la metrica è tradita, e i versi corrono su cinque righe) la ripeterete, come una canzone, sulla via del ritorno, e sarete in compagnia. Allora, di nuovo: “Spesso, per ritornare alla mia casa / prendo un’oscura via di città vecchia. / Giallo in qualche pozzanghera si specchia / qualche fanale, e affollata è la strada”.