Io ho paura

Adriano Sofri

"E ognuno ha un proprio modo di resistere al vento. Ma fino a quando?"

L’altro giorno il Post passava in rassegna una serie di studi sociologici e neurologici sul legame fra la paura e il piacere, condotti in particolare sugli avventori della “Scarehouse” di Pittsburgh, evoluzione sofisticata, con attori pagati per spaventare, di quei baracconi bui dei vecchi luna park in cui uno scheletro ti si drizzava davanti e una strega ti minacciava di prenderti a scopate e si gridava Aiuto! e si rideva. Gli elettroencefalogrammi degli avventori e le loro risposte prima e dopo mostravano una soddisfazione finale tanto più intensa quanto maggiore era stato lo spavento provato. Il rilascio di dopamina o di ossitocina è maggiore, dicono, quando si ha paura o si è felici: dunque la paura sconfina nella felicità, almeno quando è passata. Si tratta comunque di paure “assicurate”, come quando si guarda un film dell’orrore. La paura “di perdersi di notte in un bosco, senza nessuno intorno”, conclude uno degli scienziati consultati, è sconsigliabile. Pensate a queste notti, quando i boschi secolari vengono abbattuti dal vento come fuscelli sull’Altopiano di Asiago o in Val di Fassa. La paura, genericamente intesa, domina anche la scena politica, e può darsi che anche lì si possa rintracciare una specie di losca allegria. L’altroieri viaggiavo portandomi dietro un notevole romanzo di Marcel Beyer, “Forme originarie della paura”, che accosta il panico che prende gli animali – gli uccelli sotto il bombardamento e il vento di fuoco di Dresda per esempio – al panico degli umani. E’ del 2008, nell’originale tedesco, Einaudi l’ha tradotto nel 2011, non l’avevo aperto allora, e adesso la sua combinazione di ornitologia e antropologia a spiegare un Novecento dominato dalla paura mi sembra ancora più adatta al secolo nuovo e già usato. Numeri spaventosi di uccelli migranti falcidiati, numeri di umani camminanti, guardati temuti e odiati come altrettanti zingari. Alla stazione di Napoli incontro il mio amico Silvio Perrella. “Andiamo alla libreria – dice – ti regalo il mio nuovo libro”. E’ appena uscito per Neri Pozza e si intitola “Io ho paura”. Il narratore è un nuotatore regolare, stile libero all’andata, il ritorno a dorso, sicché non si vede che cosa c’è alle proprie spalle e occorre fidarsi che nessuna minaccia improvvisa sbuchi dal mare o dal destino. Il narratore raccoglie storie di paure naturali, quelle che spaventano e fanno felici, Hansel e Gretel, le paure che hanno un nome, opposte alle paure industriali, fabbricate, anonime, acronime, quelle che occupano la scena pubblica. Il mio viaggio è lungo abbastanza da farmi arrivare all’ultima pagina: “Mentre scrivo quest’ultima pagina, si alza il vento, scuote ogni cosa… E’ appena caduto un albero; è come se fosse stato stracciato come si straccia un foglio di carta… Pensi a come le cose sono ancorate alla Terra: non solo gli alberi, anche le case con i loro balconi, i lampioni, noi stessi con i nostri piedi. E ognuno ha un proprio modo di resistere al vento. Ma fino a quando? Io ho paura”.

Scrissi un libro sulla paura, parecchi anni fa, con un amico, non lo pubblicammo. Mi chiedo se questi pochi anni non siano bastati a far invecchiare anche la nostra paura.

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