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La poesia di Genova

Un luogo d’oltremare che a un certo punto sembrava superbo. Il fascino della città che adesso piange le sue vittime

17 Agosto 2018 alle 06:00

La poesia di Genova dopo il crollo del Ponte Morandi

Forse Genova è la città più poetica d’Italia. Forse Napoli. Ancora poco fa c’erano donne nei bassi di Napoli che erano invecchiate senza aver visto il mare. C’erano tanto tempo fa nelle valli del Piemonte famiglie di persone che non avevano visto Genova e a volte, magari si chiamavano Bergoglio, arrivavano a Genova il tempo di imbarcarsi e vedere il mare, tanto mare. Genova per noi che la conosciamo poco e la troviamo piuttosto a Buenos Aires e a Trieste e a Istanbul è una città d’oltremare. Fino a un certo punto sembrava superba. Poi si sono accumulate ragioni esorbitanti per volerle bene, fino a questo tragico ponte levatoio, moncherino di mano che stringe e sostiene e cede e abbandona. Lontananza, invidia per il diritto di chi resta di là a rivendicarla sua. “Genova dell’Acquaverde. Mio padre che vi si perde. Genova di singhiozzi, mia madre, Via Bernardo Strozzi”. “Genova mia tradita, rimorso di tutta la vita”, diceva ancora il suo poeta traslocato a Livorno. Per gli altri Genova sempre inseguita, rimpianto di tutta la vita.

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