La Sicilia potrà ripianare il suo mostruoso debito in dieci anni invece che in tre. Perché?

Rocco Todero

Il Governo nazionale consentirà alla Regione siciliana di usufruire di un regime in deroga per rientrare dal disavanzo pubblico. Una Regione sempre più speciale

Per dare l’idea di come l’ordinamento giuridico possa rappresentare uno strumento di battaglia politica per mettere fuori gioco l’avversario o agevolare i compagni di partito, Giovanni Giolitti soleva dire che il diritto per gli amici si applica mentre per i nemici s’interpreta.

Il Governo italiano qualche giorno fa è andato ben oltre e davanti ad una norma talmente chiara da non potere essere stiracchiata in nessun modo a favore di un’interpretazione, per così dire, benevola, ha aggirato l’ostacolo ricorrendo all’istituto della deroga.

Sotto l’albero di Natale il Consiglio dei Ministri ha fatto trovare alla Regione siciliana il regalo della deroga all’obbligo di ripianare il suo mostruoso disavanzo, accertato di recente anche dalla Corte dei conti, entro la fine della legislatura, vale dire entro i prossimi tre anni.

C’è una norma di legge, infatti, che obbliga tutte le ragioni a ripianare gli eventuali disavanzi accertati entro il termine massimo della durata della legislatura regionale. La norma è troppo chiara per essere interpretata in maniera difforme dal senso fatto palese dal significato proprio delle parole e così Governo e Regione si sono accordati sulla possibilità di derogarla. Alla Sicilia sarà riconosciuta per legge la facoltà di ripianare il disavanzo, di non si sa più quanti miliardi, nel lasso di tempo di ben dieci anni.

Il Governatore Musumeci, in carica solo dal novembre 2017 per la verità, ha mostrato via social comprensibile soddisfazione, sebbene nella relazione della Corte dei Conti sul rendiconto di gestione non siano mancate stoccate che abbiano sottolineato un’azione di risanamento degli ultimi due anni troppo debole. Il Presidente della Regione ha anche spiegato di avere rappresentato al Governo nazionale l’impossibilità di ripianare il disavanzo entro i tre anni previsti dalla legge a causa delle funeste conseguenze che si sarebbero abbattute sulla popolazione siciliana in seguito agli insopportabili tagli preventivati alla spesa pubblica regionale.

Dal Consiglio dei Ministri hanno cercato d’addolcire la pillola facendo presente come la deroga concessa alla Sicilia non comporterà alcun onere aggiuntivo sulle casse dello Stato anche in considerazione del fatto che “il ripiano del disavanzo è sostenibile finanziariamente in quanto trova copertura nella parte corrente del bilancio attraverso la riduzione delle spese correnti o l’incremento delle risorse della medesima parte corrente”.

La vicenda potrebbe essere derubricata, pertanto, alla stregua della correzione di un meccanismo regolativo troppo rigido o potrebbe essere innalzata, come hanno fatto Regione e Governo, a manifestazione di leale collaborazione fra istituzioni per assicurare la tutela dell’interesse pubblico.

Sennonché, con tutta la buona volontà di questo mondo, alcuni interrogativi fanno fatica a dissolversi come neve al sole.

Quali sono gli elementi valutati dal Governo nazionale che hanno reso la Sicilia degna di meritare la deroga ad una norma generale ed astratta che continua a valere per tutte le altre amministrazioni regionali?

Quali sono le ragioni reali e concrete che, al di là del generico (e stucchevole) richiamo alla tutela delle fasce deboli, impedirebbero ai siciliani di ripianare il debito dopo che gli stessi ne hanno evidentemente beneficiato in qualche misura nel corso degli anni?

Può il legislatore nazionale, in assenza di calamità naturali o di altre circostanze eccezionali e indipendenti dalla volontà di eletti ed elettori, istituire un regime giuridico speciale di favore? 

Non potrebbe la deroga concessa dal Governo nazionale continuare ad alimentare un meccanismo di deresponsabilizzazione degli eletti e degli elettori siciliani?

Ed infine, cosa rimane del monito che emana da una norma nazionale che impone un obbligo di finanza pubblica nell’interesse collettivo, dopo che il legislatore ha dimostrato di potervi derogare tutte le volte che più gli fa comodo e senza ragione alcuna?