Il suono dell'algoritmo

La nuova legge della classifica: non conta che una canzone sia amata, ma che sia stata “lasciata scorrere”

Stefano Pistolini

Le classifiche, un tempo specchio sociale, oggi premiano brani brevi e ottimizzati. Nostalgia, streaming e intelligenza artificiale: il primato non indica più valore culturale ma adattamento alle logiche della piattaforma. Hit parade senz'anima: è la musica nell’èra dell’algoritmo

A un certo punto i concetti di “musica” e di “classifica”, ovvero di “competizione” – apparentemente estranei l’un l’altro – sono diventati così strettamente connessi da sovrapporsi e divenire indistinguibili. Cosa li ha avvinti in questo abbraccio? Il business, l’industrializzazione, il commercio e il consumo sono divenuti essenza del discorso, surclassando il valore, la qualità, l’estetica. E la musica si è abituata a essere messa in classifica, sia pure con il corredo di variabili condizioni imposte dal cambiamento dei modi di quel consumo. Perché la classifica dev’essere per definizione un terminale amorfo, un effetto e non una causa, una spugna che assorbe la linfa del tempo, di ogni tempo diverso.

Ad esempio, era il 1958 quando il mondo iniziò a dondolare sulle note di “Rockin’ Around The Christmas Tree”. Da allora, ogni dicembre, quel brano si ripresenta ovunque come uno spettro, nella fattispecie eco di un’America che non esiste più. E però solo nel 2023 – sessantacinque anni dopo la sua incisione – quella canzone ha toccato la vetta delle classifiche. Al numero uno. Lei è sempre la stessa, ma sono le classifiche a essere cambiate. O meglio: è l’ennesima prova che la Billboard Hot 100, ovvero la bibbia laica della musica globale, non misura più le vendite del momento. Misura la persistenza dei dati in circolo – e anche la nostra incapacità di lasciare andar via il passato. “Uncharted Territory” (Bloomsbury), sottotitolo: “Ciò che i numeri raccontano dei maggiori successi e di noi stessi” è il saggio in cui l’analista Chris Dalla Riva non si limita a compilare lunghe liste di successi, ma esegue una vera necroscopia culturale. Attraverso l’analisi granulare di 1.200 canzoni che hanno scalato la vetta delle classifiche Usa dal 1958 a oggi, Dalla Riva traccia la mappa di un territorio dove la società e la tecnologia hanno saputo fondersi, fino a rendere indistinguibile l’artista, il suo prodotto e la piattaforma che li ospita.

                                     

C’è una data che segna lo spartiacque tra l’èra artigianale e l’èra della sorveglianza: è il 1991. E’ l’anno zero della verità discografica. Prima di allora, le classifiche erano un gioco di prestigio. Billboard si basava sulle telefonate ai gestori dei negozi di dischi: “Cosa avete venduto oggi?” e quelli rispondevano, spesso mentendo, gonfiando i numeri degli amici. Un sistema umano e corrotto. Così a qual punto arrivarono i registratori di cassa digitali, collegati a sistema di analisi Nielsen. Ora erano dati reali. Improvvisamente certi generi musicali che l’industria aveva tenuto ai margini – il country, l’hip-hop estremo, ad esempio – esplosero nelle classifiche. Si scopre che i gusti dell’America non erano quelli che i dirigenti delle majors fino a questo momento avevano finto di conoscere così bene. E accade un’altra cosa: il turnover rallenta. La quota di nuove canzoni nella top ten si dimezza. La verità si mostra più statica e ripetitiva della menzogna.

Ma se il 1991 è l’inizio della misurazione tecnologica, l’èra dello streaming è l’avvento della manipolazione strutturale. Oggi, la Hot 100 non riflette ciò che viene comprato, ma ciò che viene usato. E l’economia dello streaming ha riscritto l’architettura stessa della canzone pop. Se la regola è che un artista viene pagato solo se l’ascoltatore supera la soglia dei 30 secondi di ascolto, ecco che nei pezzi le intro sono morte e i ritornelli colpiscono subito nei primi cinque secondi, per impedirti di premere “skip”. Le canzoni si accorciano, mutilate per massimizzare i “play” per ora. La chiamano estetica della disattenzione. I dati di Dalla Riva sono impietosi: nel 1971, in piena era cantautorale, otto hit in vetta vantavano un cambio di tonalità, quella certa modulazione che ha il magico effetto di sollevare lo spirito. Oggi sono meno della metà. La complessità è divenuta nemica dell’algoritmo. E a questo punto vale la pena fare un detour dalle indagini di Dalla Riva per chiederci qui da noi quale sia stato nel corso degli anni il sentimento degli italiani verso quel piacevole accessorio del quotidiano che erano le classifiche di vendita musicali, con l’indotto di passioni e chiacchiere che si portavano dietro. La classifica musicale in Italia non è mai stata una semplice conta di copie vendute, quanto piuttosto una sorta di liturgia laica del consenso, un termometro per misurare a che punto una nazione si riconosca in uno specchio sonoro comune. In principio fu Lelio Luttazzi con la sua “Hit Parade”. In un paese uscito dal dopoguerra affamato di benessere, la classifica era rito di unificazione: non rifletteva solo i loro gusti, ma creava gli italiani.

Comprare il 45 giri di Mina o di Battisti significava aderire a un modello di modernità. In questi consumi vigeva una sacralità quasi religiosa. La classifica era l’autorità indiscutibile, figlia di un mercato “fisico”, dove l’acquisto era un gesto di sacrificio economico. Essere al numero uno significava incarnare davvero la voce regina del paese. Con l’avvento del cd e il consolidamento delle major, il rapporto si è incrinato. La musica diventa un bene di consumo più rapido, la classifica si trasforma nello specchio del marketing. E’ l’èra dei “fenomeni da festival” e delle meteore costruite a tavolino. Si fa strada una sottile disillusione: gli italiani iniziano a guardare alle vendite con sospetto, percependo la distanza tra “qualità” e “successo commerciale”. Oggi infine il rapporto è paradossale: non siamo mai stati così “italiani” nelle classifiche, ma non siamo mai stati così divisi. Vige il paradosso del sovranismo sonoro: i dati FIMI mostrano che oltre l’80 per cento della Top 100 è occupato da artisti italiani (trap, urban, pop sanremese). Abbiamo respinto l’invasione globale rintanandoci nel “suono di casa nostra”. Tuttavia, questa dominanza è priva di profondità culturale. Lo streaming ha trasformato la musica in un tappeto sonoro passivo. La classifica non misura quanto una canzone sia amata, ma quanto sia stata “lasciata scorrere” in sottofondo. Tutt’al più la classifica odierna è un’arma di distrazione di massa, la vittoria del numero sul valore: un pezzo è “primo” non perché ha cambiato la vita di qualcuno, ma perché ha ottimizzato l’algoritmo di una playlist. E l’algoritmo non è un dittatore che s’impone, ma un maggiordomo che ti sussurra quel che vuoi sentire prima ancora che tu lo sappia. La “voce della nazione” di sicuro non abita più lì.

A questo punto torniamo al racconto del saggio di Dalla Riva, per verificare come soffra della ricorrente sindrome di interpretare come dettato globale ciò che in effetti capita solo negli States, nazione della quale, d’altronde, “Billboard” registra le preferenze. Ma è pur vero, di là dell’Atlantico come sulle nostre sponde, le classifiche musicali sono state, per decenni, il sismografo delle rivoluzioni sociali. Il primo brano a dominare la classifica generale di “Billboard”, la venerabile “Hot 100”, nel ’58, è “Poor Little Fool”, scritta da Sharon Sheeley, una ragazza di 18 anni che mentì ai produttori, dicendo che l’aveva scritta suo zio, perché sapeva che in quell’industria una ragazzina non sarebbe mai stata presa sul serio. Dagli anni 60 in poi, le classifiche diventano “meno maschili e con la carnagione meno pallida” appunta Dalla Riva. Nel ’63, un terzo delle numero uno era cantato da artisti neri, un salto enorme rispetto al 10 percento di cinque anni prima. La Motown aveva industrializzato il soul, rendendolo digeribile per l’America bianca e spalancando porte che non si sarebbero più richiuse. E poi bisognerebbe immergersi nelle sottoculture. Dopo i moti di Stonewall nel ’69, le discoteche diventano i bunker della comunità gay. Tra strobo e sudore nasce il suono che dominerà il decennio successivo, la disco, colonna sonora di una rivoluzionaria liberazione psicofisica. Poi l’arrivo di MTV nel 1981 trasforma la musica in immagine e il carisma e l’estetica divengono valuta corrente. Con il nuovo millennio tocca alle piattaforme streaming guidare le danze e condizionare il “campionato”, mentre oggi TikTok è il nuovo gatekeeper: l’84 percento dei brani entrati nella Billboard Global 200 quest’anno è stato virale proprio lì, sul social del pensiero debole, tra un balletto, un meme e uno scroll. La musica dilaga come sottofondo per contenuti video di quindici secondi, trasformandosi in “content”. Eccoci al presente: Brenda Lee, voce di quel Natale ’58, oggi ha 79 anni. E’ tornata in vetta, trasmessa e propagata su qualsiasi medium e antenna possibile, a cominciare dagli altoparlanti dei centri commerciali. Lei nel 2024 ha anche pubblicato una versione in spagnolo di “Rockin’ Around The Christmas Tree”. Ma non è entrata in sala di registrazione. E’ stata l’Intelligenza Artificiale a clonare la sua voce giovane, e a creare il perfetto artefatto. Le canzoni interamente generate dall’AI stanno già invadendo le classifiche minori e presto dilagheranno nella Hot 100. Non ci saranno storie di diciottenni che mentono per farsi ascoltare. Ma regnerà il suono perfetto dell’algoritmo che continuerà a conteggiare i record delle sue prestazioni. E dopo? Chissà. Immaginarlo è al tempo stesso agghiacciante ed elettrizzante.