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celebrare un'assenza

Piotta e suo fratello. Un album di grande impatto emozionale e un libro per restaurare il ricordo

Stefano Pistolini

Sulle tracce del fratello Fabio, scomparso nel 2022, l'artista romano torna sulla scena con il disco "Na notte infame” e il memoir "Corso Trieste". Due lavori che provano ambiziosamente a dare forma estetica a una terribile emozione e alla sua trasmissione. Con risultati ragguardevoli

Un disco e un libro per restaurare un ricordo e celebrare un’assenza. Tommaso Zanello, in arte Piotta, è da sempre al centro di un equivoco, tra ciò che lui è in realtà e quello che in passato ha voluto rappresentare: ricordate tutta la poetica attorno a “roba coatta”, alla descrizione mitologica e affettuosa della coatteria romana, quella del “Supercafone”, ma anche di tanti film di Carlo Verdone e di tutto un cinema dedicato a stornellare sugli stili malandrini dentro il Grande raccordo anulare?

Piotta a lungo è stato il capofila della messa in musica, in forma di rap, di questa sottocultura, ma facendosene sempre narratore, incarnazione per obblighi di scena, in realtà essendone soltanto un cultore, un caloroso osservatore. Sempre contando sulla complicità con la figura centrale per la sua formazione, quella di suo fratello Fabio, di dieci anni più grande, che, prediligendo il backstage alla ribalta, lo ha quietamente accompagnato nel suo percorso musicale, spesso partecipando attivamente alla sua ideazione. Fabio infatti era un poeta e molte altre cose, un saggista, uno studioso di filosofia e religioni orientali e in buona sostanza era la metà di una sigla non lampante ma nota a chi agisse nelle vicinanze, quella dei Zanello Bros. 

Nel 2022 Fabio è prematuramente scomparso e per Tommaso si è aperta come una voragine la questione della mancanza, del percepire al tempo stesso il dolore del lutto, la nostalgia della perdita, il dileguarsi dell’interlocutore privilegiato. Nel frattempo il personaggio di Er Piotta era cresciuto e cambiato,  spezzando i limiti della maschera e permettendo al suo interprete di modulare su strade nuove la propria creatività. 

Sulle tracce del fratello, Tommaso ha cominciato a scrivere e il suo suono s’è inoltrato in una metamorfosi, sollevandosi dal rap elementare e vitalistico di fine Novecento verso una stesura d’autore, contaminando di continuo e non smettendo di mettere in pratica ciò che ha fatto dagli esordi, ovvero mettere insieme, raggruppare le energie, polarizzare i talenti randagi, creare una scuola romana (“In The Panchine”) o, come si chiamò all’epoca, uno “Zoo”. Infine tutto questo evolversi e questo succedersi di eventi si sono convogliati in un dramma – la scomparsa di Fabio – che Tommaso poteva cercare di risolvere solo in chiave artistica.

Lo fa mettendo in sincronia due oggetti culturali che vale la pena di esplorare: il primo è “’Na notte infame”, un album che prova ambiziosamente a offrire formato estetico alla trasmissione emotiva d’una terribile emozione. Il risultato è ragguardevole, sia per la qualità che Tommaso riesce esprimere nelle tracce del disco, sia per l’architettura che lo ordina: a comporre il quadro, infatti, Piotta convoca a offrire il proprio contributo prima di tutto proprio il suo partner familiare e gli interventi vocali e poetici di Fabio (“Lode a Dio” e “Ode a Roma”) sono d’impressionante potere suggestivo. Poi Tommaso va oltre e allarga il quadro a un tempo e a un luogo che contiene le sue origini e le sue radici: la Roma normale resa eccezionale dall’essere ragazzi e dal desiderio di traversarla, possederla e raccontarla, “dove tutto è nato”.

In questo slancio di rievocazione, ecco rispondere alla chiamata altre figure essenziali, a completare l’affresco: Federico Zampaglione/Tiromancino (“Se ciavessi diciottanni / co quer foco che ciai dentro / je direi a tutti quanti / me ne vado cor Fomento”), Militant A di Assalti Frontali nella title track che contiene davvero il suono di Roma e poi Primo Brown di Cor Veleno, anche lui morto di colpo a soli 39 anni. E poi un’invasione, una moltitudine di silhouette d’un passato recente e remoto, cartoline, fantasmi, ragazzi di vita (Ho dormito insieme ai sogni / e me so svejato che / erano tutti accanto a me”). 
E’ il racconto degli anni insostituibili di una generazione ed è un ascolto impegnativo e dal grande impatto emozionale, reso fluido dalla produzione (e dal pianoforte) di Francesco Santalucia, che si completa con il pendant che Tommaso Zanello gli ha voluto dare: “Corso Trieste” (La nave di Teseo), il memoir scritto e firmato a quattro mani col fratello Fabio, ambientato nei dintorni fisici e mentali della strada, del quartiere, del liceo dove i Zanello trascorrono l’adolescenza e la giovinezza in una città turbolenta, scossa dalla violenza politica, piagata dall’Hiv, elettrizzata dalla scoperta della possibilità di esprimersi, di creare la propria personale rivoluzione. “Sono due racconti in prima persona: quello di Fabio e il mio. Ognuno racconta la sua infanzia, la sua adolescenza, il suo diventare adulto” racconta Tommaso. A quel tempo Piotta, il fine dicitore rappettaro, ancora non è nato. Ma la sensazione d’avere davanti una sfilza infinita di notti da vivere come avventure, dava l’illusione dell’immortalità: a quel punto si poteva azzardare di tutto, perfino “La mossa del giaguaro”.
 

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