Francesco De Gregori e Antonello Venditti in concerto a Roma il 17 aprile 1996: anche allora non si ritrovavano da vent'anni (FILIPPO MONTEFORTE / ANSA)

Sotto al cielo di Dubai

De Gregori e Venditti ancora insieme, a celebrare un “tempo” sempre meno “nostro”

Stefano Pistolini

L'Expo 2020 negli Emirati è stata anche l'occasione di una quasi insperata reunion artistica: quella di Francesco con l'antico compare Antonello, tra "Viva l'Italia" e "Roma Capoccia". A giugno il bis all'Olimpico

Ricongiungimenti. Succedono cose a Dubai, e perfino un piccolo miracolo, nel cuore della faticata Expo 2020, andata infine in scena il mese scorso, con un anno di ritardo per via del Covid. In questa sterminata landa di padiglioni, corsie e regole, tra parcheggi oceanici e spettrali svincoli autostradali, accade che si presenti sul palcoscenico dell’arena collocata giusto di fronte allo spazio-Italia, niente meno che Francesco De Gregori, per un concerto-festa promosso dall’organizzazione Associazione diplomatici, a chiusura dei suoi corsi di formazione negli Emirati Arabi Uniti. E dunque Francesco appare ben disposto al cospetto della folta e imberbe platea e s’inoltra in una delle sue scalette modello-esportazione, quelle che mettono in fila un’impressionante sequenza di suoi capolavori, scritti negli anni. Il tutto eseguito in scioltezza da una band che beneficia del rodaggio estivo, della profonda familiarità tra i suoi membri e di arrangiamenti che rinnovano lo smalto delle canzoni, con un rock-blues disseminato di coloriture pescate ovunque nel campionario delle musiche da intrattenimento novecentesco.

 

Insomma, si è appena consumato il tripudio della platea sulle note del trascinante bis con “Il vestito del violinista”, quand’ecco che la serata assume i crismi dell’eccezionalità. Incurante di amministrare l’annuncio in questa location nel meridione del Golfo Persico – e con la medesima nonchalance che avrebbe avuto su una ribalta della Garbatella – Francesco avvisa il pubblico d’avere in serbo l’ultima sorpresa: si tratta proprio di ciò che perfino la pandemia aveva provveduto a sabotare, ovvero della lungamente vagheggiata reunion artistica con l’antico compare Antonello Venditti, per quel concertone che lo Stadio Olimpico ancora aspetta d’ospitare e che, dopo vari rinvii, sarà per il prossimo giugno. E così, questo connubio delle origini finisce per consumarsi in una notte sull’improbabile sfondo del tempio globale dell’Expo, tra tecnologia e palmizi. Dando l’impressione d’essere l’inatteso antipasto di quanto presto prenderà compiuta forma di show, ma che già adesso, nei 10 minuti che è durato, rivela indizi che fanno intravedere a sviluppi interessanti.

 

“Viva l’Italia” di De Gregori e “Roma Capoccia” di Antonello sono i due pezzi eseguiti per l’occasione in coppia, e sono anche gli opposti estremismi che si sfiorano, si toccano e poi s’incendiano, contagiando un pubblico che, anagraficamente, di questo sodalizio antico ha avuto tutt’al più qualche cenno in famiglia. Ma quel che colpisce è come sul palco di questa eccellenza musicale italiana, il fattore-energia assuma subito un valore dirompente. Tante loro canzoni – a cominciare dalle due della serata – sono veri inni e le loro voci intrecciate si rappresentano come due classici diversissimi, ma a stupire è soprattutto la ritrovata voglia di fare cose insieme, con una reciprocità che sprigiona potenza e storia, complicità e commozione. Il resto magari verrà dopo – l’equilibrio del set, il distacco dall’autocelebrazione – allorché, com’è auspicabile, questo secondo incontro assumerà una dimensione compiuta e arriveranno un repertorio condiviso e una serie di concerti.

 

Ma adesso, a prima vista, il ripassare dal via di Francesco e Antonello, dopo due percorsi individuali così importanti e riconosciuti, è qualcosa che si connette alle riflessioni su un “tempo” che a molti di noi sembra essere sempre meno “nostro”, e i cui testimoni diventano sempre più preziosi. Perché le cose tutto attorno hanno preso a correre sempre più, spingendoci a invocare punti di riferimento e segnali di orientamento, a maggior ragione sotto la mezza luna di Dubai, al centro di una monumentale esposizione fatta, nel migliore dei casi, di concetti e di propositi. E anche di tante promesse. Infinitamente più remote delle strofe di questi artisti, nelle quali a noi viene cosi naturale riconoscerci.