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A Roma Venditti fa girare la capoccia

Il cantautore tifa Fiorentina e vota Salvini. Ci manca solo il Colosseo portato a Milano

10 Marzo 2019 alle 06:00

A Roma Venditti fa girare la capoccia

Foto LaPresse

Cantava “Roma capoccia”, di cui questa pagina è un po’ figlia, ma da qualche tempo Antonello Venditti la capoccia ce la fa soprattutto girare. Roba da montagne russe. Vertigini. Settimane fa aveva raccontato di essere per metà un supporter della Fiorentina, proprio lui che è autore di tre inni romanisti, tifoso innamorato della squadra che fu di Francesco Totti, iscritto nell’iconografia stracittadina da curva dell’Olimpico, quasi come il Colosseo, la statua di Pasquino, Gioachino Belli e Trilussa: “Roma Roma Roma / core de ’sta città / unico grande amore / de tanta e tanta gente / che fai sospira’”.

 

Adesso, a settant’anni, oltre a essere diventato a quanto pare mezzo viola, Venditti è pure diventato di destra. E qui la capoccia, roteando roteando, quasi ci si svita dalla testa.

 

Il cantautore della sinistra romantica, l’amico di Dalla e De Gregori, sostenitore di Walter Veltroni sindaco, lui che cantava i funerali di Berlinguer con la voce rotta (“Enrico, se tu ci fossi ancora / ci basterebbe un sorriso / per un abbraccio di un’ora”), è diventato salviniano. Caspita. “Sarebbe interessante trovare un giovane uomo o donna di sinistra che abbia la capacità di comunicare con gli altri come fa Salvini”, ha detto Venditti a Malcom Pagani, che lo intervistava su Vanity Fair. “Perché Minniti non è stato eletto neanche nel suo collegio? Perché era un corpo estraneo, in un corpo già estraneo al paese come è oggi il Pd. Non era l’incarnazione di un’idea. Era disorganico a una cosa già disorganica di per sé. Mentre Salvini è organico a tutto quel che dice”. Imitandolo, forse oggi Guzzanti gli farebbe cantare: “E se nasce una bambina noi / la chiameremo Pontida”.

 

E la capoccia gira. Sempre di più. Vorticosamente. Cantava: “Mi chiamo Aicha come una canzone / sono la quarta di tremila persone / su questo scoglio di buona speranza / scelgo la vita / l’unica salva”. Adesso dice: “Sulla Diciotti Salvini ha agito in nome di un superiore interesse nazionale, l’hanno capito tutti. Tutta Europa. In Italia invece siamo alla procura x che manda un avviso di garanzia e in questa confusione di linguaggio e di poteri, alla fine, le ragioni di chi grida allo scandalo sono deboli, perdenti, inutili. Vuoi smontare un governo per l’alzata di scudi di una procura? Dove pensi di andare?”.

 

Non gli piace più tanto la Roma, non gli piace più la sinistra, abbandona il solidarismo. E’ come se Venditti volesse evadere da se stesso, avere il piacere e il dispiacere d’essere molti, di essere un altro. Creatore e negatore della sua biografia potrebbe persino finire col cantare una canzone in un dialetto che non è il romanesco. Chissà. Brucia così, magari dissimulando, una scoria di tristezza. A conferma del fatto che il cosmo che ci ordina e lo spirito che ci abita non sono mai irrevocabili. Perlomeno il Colosseo, Trilussa, Belli e Pasquino quelli non cambiano. Stanno qui. Fermi. Piantati.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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