ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

De Gregori insegna come si fa musica dal vivo nell'Italia del Covid

Stefano Pistolini

Il concerto del cantautore nel cuore dell'Umbria, con la sensazione di un ritorno al futuro

E allora andiamola a cercare questa molto vilipesa musica dal vivo nell’Italia del Covid, per vedere come si fa, come vanno le cose, che aria tira. Ci spingiamo dentro al cuore dell’Umbria, nella nobile Acquasparta, paese reale e identità forte, perché al campo sportivo suona Francesco De Gregori, l’organizzazione collettiva è esemplare e tanta gente ha macinato chilometri per salutare il beniamino in questa confortante cornice provinciale. De Gregori quest’estate non ce l’ha fatta più a star fermo, lui che da tempo s’è messo nei dintorni del concetto “neverending tour” battezzato dal mentore Bob Dylan: suonare per vivere, oltre che per campare, per dare un senso al tutto, a dispetto del reticolato di precauzioni che ha narcotizzato la musica in Italia, al punto che adesso diventa difficile farla risvegliare.

 

D’estate Francesco ha preso posizione a latere della sortita di Salmo e del suo concerto di provocazione, dicendo che era comprensibile e concepibile rompere argini e sbarramenti, fare una mossa disubbidiente, sparigliare e dare un segnale, perché l’arrendevolezza del mondo musicale italiano lo deve aver lasciato interdetto, e forse deluso. Poi, da parte sua, con la consueta compostezza, ha serializzato la questione con l’atteggiamento che ci si aspetterebbe da un emergente ventitreenne di fronte alla prima estate di lavoro musicale: ha detto ai suoi che si ricominciava, sia pure tra le restrizioni che rendono tutto complicato, si ripartiva con umiltà e motivazione. E ha accettato tutto, qualcosa tipo 36 concerti nei mesi caldi, con un calendario schizofrenico che l’ha rimbalzato da nord a sud come in un flipper o, appunto, come tocca alla band col pulmino e tanti sogni. Però è andata bene, anche se per lui vedere quelle platee circoscritte e lunari dev’essere stato strano, in questi tempi in cui le adunate oceaniche del pop vengono evocate come riti satanici. E strano dev’essergli sembrato il distanziamento in platea, il “tutti seduti al massimo dritti al bagnetto”, quella sensazione di badare a non sbagliare che ti prende, se passi una serata davanti a un palco di suoni e luci.

Comunque, nell’epilogo di quest’altra estate incerta per gli artisti, ci si ritrova sul prato erboso di Acquasparta e la sensazione è strana e settembrina – sembra un po’ un déjà-vu di tempi lontani, un po’ un ritorno al futuro, per come si stanno instradando le cose in questo settore, e chi avrebbe mai potuto pensarlo. Per fortuna c’è De Gregori a rimettere in ordine il mazzo di carte e lui è in forma, magro e molleggiato a centro palco, con l’aria sbarazzina dei ragazzetti l’ultimo giorno di scuola, perché per lui è l’ultima tappa di un tour de force di fatica e volontà, poi un po’ di riposo, e tanto vale godersi il fresco, il pubblico affettuoso e una band rodata, che va giù di rivisitazione rock blues (organo Hammond incluso) dei classici e di pezzi meno abituali, inclusa una riproposizione di “Nero” in cui Francesco fa il verso a David Bowie – e già questo vale la trasferta.

 

Ma il bello è già arrivato prima, quando De Gregori, in apertura di concerto, si è presentato sul palco da solo, chitarra acustica, armonica e voglia di parlare, perché l’atmosfera è propizia e l’Umbria è la sua seconda casa. Racconta che così, praticamente disarmato, usciva alla ribalta anche da giovanissimo, quando non lo conosceva nessuno e apriva il concerto a un rinomato gruppo metallaro. Il pubblico era là per loro, per quelli con le chitarre fumanti, ma lui per contratto doveva fare tre pezzi, sennò non lo pagavano. Se andava bene, diceva l’impresario, poteva fare il quarto: “Non ci sono mai arrivato. E a metà del terzo cominciavo ad accelerare e a togliere gli aggettivi”, racconta. “Sentivo l’odio di quelli là sotto salire come un’onda tellurica, ma ancora dicevano solo cose gentili tipo ‘Vattene’. Da lì ho imparato che non bisogna mai fare più di tre pezzi per chitarra e voce”. Stasera perciò ci fa “Cose”, “L’uccisione di Babbo Natale” e “A Pà”, il pezzo dedicato a PP Pasolini nel 1985, su “Scacchi e Tarocchi”. Sarà un po’ questa improvvisata, sarà questa connessione tra com’eravamo e come possiamo ancora essere, saranno i versi su una “Roma così vicina e così lontana” ma, insomma, tutto sembra assumere un significato. E appare lampante che tornare on the road, come ha fatto Francesco, sia stata una scelta saggia, lungimirante e perfino un po’ rock.
 

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