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La serotonina musicale di Billie Eilish

L’eclettica cantante non sarà il nuovo faro dell’industria musicale, ma è il perfetto accompagnamento, costruito a tavolino, di questi strani anni raccontati dai ragazzini

11 Agosto 2019 alle 06:00

La serotonina musicale di Billie Eilish

Billie Eilish

In uno scenario musicale da un po’ sullo stagnante, Billie Eilish è entrata come un coltello nel burro. Pilotata dalla migliore sigla discografica pop di questi ultimi anni, la Interscope, ha presentato un’offerta vincente perché perfettamente seducente per il pubblico di riferimento: una ragazzina radiosamente bella, proprio come milioni di sue coetanee, del tutto inserita nel flusso di stili, comportamenti e linguaggi della sua generazione. Proveniente da una matrice culturale emblematica come un’area residenziale piuttosto cool di Los Angeles, è cresciuta in una famiglia di gente di spettacolo, con un fratello dotato dal punto di vista musicale, ma in cerca del format per dare senso alla sua vocazione. E poi lei, Billie in prima persona, con una predisposizione accentuata – al limite di una sfrontatezza un po’ cinica – nell’incarnare il tutto, nel condensare queste prerogative sotto forma di progetto artistico. Una volta che è subentrata l’industria, ha mostrato per ora disinvoltura e capacità nell’interpretare un ruolo che le è del tutto limitrofo, edificato a sua immagine e somiglianza, quello di una teenager americana molto sveglia, che compirà 18 anni sul finire del 2019.

 

 

Poi, e soprattutto, c’è il versante musicale del discorso, senza il quale quest’introduzione potrebbe riguardare una qualsiasi delle migliaia di giovanissime che scrivono canzoni, imparano a cantarle piuttosto bene e poi si chiedono quale sia la strada meno ingorgata per ottenere un minimo di attenzione e avvicinarsi a un sogno che ancora è a tinte pallide. Certo, ci sono i talent e i loro spossanti gironi di qualificazione. Soprattutto c’è il web dove postare quel che si sa fare e stare a vedere se succede qualcosa. Ma la partenza dev’essere bruciante, per giustificare qualche decente ambizione. E a Billie e al fratello Finneas, che è sempre il suo partner nella premiata ditta, le cose sono andate proprio così, segno che ciò che hanno proposto esponeva da subito prerogative forti, riconoscibili non solo dal pubblico di Soundcloud – il sito di condivisione musicale dove si sono presentati – ma anche agli addetti ai lavori che scandagliano questi ascolti come un tempo passavano le notti nei clubbini, ad ascoltare degli sconosciuti.

 

   

Billie ha solo 13 anni quando su internet fa capolino “Ocean Eyes”, fatta in casa con Finneas, e provoca un piccolo tsunami del quale chiunque lavori nel settore non può non accorgersi. Ai due ragazzini basta quella canzone per colpire con sapienza al cuore il pubblico di “13” e di “Stranger Things”. Performance piuttosto impressionante, nata da una competenza che è anche un’appartenenza a uno stile di vita, di consumi, di gusto. Loro vengono da là dentro, e perciò ne possiedono il suono, l’intenzione, la natura: una voce adolescente sognante, un romantico tappeto elettronico, una visione impalpabile, generica ma suggestiva – poi ciascuno ci metta del suo: “Non smetto di pensare alla tua mente di diamante / ho fatto amicizia con il tempo / Quegli occhi dell’oceano / Sai come farmi piangere”. I numeri sono virali e la macchina-Eilish si mette in moto.

 

 

 

L’etichetta Interscope ha presentato un’offerta vincente perché seducente per il pubblico di riferimento, fatto da adolescenti

Un aspetto interessante della storia, è che da subito è un affare di famiglia. La famiglia O’Connell (vero cognome di Billie, Eilish è il secondo nome) sbarca malamente il lunario: papà e mamma lavorano solo saltuariamente all’estrema periferia del mondo-Hollywood e Finneas conosce la grammatica del pop contemporaneo, è bravo, avrebbe anche la faccia, ma gli è sempre mancato il grip per farcela. Ora che Billie si rivela la puntata giusta, non si fanno prigionieri e tutta la famiglia si concentra esclusivamente su di lei, con una disciplina militaresca che evoca quelle commedie cretine sulle vacanze in campeggio degli americani.

 

Una delle astuzie, forse la più acuta partorita dal consesso degli O’Connell, è quella di proteggere quanto più possibile Billie dalle contaminazioni col mondo esterno, leggi i procedimenti produttivi nel making of di una popstar, con mestieranti ed esperti di focus su “ciò che si aspetta il pubblico” radunati per “creare” il personaggio, anziché stare a vedere dove va da solo. Che invece è quel che viene preteso da Patrick e Maggie, mamma e papà che avranno siglato per conto della figlia minorenne i primi contratti da recording artist. E’ pur vero che questa versione dei fatti è già parte della leggenda e che alla fine, anche se nelle interviste Billie, con aria slacker, garantisce che le cose siano andate proprio così e che a lei non mette i piedi in testa nessuno – “Tyler the Creator, Lorde, Childish Gambino, Avril Lavigne e Justin Bieber: sono loro ad avermi creato”, racconta in una chiacchierata rivelatrice sul sito di Pitchfork, definendo in modo credibile, la sua genesi musicale – un ascolto attento di “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?”, il suo album di esordio, rivela un evidente doppio piano di lavoro: prima quello che Billie ha continuato a fare con Finneas nella cameretta di lui, dov’è ancora montato il mini-studio di registrazione, un computer, una tastiera, una chitarra, un microfono e parecchio software. E dove i versi che Billie si appunta sul quaderno diventano canzoni multigenere, capace di zompettare ecletticamente dalla ballata al rap melodico, citando di tutto, i riflessi dark di Lana Del Rey, il pop sintetico di Dua Lipa, i beat della Edm bianca.

 

 

In seconda battuta, per arrivare allo smagliante risultato finale, le idee di Billie e le intuizioni di Finneas hanno ricevuto una postproduzione magistrale nel portare il lavoro in esatta congiunzione con le aspettative e la sensibilità di un pubblico. E voilà, l’aggancio è fatto: la naturalezza di uno slancio originale e la competente finalizzazione di attenti conoscitori del mercato per dar vita a un nuovo disco-prototipo. Che diventerà una reference negli anni a venire, come, per citarne un’altra, capitò con “Back to Black” di Amy Winehouse – altro target, altro tempo, ma stessa tecnica di perfezionamento applicata su un modello ben avviato. In sovrappiù metteteci il florido versante video della produzione di Billie: horror, sangue incubi e suburbia, gli stessi ingredienti dei film de paura da multiplex, con cui si è sporcato le mani, in versione manga (“You Should See Me in a Crown”) perfino uno come Takashi Murakami, per non trascurare il florido bacino del mercato d’oriente.

 

Billie ha solo 13 anni quando su internet pubblica “Ocean Eyes”, canzone fatta in casa con il fratello Finneas. E’ uno tsunami

Il contagio è ufficialmente cominciato, il gioco funziona, l’effetto si espande, come cerchi nell’acqua, in tutto il pianeta. Billie è il nuovo prototipo di teenstar americana a tasso globale, per quanto faccia finta che la cosa la disgusti un po’. E’ così e lei sta al gioco, perché le è naturale essere la ragazzina americana piena di tic e con tracce di sindrome di Tourette, ribelle il giusto, consapevole il giusto, sognatrice il giusto, sfrontata moltissimo, creativa con un innegabile tocco di classe camp. E’ un modello che non tramonta, potete giurarlo, chiedetelo a Katy Perry, Miley Cyrus, o a Lana Del Rey se si vuol essere più sofisticati. Il fatto è che un album così è il miglior ascolto possibile, se andate a lavorare in metropolitana la mattina con la testa piena di pensieri, o sull’autobus verso la scuola, o nella macchina incastrata nel traffico: puro miele da cuffia. Serotonina musicale. Sfiora congiunzioni cerebrali, solletica centri nervosi, commuove e tantissimo coinvolge, induce all’autocontemplazione e stuzzica malconci narcisismi. Fa bene, insomma, soprattutto se si hanno quindici anni, sulla carta d’identità o anche solo nel modo di emozionarsi, in controtendenza ai quaranta che vi sentite sulle spalle. Certo, meglio essere ampiamente under venti per viversi questa cotta fino in fondo, senza mediazioni e con lo slancio che la renderà memorabile per il resto della vita. “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?” è il disco che terrai per sempre nel telefonino e lo sguardo torbidamente gotico di Billie, quando fa le pose per i fotografi, entrerà nella galleria di ricordi sempreverdi (quando invece, anziché fare la figa copiando le modelle di Instagram, le immagini di Billie sono in movimento e lei parla e si agita, emerge tutto un altro carattere, mascolino e irruento, molto opinionated, pronto a spararle grosse, certamente un talent nelle gare di rutti con gli amici).

 

Il disco d’esordio fa bene soprattutto se si hanno 15 anni, sulla carta d’identità o anche solo nel modo di emozionarsi

Adesso la campagna promozionale orchestrata da chi sente di aver trovato la pepita grossa non va molto per il sottile: il genere di comunicazione è quello della “rivelazione”, nemmeno fossimo di fronte a una nuova Annunciazione. Sembrerebbe che perenni rockstar facciano a gomitate tutte le sere davanti ai camerini della Eilish – Eddie Vedder, Thom Yorke, Dave Grohl – impegnate a sancire che lei è il futuro della musica, anzi del rock, che quindi ufficialmente è vegeto e rivive nella villetta unifamiliare degli O’Connell. Noi, memori delle ondulanti parabole di Avril o di Lorde – altre “annunciate” al momento del decollo – siamo più cauti.

 

 

 

Il disco di Billie è bellissimo e non ci si stanca d’ascoltarlo, nell’estate in riva al mare. Ma la sensazione è che the time it’s now per lei, tutto e subito, perché questo è il senso del suo successo: la ragazza giusta al momento giusto. Perché è forte e indifesa al tempo stesso. Perché dice fanculo a Trump e alla legislazione contro l’aborto. Perché parla dei mostri sotto al suo letto. Perché cambia colore ai capelli tutti i giorni e nel farlo, miracolosamente, non sembra ridicola. Perché dice con naturalezza che punk è bello, anche adesso, fuori tempo massimo. Perché è il risultato di un’evoluzione e di una mutazione che vengono da così lontano che non ci si ricorda nemmeno come sia cominciata, ma che, in quanto tale, continuerà a ruota libera e a velocità variabile. Ingioiando anche Billie Eilish, normalizzandola, dopo averla digerita, allorché lei si affannerà a rifare i suoi mantra della malinconia e dell’inconsistente decadenza americana.

 

La campagna promozionale orchestrata da chi sente di aver trovato la star non va molto per il sottile. L’ennesima “rivelazione”

Essere Madonna, tenere duro, è un lavoro maledettamente difficile, che provoca sofferenza e gioia a tassametro. E’ quasi un’ostinazione, il voler trasformare in arte il fare canzonette e poi il cantarle saltellando. Ci vuole una testardaggine che confina con la follia, se anche una come Lady Gaga, a un certo punto, l’ha data su. Billie dà più la sensazione di un momento, di un bagliore di una luce intensa. Un flash, più che un faro che si soffermi a illuminare pazientemente gli anfratti della nostra immaginazione.

Stefano Pistolini

E’ nato a Roma e poi è andato a Milano, dove dai gesuiti ha imparato a giocare a basket, e in America, dov’è convinto d’aver capito la musica. Ha scritto tre libri (sulla gioventù difficile, sulla perduta innocenza e su Nick Drake) e ha lavorato tanto in radio (adesso a Radio24). Ha girato un film sullo skateboard e realizza inchieste tv, le ultime sui neocon, sui creazionisti e sull’eredità di Lincoln. E’ tenuto su da due figli, Benedetta e Giovanni, col quale nei weekend vede partite di pallacanestro dei campionati minori, dove tutto si ricompone.

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