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La storia di "Itaca" di Dalla, cortocircuito tra canzone e letteratura

Spesso dimenticato dal grande pubblico, il brano dell'artista bolognese cela diversi aneddoti. Soprattutto sulle strofe cantate dal coro

5 Marzo 2019 alle 16:25

Cosa lega Ulisse, Brecht, Dante, Proust e Kunta Kinte? “Capitano che hai negli occhi/ il tuo nobile destino/ pensi mai al marinaio/ a cui manca pane e vino?”. Tra le tantissime canzoni di Lucio Dalla, “Itaca” non è forse di quelle che ha avuto più successo. E forse non se la ricordano molti di coloro che sanno invece a memoria i versi di “Caruso”, “L’anno che verrà” o “Attenti al lupo”. Però è una canzone che merita comunque di essere raccontata.

 

“Capitano che hai trovato/ principesse in ogni porto/ pensi mai al rematore/ che sua moglie crede morto?”, continuava a chiedere il marinaio di Ulisse, nel testo firmato oltre che da Dalla anche da Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti. La cultura occidentale inizia con Omero, e anche “Itaca” era quasi simbolicamente all’inizio di un album che si intitolava “Storie di casa mia”. Come a dire, che sono l’Iliade e l’Odissea la prima della storie di noi tutti. Tra queste storie, va ricordato, c’era anche “4 marzo 1943”, terzo posto al Sanremo del 1971 e primo grande successo di Dalla. Il titolo era la sua stessa data di nascita, che è stata appena celebrata. Ma anche quella vicenda parlava di un uomo che “veniva dal mare”, come il rematore di Ulisse. E “La casa in riva al mare”, pure di Dalla-Baldazzi-Bardotti, era il titolo della prima canzone del lato B. “Come è profondo il mare”, “Ma come fanno i marinai” e la stessa “Caruso” sono titoli della carriera successiva di Dalla che sembrano confermare una attrazione oceanica non del tutto scontata, per un bolognese.

 

Tradotta nel 1997 anche in greco moderno, Itaca è un esempio di cortocircuito tra canzone e letteratura, tema già affrontato in passato.

 

“Capitano le tue colpe/ pago anch’io coi giorni miei/ mentre il mio più gran peccato/ fa sorridere gli dei/ e se muori, è un re che muore/ la tua casa avrà un erede/ quando io non torno a casa/ entran dentro fame e sete./ Capitano che risolvi/ con l’astuzia ogni avventura/ ti ricordi di un soldato/ che ogni volta ha più paura?”, continuava a lamentarsi il rematore. Per poi però alla fine ammettere: “Ma anche la paura in fondo/ mi dà sempre un gusto strano.../ Se ci fosse ancora mondo/ sono pronto, dove andiamo?”. La rilettura brechtiana dell’Odissea, alla fine, si risolveva dunque in quella dantesca: “Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza”. Una cifra forte del brano era un “coro popolare” di dipendenti della casa discografica Rca rastrellati per l'occasione in sala di incisione, che battendo le mani scandivano il ritornello: “Itaca Itaca Itaca/ la mia casa ce l’ho solo là,/ Itaca Itaca Itaca/ a casa io voglio tornare/ dal mare dal mare dal mare”. Definito “pacchiano” da qualche critico, il coro rappresentava però nel modo più eloquente la folla dei poveri cristi che sono poi quelli che portano il peso delle ambizioni dei grandi uomini. E Dalla, a un certo punto nelle sue esecuzioni dal vivo, preferì tornare dal dantesco al brechtiano sostituendo il rassegnato finale con un rabbioso: “Ma se non mi porti a casa/ capitano, io ti sbrano”.

 

E qui arriva la sorpresa finale. “Itaca! Ma c’era anche mio padre a cantare e a battere le mani in quel coro!”. L’inaspettata Madeleine da Fabio Cappuccitti, che racconta: “Il coro della canzone è stato creato al momento con i dipendenti della Rca. Tra i tanti c'era anche il mio papà, all'epoca dipendente della casa discografica. Registrarono al termine della festa annuale che l'azienda teneva, nella quale venivano premiati i servizi più efficienti, i dipendenti che raggiungevano determinati anni di anzianità. Normalmente finivano tutti brilli. In quell'occasione, da quasi ubriachi, registrarono con Lucio Dalla”.

 

Sembra che ci sia anche qualche foto dei coristi “bicchieri in mano!, mentre sono in sala di registrazione a ugole spianate”. “Era il periodo di basette extra large, pantaloni a zampa di elefante, cravatte da un ettaro... E pure psichedeliche!”, dice Cappuccitti. “Dalla, Morandi e qualche volta anche Baglioni, che però a detta di mio padre era una bella sega, al sabato mattina partecipavano alle partite di calcio aziendale che facevano nel campo all'interno dello stabilimento di Via Tiburtina”. “La strada di Pescara” cantata in una canzone di Francesco De Gregori dedicata a Pannella, ma anche a quella storica sede. “Qualche volta andavo anche io. Ho anche delle foto con Lucio Dalla, io bambino, e Morandi. Morandi era un vero cavallo”. Ulteriore notazione storica: “Era stato registrato un pomeriggio di venerdì e mio padre avrebbe dovuto raggiungerci in vacanza, arrivò a notte fonda. Mezzo ciucco. Mia madre non la prese benissimo, diciamo”.

  

Nel libro “Da Omero al rock”, nello spiegare il potere della memoria nella cultura orale, si rievocava la vicenda di “Radici”. Alex Haley che va in Gambia per verificare il ricordo orale di famiglia sull’antenato Kunta Kinte che ragazzino era stato rapito dai negrieri mentre stava nella foresta a cercare un tronco per farsi un tamburo, e nella interminabile nenia cantata da un griot sulla storia del clan dei Kinte a un certo punto ritrova la stessa storia. Anche qui, una storia arrivata per altra via è stata verificata! Una vera Odissea…

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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Commenti all'articolo

  • Dario

    Dario

    06 Marzo 2019 - 10:10

    Caro Stefanini, complimenti per questa rievocazione di una canzone bellissima di Dalla. Mi permetto di aggiungere in questa rievocazione di ascendenze omeriche anche "Ulisse coperto di sale", ancora meno nota di Itaca, ma davvero visionaria e struggente.

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  • ncisbani

    06 Marzo 2019 - 01:01

    Da notare altresi' che una canzone che ha per tema un classico dell'antichita' greca prevede un coro che era elemento importantissimo nelle tragedie greche. In proposito si rileggano le coltissime pagine di F. Nietzsche "La nascita della tragedia" ove il filosofo sottolinea e si rammarica che a noi non e' pervenuta la parte musicale delle tragedie greche classiche ma solo il testo.

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