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Il mezzo disastro della prima serata di Sanremo 2019

Nove parole per capire come è andato il debutto del Festival della canzone italiana tra complotti, gag così e così e problemi audio

6 Febbraio 2019 alle 10:33

Il mezzo disastro della prima serata di Sanremo 2019

Complotto. Complotto sin dal primo minuto. Si vede che è il festival del cambiamento. Tutto un complotto di cose ha fatto dire a molti che Claudio Baglioni è intenzionato a fermarsi a Sanremo 2019. La prima di queste cose: il dirottatore ha aperto il Festival cantando, assieme coi suoi copiloti, “Via” (Voglio andar via i piedi chiedono dove ma via tanto non ti perderò perché tu non sei mai stata mia). La seconda: la dolosa sconcezza di quel “il 69 è il nostro numero magico”, pronunciato sempre dal dirottatore e sempre nei primi minuti della prima serata, quando i bambini fanno ancora oh davanti alla tv. Auto-sabotaggio. La terza: la sciatteria e noiosità dello spettacolo, che sarebbero state frastornanti come fuochi d’artificio per un micio pure se non ci fosse stato il paragone con la sfavillante bellezza dello scorso anno (e dire che di vedere Virginia Raffaele per ore e ore, cinque sere di fila, su un palco, lo sognavamo da quando chi non lavorava non faceva l’amore, più o meno).

24. Come i mila baci con cui felici corrono le ore. Come le ore delle aperture no-stop dei supermercati prima del sovranismo. Come i crediti formativi in discipline antropo-psico-pedagogiche e metodologie e tecnologie didattiche (ma è un rap inedito di Franco Battiato?) necessari a concorrere per una cattedra da prof di scuole medie. Come le canzoni del Festival con cui gli italiani sono stati presi a mitragliate ieri sera, in un tentativo di sanare il deficit di attenzione manu militari: se al nono pezzo già non ce la fate più, razza di smidollati palle di lardo, noi ve ne serviamo 15 in più.

Hakuna matata. La sola battuta scorretta di tutto il Festival l’ha detta Bisio nel monologo in difesa di Baglioni, colpevole di aver sobillato i migranti, convincendoli a venire da noi: “Loro non ci pensavano nemmeno, stavano belli lì paciarotti con il pentolone, a cantare Hakuna matata”. Luca Morisi, il Manlio Sgalambro di Matteo Salvini, gli ha dato del razzista. Ora anche i leghisti si appropriano dell’appropriazione culturale, come siamo ridotti. (Forza Bisio sempre, naturalmente)

 

Il Chiodo. Quello a cui meriterebbero di essere appesi i contratti dei fonici di Sanremo, che anche quest’anno sono riusciti a non farci capire niente di niente di nessuna canzone. Gli unici testi di cui abbiamo distinto le parole sono stati i gregoriani della pubblicità della serie tv su “Il Nome della Rosa”. Audio pessimo persino fuor di canto: alcune di noi hanno sentito TAV anziché DUB durante la gag di Raffaele e Baglioni (“A Cla se balla così, guarda er braccio, no ‘a gamba”) e si sono agitate pensando si trattasse di propaganda di regime.

 

Quello (il chiodo, sempre) che Bocelli indossava 25 anni fa e che ieri ha lasciato in eredità a suo figlio, prima di cantare con lui “Fall on me”, la “Father and Son” italiana. Cat Stevens diceva a suo figlio di prendersela comoda, magari sbagliando, certamente amando, guardando suo padre, vecchio ma felice per essersela sempre presa appunto comoda. Bocelli invece dice a suo figlio “sorriderò se nel tempo che fugge mi porti con te”. E noi pensiamo ancora che il problema dei maschi di questo paese siano le mamme chiocce.

 

Il senso. Basta canzonette d’amore, sull’amore, per l’amore. Il Sanremo del cambiamento vira sul significato ultimo delle cose, per concludere che è il caso di rinunciare a capirlo. E questa sì che sarebbe propaganda di regime, se non fosse che è semplicemente spirito del tempo.  Quindi, Arisa, come sempre vestita da un ipovedente e come sempre presentatasi servendoci la cartella clinica dell’ennesimo “nuovo corso” della sua vita, ha cantato: “Ritrovare un senso a questo assurdo controsenso è solamente la più stupida follia, se non ci penso più mi sento bene”. Simone Cristicchi: “Non cercare un senso perché tutto ha senso anche in un chicco di grano si nasconde l’universo”.

 

Gli arzilli. Patty Pravo è salita sul palco in tailleur broccato rosso, con i capelli sistemati in dread. Sembrava Marco Maccarini, il vj di MTV di quando i millennial andavano a scuola. Una ragazzina. Straordinaria. Loredana Bertè roca, fiera, precisa e scomposta (certi paradossi riescono solo a lei), nossignora da decenni, un tuffo dove i capelli sono più blu, niente di più. Meravigliosa. Giorgia, vestita da Madre Natura, è tornata come ospite a tentare di dimostrare che è lei, solo lei The Voice of Italy, ma noi siamo il paese dell’immeritocrazia e quindi esportiamo Laura Pausini. Lei, invece, la teniamo sotto spirito, nella boccettina dell’Acqua di Rose, dove si mantiene giovane, bellissima e magra per sempre. “I ragazzi stanno bene, hanno il fuoco nelle vene” dei Negrita, naturalmente, si riferisce agli e alle over cinquanta. Perché gli ante cinquanta son tutti un Nigiotti che ha cantato che gli manca suo nonno, che lo ha lasciato in un mondo di “centri commerciali al posto del cortile” dove “si parla più l’inglese dei dialetti nostri” (ma è la prossima colonna sonora del raduno di Pontida?).

 

Nostalgia. Quando Favino è salito sul palco ci siamo sentiti tutti terribilmente orfani, abbiamo urlato: passerotto, non andare via! Ma lui è andato via, neanche il tempo di spiegarci bene come mai usa ancora “il telefono coi tastini”. Le cose belle della vita o sono immorali o fanno ingrassare o sono un #favinonudo che fa il Sanremo più bello della storia dei Sanremo e poi viene sostituito da Claudio Bisio.

 

Mi butto? Ha detto Rocco Papaleo prima di scendere la fatidica scalinata, che naturalmente non era pronta (l’audio un disastro, le scenografie pure, della grafica per gli spiegoni del televoto non parliamo neanche: sembrava un pomeridiano su La7). Grande metafora della Basilicata malservita dai mezzi di trasporto (hanno pensato i complottisti).

 

Armonia. E’ andata malissimo. Però Baglioni ha detto, in apertura, una cosa bella e vera: “L’armonia non è una condizione di partenza, ma di arrivo”. Crediamogli. Aspettiamo. Condoniamo. Magari si riprendono. Dio, per piacere, fa’ che si riprendano - se non per noi, fallo per gli inserzionisti.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    06 Febbraio 2019 - 14:02

    Non si ha mai il coraggio di cambiare e la ripetizione fa il resto. Il resto è noia. Baglioni stecchito come un baccalà rimane tale, Bisio sembra un incomodo di quello che fu il festival l’anno scorso e la Raffaele è una brava imitatrice e basta. Tre ore di Raffaele non cambi canale, cambi televisione. Poi ci mettiamo la media dell’età dei tre ed il gioco è fatto. E non si venga a dire che Sanremo non è lo specchio di un paese di vecchi. Abbiamo altri cantanti che potrebbero fare il festival, bastava avere coraggio. Recupereranno? Forse ma abbino il coraggio di farsi da parte e reinvetare in corsa. Baglioni datte na mossa.

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