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Prima di ogni Fedez

Il grillino sciolto è cresciuto, s’è placato, s’è ingabbiato. Breve storia della sua ultima canzone

12 Novembre 2018 alle 10:26

Prima di ogni Fedez

Foto LaPresse

Nell’ultima canzone di Fedez, coniugato Ferragni, 8 (otto!) milioni di visualizzazioni su YouTube nei primi sette giorni dall’uscita, il due novembre scorso, c’è un verso che fa: “Perché in testa c’ho la Nasa, perché non sono mai a casa”. E’ una rima bellissima, un bacio stupendo, un’immagine straordinaria e rassicurante di futuro come dovrebbe essere e come difficilmente sarà: l’uomo con un’agenzia spaziale in testa, che lancia e comanda missili e Shuttle e sonde col pensiero; l’esplorazione dell’universo disintermediata, via gli astronauti, le navicelle, i satelliti, perché basta la testa, basta un uomo qualunque, basta concentrarsi; quello stesso uomo con il cielo e i buchi neri e le stelle nella testa, ha una casa costruita intorno a chi ama e di cui ha nostalgia, proprio come noi, che siamo il suo passato lontanissimo. Stiamo esagerando? Può darsi. E’ Fedez. E’ pur sempre, soltanto Fedez. Quel verso l’avrà scritto senza pensarci, è un accidente, è un caso, è culo. E poi non dice Nasa, dice nausea ma gli esce nausa per colpa dell’autotune e del cockney milanese e dell’esigenza metrica, dopotutto nausea è più coerente con la sua poetica, ammesso che ne abbia una, con il suo frasario, con la sua estetica, se così la possiamo chiamare. E fine della magia. I siti che riportano il testo del pezzo non sono meno divisi di noi aspiranti vecchi che ne discutiamo: certi riportano Nasa, certi altri nausea. Di Fedez si discute molto, tra post trentenni, ed è assai faticoso, è tutto un indignarsi per deliberare, tutto un giudicare per condannare, è come twittare (se va bene) o come parlare di calcio con uno che gioca a golf (se va male). Tra post trentenni, qualcuno ogni tanto cita ancora Filippo Facci, che lo definì “rapper cretino per femminucce, menestrello dei decerebrati No Expo, illetterato brufoloso” (ci mancava solo “paramecio”, ma quello lo dice Peter Pan quando è diventato avvocato e intavola una battaglia dialettica col teppista che ha preso il suo posto all’Isola Che Non C’è, dove è tornato per riprendersi i suoi figli rapiti da Capitan Uncino, in Hook di Steven Spielberg).

  


“Perché in testa c’ho la Nasa, perché non sono mai a casa”, è una rima bellissima, l’immagine del futuro come dovrebbe essere


 

I post trentenni non hanno ancora perdonato il Fedez che suonava al Leoncavallo, che litigava con Giovanardi, che scriveva su Twitter, che accusava i giornalisti di propalare bufale per accaparrassi dei clic, che appoggiava i No Expo anche quando i No Expo distruggevano il centro di Milano (lui scrisse che i loro danni erano “comunque poca cosa rispetto alle infiltrazioni mafiose e alle speculazioni economiche”; scrisse persino “Sono con voi! #noexpo”): il rapper à penser, come lo definì Dario Di Vico. Un grillino sciolto. Un fastidioso post adolescente tutto rumore e niente contenuto che facemmo l’errore di prendere a odiare. Alcuni gli diedero del fascista. Due deputati del Pd, Federico Gelli ed Ernesto Magorno scrissero a Sky per chiedere la sua esclusione dalla giuria di X Factor perché manifestava in modo troppo esplicito le sue preferenze politiche (aveva addirittura scritto l’inno del 5stelle, in occasione di un raduno al Circo Massimo). Era solo il 2014, lui non era ancora il marito di una influencer planetaria che ha fatto di lui uno specchietto d’influenza, però contava, e cominciava a esser chiaro che sbolognarlo dandogli del cretino era non solo semplicistico e sborone e insufficiente, ma soprattutto controproducente. I post trentenni non gli perdonano neppure ancora il sodalizio con J-Ax, anche se con la musica di J-Ax ci sono cresciuti, la prima fidanzatina e il primo fidanzatino hanno imparato ad amarlo con la Gigugin degli Articolo31 – Gi gi gi gi gigugin perché il mio cuore batte un tempo swing – e i primi moti di protesta li hanno rallegrati con J-Ax in sottofondo che cantava: “Ohi Maria ti amo, ohi Maria ti voglio”. E’ controverso e molto dibattuto anche chi abbia guadagnato di più da questo strambo duetto, se il giovane vecchio che ha preso per mano il bambino prodigio o viceversa, l’uno consacrando l’altro agli occhi del proprio pubblico, portando insieme, alla stessa foce, due generazioni vicine ma diversissime. Fedez e J-Ax, gli spietati uguali a Gli Spietati dei Baustelle, quelli che salgono sul treno e non ritornano mai più e sono il sasso e la rugiada e non vogliono mai la verità: gli davamo tutti dei cretini (lo erano?) e fatturavano milioni e facevano i bulli con chiunque guadagnasse meno di loro (quindi moltissima gente, più o meno chiunque capitasse loro a tiro) e si facevano gli scherzi su “Le Iene”, il giovane vecchio per dimostrare all’Italia quanto in forma e astuto fosse lui e quanto puro e incorruttibile fosse il suo compare (J-Ax aveva fatto credere a Fedez di essere stato coinvolto in una truffa di secondary ticket e bagarinaggio e che presto i suoi fan lo avrebbero scoperto e sarebbe stato impossibile dimostrare che lui non era complice, ma vittima: Fedez aveva pianto per ore, disperato, gli erano quasi spariti i tatuaggi, gli si erano rimpiccioliti gli occhi e gonfiati gli zigomi) e il giovane prodigio, invece, per vendicarsi. Fedez, invece, aveva fatto in modo che J-Ax rimanesse bloccato in ascensore per molto tempo, convincendolo che nessuno sarebbe andato a tirarlo fuori abbastanza presto da evitargli un collasso. In questa ripicca così ingenua, così poco fantasiosa, ma che può avere effetti irruenti o straordinari, c’è il dado magico di Fedez: lui è una calamita di effetti essenzialmente secondari, quelli che teorizzò John Elster, quelli che non si possono ottenere con atti intenzionali – come la “notorietà effetto collaterale della musica, stravagante ma necessaria” di cui ha scritto Steward Copeland, ex batterista dei Police, nel suo Strange things happen. La mia vita con i Police, il polo e i pigmei. La rima Nasa/Casa è un effetto essenzialmente secondario del suo matrimonio, che è a sua volta un effetto essenzialmente secondario di una sua vecchia canzone nella quale insultava la donna che ha sposato, che è a sua volta un effetto essenzialmente secondario della crisi di un modo di fare giornalismo di moda.

  

  

  

I Ferragnez sono un effetto essenzialmente secondario di un verso di Vorrei ma non posto, che uscì nella tarda primavera del 2016, anticipando il disco “Comunisti col rolex” (il più celebre del duo J-ax & Fedez). Il verso diceva: “Il cane di Chiara Ferragni ha il papillon di Vuitton”. Chiara Ferragni, che è una ricevitrice di colpi magnifica, è fatta di gomma, è una vera Material Girl, una pura Barbie Girl, non le lasci un livido neanche se la stritoli con un torchio per ore e ore, neanche se la pizzichi per giorni, e anzi è più facile che sia tu a farti male, a ritrovarti cianotico o ribaltato, fece un video su Instagram (non c’erano ancora le stories o forse sì, ma di certo non erano i notiziari che sono adesso) con tanto di cagnolino tra le braccia (Matilde, MatiAmore per gli intimi, bestiolina da sempre parte integrante del marchio Ferragnez e, prima, del marchio Chiara Ferragni) mentre diceva, quasi canticchiando: “Il cane di Chiara Ferragni non ha più il papillon di Vuitton, gliel’hanno tolto”. Fedez aveva poi controbattuto con un altro video nel quale le proponeva di limonare. A marzo di quest’anno è nato Leone, a settembre si sono sposati (volume d’affari complessivo: 20 milioni di euro), a fine ottobre lei ha organizzato per lui una festa a sorpresa in un supermercato e gli italiani si sono parecchio risentiti perché gli invitati si sono lanciati addosso qualche panettone (senza neanche aprirne uno e rimettendoli poi tutti a posto), qualche pomodoro (senza neanche spiaccicarne uno e rimettendoli poi tutti a posto), qualche foglia di lattuga (strusciandosele addosso e rimettendole poi a posto), mentre Chiara fingeva di divertirsi come al solito (lei non si diverte mai, divertirsi sgualcisce anima, vestiti, faccia, immagine) e diceva a tutti di prendere quello che volevano. Gli italiani da casa hanno preso i telefoni e hanno cominciato a scrivere a entrambi che avrebbero dovuto vergognarsi, che con il cibo non si gioca, perché esiste chi non ne ha per sfamarsi, chi neanche sa quanto rosso possa arrivare a essere il rosso di una mela vera né che sapore abbia. Ed eccolo lì, Fedez, con il primo effetto essenzialmente secondario sciagurato della sua fortunata carriera, che poi è la sua vita, che gli rotola via dal cesto e corre, impazzita, dividendosi in tante piccole mele ribelli che non si fanno acchiappare tutte insieme, ma una a una e forse qualcuna si perde per sempre.

  

Il primo effetto essenzialmente secondario che non ha giocato a suo vantaggio, ma a completo svantaggio. La dimostrazione plastica e perfetta della spietatezza della sola giustizia che vale davvero per tutti: quella marziale dei social network, e della loro trasparenza occulta, della loro sincerità umorale, della loro democrazia tirannica. Eccoli lì, i Ferragnez che cascano nei loro stessi giochini, vittime dei metodi che hanno inventato e collaudato, e improvvisamente smettono di essere i genitori di Leone e tornano a essere i figli lei di due divorziati brillanti professionisti e lui di una manager, della sua manager. Come Kim Kardashian, anche Fedez è figlio di una momager, cioè di una mamma che lavora per lui, alla sua immagine, alla sua carriera, al suo futuro, al suo passato, ai suoi vestiti, ai contratti che firma e che gli dice di cosa deve fregarsene e di cosa no, cosa deve pensare e cosa no, cosa deve incarnare e cosa no.

  

La canzone di un ragazzo che sa perfettamente di essere condannato a restare in balìa di qualcun altro, di qualcos’altro

Perché non c’è un numero azzurro per i figli di momager? Perché non ne parliamo mai? Perché non è considerato un lavoro illegale, un crimine? Crediamo che sia una cosa per ricchi viziati? Certo che lo è. E quindi? I ricchi viziati non sono meritevoli di aiuto, o il prossimo è sempre, per forza, vestito di stracci? Siamo ancora a questo punto, italiani? Pensate all’atrocità della vigilia di Natale a casa di vostra madre che vi dice quanto avreste dovuto fatturare e quanto non avete fatturato; v’illustra il suo piano per conquistare il mercato asiatico; vi detta un comunicato stampa nel quale vi impone di dire che la guerra è bella anche se fa male spacciandolo per un vostro verso. Annamaria Berrinzaghi, la momager di Fedez, era lì con lui e Chiara quando gli italiani da casa hanno cominciato a rovinargli la festa, accusandolo di sfregio di vegetali con l’aggravante dell’immoralità. E’ stata lei a dire a suo figlio e a sua moglie di correre ai ripari con un’altra storiella Instagram nella quale scusarsi e rassicurare tutti sul destino del cibo: beneficenza. La signora non ha considerato neanche lei gli effetti essenzialmente secondari con cui quel giorno la sorte aveva deciso di accanirsi contro suo figlio, perché la destinazione benefica ha fatto schizzare l’indignazionometro ancora di più: ma come osano questi due rampolli del declino, delfini del vuoto, sparvieri della culla del loro bambino, questi due spregiudicati spendaccioni, come si permettono di rifilare ai poveri e ai bisognosi lo stesso cibo che hanno profanato (tuttavia salvaguardandone la freschezza) la sera prima? Un disastro. A Fedez non è rimasto che piangere e infatti ha pianto. Da solo. Sulla poltroncina di casa. Chiara era a nanna, la momager pure (ma chissà, magari invece era dietro, dall’altra parte dell’iPhone, quella che ogni tanto finisce nelle stories di qualcuno dei frequentatori della corte di Chiara e Fede ed è sempre incredibilmente popolata e popolosa, zeppa di individui coperti di macchine fotografiche, telecamere, collane, cartelloni, microfoni). Ma facciamo finta che sia vero solo quello che vediamo, restiamo affamati e folli e ingenui e fingiamo che la post verità non abbia messo la fotografia a servizio esclusivo e totale della manipolazione della realtà e che la realtà non abbia finito con il corrispondere a ciò che viene deciso di mostrare senza che a nessuno venga in mente neppure di ricordarselo. Fedez si fotografa e filma mentre si scusa con gli italiani per essere stato così irresponsabile, per aver dato uno spettacolo di sé così dissonante rispetto ai suoi princìpi e piange ed è solo nel suo salotto. Non ha più i suoi amici. Con J-Ax ha chiuso: non sopportava che si facesse le canne, non voleva che i suoi fan lo associassero a un esempio negativo. Con Rovazzi ha chiuso, e chi lo sa perché, visto che Rovazzi non tocca droga né alcol né carboidrati e basta guardarlo in faccia per capirlo. Gli sono intorno gli amici grevi con l’accento milanese di una Milano postuma e tremenda, provinciale e inelegante, che elemosinano seguaci dagli schermi di Chiara o dai suoi. Pochi giorni dopo esce “Prima di ogni cosa”, una canzone che ai post trentenni non piace, che tutti giudicano essere una orripilante copia di “Per te” di Jovanotti, nel video c’è lui che guarda, in penombra, sua moglie e suo figlio, mentre la canzone è una confessione di inadeguatezza a cui nessuno è disposto a credere, perché è somministrata da lui, che è Fedez, è solo Fedez. Che ha la terza media, però legge tantissimo e si sente (se lo dite una cena tra adulti, sappiate che vi giocate ogni possibilità di finire a letto con quello o quella con la quale avete amoreggiato sin dall’antipasto). Forse vota anche, adesso. Chiara ha detto a Vanity Fair che in casa quello che legge, legge tantissimo, le consiglia i libri, anche se invano, è lui.

   

Discutere di lui è assai faticoso, è tutto un indignarsi per deliberare, un giudicare per condannare, è come twittare

Nasa/Casa a Don DeLillo piacerebbe, e forse gli piacerebbe anche Fedez. Jovanotti non era stritolato da niente, quando scrisse “Per te”, Fedez ha scritto una canzone sulla paternità e su come lo faccia sentire inadeguato, dove a un certo punto dice: “Tutto ora combacia, tua madre mi bacia” e fa entrare la realtà nella canzone e la realtà a chi lo odia appare soltanto un post amore tra due furbastri, a chi lo ama sembra la fase idilliaca del romanzo di formazione, quella in cui i sacrifici sono finalmente diventati fiori e frutti, a chi lo osserva e basta sembra una canzone di un ragazzo che sa perfettamente di essere condannato a restare in balìa di qualcun altro e delle sue quadrature: del successo che adesso deve renderti migliore, ed esemplare, e debole, e umano, un bambino che chiamerai papà, perché sennò sei uno stronzo, un traditore, un privilegiato, un sopravvalutato. Il successo che prima era una tentazione infernale e adesso è una mammina cara. E chi non avrebbe la nausea in testa, al posto suo. Chi non sognerebbe la Nasa.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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