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Puledri di griffe, sono i bravi giovani a far sperare la moda a Pitti Uomo

Da Lorenzo Bertelli figlio di Miuccia a Robert figlio di Cavalli

13 Giugno 2019 alle 09:43

Puledri di griffe, sono i bravi giovani a far sperare la moda a Pitti Uomo

Robert Cavalli (foto LaPresse)

Firenze. Ci sono tanti figli, a questa edizione di Pitti Uomo, e scalpitano, entusiasti ma anche un po’ incerti sulle zampe come puledri di buona scuderia che non hanno ancora saggiato il turf. Un filo imbarazzati, anche. Sanno che giornalisti, buyer e influencer vengono a conoscerli, intrigati e inquisitivi, innanzitutto per via del cognome che portano. C’è Lorenzo Bertelli, head of marketing and communication della società, pilota di rally, 31 anni, nato il 10 maggio come la sua formidabile mamma, Miuccia Prada, a cui assomiglia moltissimo, che presenta la linea di capi tecnici studiata con Woolmark per il nuovo challenge Luna Rossa Pirelli. C’è un figlio di tanto tempo fa, il poeta ottantenne John Giorno, che in una nota posta all’ingresso del nuovo allestimento del Gucci Garden studiato da Maria Luisa Frisa ricorda quando arrivò a Firenze nel 1958 a vent’anni, “uomo, gay” e non essendoci “possibilità per me di fare sesso, rimasi soltanto una settimana girando ogni giorno per palazzi e musei”. C’è la giovanissima figlia di Luisa Todini, sottile e graziosa, che nulla dice e molto sorride perché è venuta a Firenze con la mamma solo per mescolarsi al treno eccentrico della moda internazionale e vuole studiare alla Saint Martin’s di Londra, mentre la mamma ha già investito nella start up di un’amica che produce capi basici di cui rifornisce la Roma che conta.

  

  

E c’è soprattutto Robert Cavalli. Molti giornalisti di lungo corso l’avevano conosciuto quando, piccolissimo, faccino paffuto, sgranava gli occhi ai party sontuosi dei genitori sulla collina di Fiesole. Oggi ha venticinque anni, è alto, porta occhialini tondi e tiene al riparo di un abbraccio forte mamma Eva che gli ha aperto la sua nuova casa a Oltrarno. La maison fondata da suo padre, di cui si trovano tracce al Victoria & Albert di Londra o il Museo del Traje, ma anche nella bella mostra che Olivier Saillard ha curato per i trent’anni di Pitti Immagina alla Galleria del Costume, è un cumulo di macerie in attesa di acquirenti (domani si aprono le buste con le offerte: oltre alla Otb di Renzo Rosso si dice siano in lizza gli americani Bluestar, il gruppo immobiliare del Golfo Persico Damac e il veicolo di private equity Apeiron management) . Il piano di rilancio del fondo Clessidra, operazione da 400 milioni avviata quasi cinque anni fa, si è rivelato fallimentare sia nelle scelte di gestione sia in quelle creative, mediocri e pare costosissime: è in bilico la posizione lavorativa di 270 persone e la Roberto Cavalli, da cui il fondatore si è sfilato una settimana prima del disastro, ha tempo fino al 3 agosto prossimo per presentare una proposta definitiva di concordato preventivo o una domanda di omologa di accordi di ristrutturazione dei debiti. E’ chiaro che parte dei proventi di quella fortunata vendita del 2015 siano andati nella definizione della nuova collezione dell’ultimogenito, Triple RRR che, va detto, è davvero bella, molto ben tagliata e del tutto in linea con quanto avrebbe fatto il Roberto con la O adesso: giacche di seta marezzata aderenti e molto british, camicie di seta stampata a motivi animali o regimental, stivaletti realizzati in collaborazione con Doc Martens. Robert Cavalli senza la O definisce il suo gruppo e se stesso “child of the Renaissance”, figlio di un Rinascimento punk, parla un italiano dalla forte cadenza inglese, è cresciuto in Inghilterra dai dodici anni, ha frequentato la London School of Arts: che sia cresciuto tanto bene nel mezzo della dissoluzione del marchio e di una famiglia davvero complicata attiene al miracolo. Ha deciso di produrre a Isernia, accanto alla sede della Ittierre che un tempo produceva suo padre e che ora è un palazzone vuoto, memoria del fallimento della It Holding e di un sogno finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno. Dice che la manodopera locale è eccezionale. Ha ragione. Vedi i figli.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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