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La collezione uomo di Waight Keller sfila a Firenze. E l'amiamo anche indossata dalle donne

Per Givenchy, la stilista inglese svela i modelli primavera/estate del 2020 a Villa Palmieri. Ricca di silhouette diverse, "perché anche l'uomo può e deve avere un'ampia gamma di scelte"

13 Giugno 2019 alle 08:37

La memoria di Charles Baudelaire, il dandy in guanti rosa, tinge nei colori di uno straordinario tramonto rosa damasceno, tabacco e azzurro polvere la prima collezione uomo "one standing" di Clare Waight Keller per Givenchy. Invitata da Pitti Immagine, la stilista inglese, a Firenze racconta di aver vissuto e lavorato a lungo (anche per Gucci in epoca Tom Ford, parte della stessa straordinaria nidiata da cui è emerso Alessandro Michele).

 

Per i suoi uomini e le sue donne da uomo abbigliate (impossibile sottrarsi del tutto alla tendenza fluida del momento, ma il pensiero corre a Vestal Fire di Compton Mackenzie più che all'agender) Mrs Waight Keller ha scelto Villa Palmieri, che molti indizi suggeriscono come il luogo in cui Giovanni Boccaccio ambientò parte del Decamerone (di sicuro, si sa che è da lungo tempo di proprietà dei Benelli). Una collezione davvero riuscita, ricca di silhouette diverse "perché anche l'uomo può e deve avere un'ampia gamma di scelte", che amiamo anche indossata dalle donne, ed era dai tempi di Hedi Slimane da Dior Homme che non ci sentivamo di scriverlo.

 

Belli i capispalla dai volumi importanti sui pantaloni affusolati, e interessante anche e proprio la gamma dei pantaloni: dieci modelli, dal flare Anni Novanta allo skinny. Menzione d'onore per i mantelli ciré, che tali non sono, ma superfici morbidissime e specchianti da lasciar fluttuare, riflettendo il cielo. E il "pittore della vita moderna"? Clare Waight Keller dice che si è ispirata a certi broccati ottocenteschi e ai tessuti più preziosi, in omaggio anche al mestiere del nonno di Hubert de Givenchy. Il collegamento con l'ultimo dei romantici e il primo dei simbolisti continua a sfuggirci, ma non importa: i cappotti sottili ricamati a cannette d'argento sono incantevoli lo stesso. Gli accessori certamente più facili e immediati per il grande pubblico, le sacche in particolare. Le popstar se li strapperanno di dosso l'una l'altra.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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