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Philippe d’Orleans e la riscossa del Camp al Met
 

Wintour presenta la nuova mostra verrà inaugurata il prossimo 9 maggio al Metropolitan di New York e la sintetizza così: “From Sun King to Drag Queen”

22 Febbraio 2019 alle 18:21

Nel ritratto di Pierre Mignard, in arrivo dal Castello di Versailles, che il prossimo 9 maggio inaugurerà la nuova mostra del Metropolitan di New York, “Camp: notes on fashion”, Philippe d’Orléans sfoggia un fiocco rosso al collo sovradimensionato e del tutto identico, nella forma e nelle proporzioni, a quello che ha aperto ieri mattina la sfilata inverno 2019-2020 di Fendi, l’ultima disegnata da Karl Lagerfeld.

 

Il direttore di Vogue America Anna Wintour, presidente e da anni titolare del fashion Institute dell’istituzione museale, lo ricorda per qualche minuto in apertura della presentazione della mostra “come uno dei nostri più generosi benefattori, quasi 120 capi e accessori del nostro archivio sono sue donazioni”, e la voce le si incrina per un istante. Si riprende subito, e sintetizza il senso dell’esposizione che, per la prima volta, porterà all’attenzione del pubblico mainstream, cioè popolare,il valore estetico, culturale, ironico e liberatorio del camp, con un titolo che pare un aforisma: “From Sun King to Drag Queen”. Dal Re Sole alla regina del travesti che sì, avrebbe potuto (anzi, era) il fratello minore Philippe, il celebre “monsieur” che amava travestirsi e dare feste sfrenate con i suoi “mignon”, autori di scherzi perfidissimi, ma anche valoroso combattente, suddito fedele del potente fratello (madame de Maintenon cercò in ogni modo di dividerli, non ci riuscì. Alla sua morte per aneurisma Luigi XIV fu visto piangere per un giorno intero), padre amatissimo (nei primi del Settecento era nato come ”il nonno d’Europa” per via delle tante alleanze matrimoniali che i suoi figli erano riusciti a stringere) e, a modo suo, marito piacevole e interessante per le due mogli che gli toccarono in sorte, Enrichetta d’Inghilterra e quindi Elisabetta Carlotta del Palatinato, una compagna di avventure e di risate che lui adorava vestire e consigliare nelle pettinature e nei gioielli.

 

Questo gran “fantasma dei camp passati”, come lo definisce con una altra buona dose di spirito il curatore en titre Andrew Bolton, guiderà dunque la prima parte della mostra (che dunque non parte dalla troppo lontana cultura greco-ellenistica rituale del drag, ma dall’epoca moderna), insieme con gli impersonator vittoriani, con riferimenti al Lady Windermere’s Fan di Oscar Wilde e, in generale, al linguaggio criptico di cui tante letteratura è innervata, fino agli Anni Cinquanta del Novecento. Il clima, almeno parzialmente cambia (e così la mostra, anche nell’allestimento), alla metà dei Sessanta, con l’uscita del saggio di Susan Sontag da cui è tratto il titolo della mostra “Notes on Camp”: è lei che, per usare un verbo attualmente,molto in voga, “sdogana” l’amore per l’innaturale, l’artificio, l’eccesso che postula e giustifica il camp. Ed è lei che, dunque, offre lo spunto per la seconda parte della mostra, incentrata sul ruolo della moda, e dei suoi mezzi di conoscenza e di analisi, come mezzo evolutivo del concetto di camp nelle espressioni più avvincenti, ironiche e incongrue. Main sponsor Gucci con Alessandro Michele. E non potrebbe essere altrimenti.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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