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La censura del personaggio gay di Black Panther scatena la lotta fra oppressi

Per non farsi sfuggire il clima da #MeToo, il regista e lo sceneggiatore non hanno mancato l'occasione di attingere dal calderone delle minoranze da difendere e delle oppressioni da denunciare

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

22 Febbraio 2018 alle 06:05

La censura del personaggio gay di Black Panther scatena la lotta fra oppressi

Gli incassi americani da record – in Italia è stato facilmente surclassato da pellicole locali – di “Black Panther” non dimostrano soltanto l’immensa capacità cinematografica dei supereroici blockbuster della Marvel, provano piuttosto che il racconto afroamericano nella sua versione mainstream tocca tasti sociali potenti. Il plot all’intersezione fra i superpoteri e la rivendicazione razziale ha incassato 202 milioni di dollari nel primo fine settimana (quinto risultato di sempre) e si è posizionato al primo posto nella classifica del botteghino fra i titoli di registi afroamericani. Nel cast stellare, quasi totalmente nero, ci sono fra gli altri Chadwick Boseman, Michael B. Jordan, Lupita Nyong’o, Danai Gurira, Martin Freeman, Angela Bassett e Forest Whitaker, e non è difficile trovare la lettura sociale di una storia in cui un guerriero dell’Africa di un tempo lontano ingerisce una sostanza rilasciata sul terreno da un meteorite, si trasforma nel supereroe Pantera Nera e si dedica a unire le varie tribù locali per formare la mitica nazione di Wakanda. Il primo supereroe afroamericano ha illuminato l’immaginazione di un popolo che si sente minacciato dal clima dominante dettato dalla bianchezza trumpiana, e non passa giorno senza che qualcuno, nel dibattito politico, citi Wakanda come l’ideale, il sogno a cui l’America dovrebbe aspirare.

 

Per non farsi sfuggire il clima da #MeToo, il regista Ryan Coogler e lo sceneggiatore Joe Robert Cole hanno inserito ampie presenze femminili nella storia, ma nel calderone delle minoranze da difendere e delle oppressioni da denunciare è saltata la sottotrama gay, che pure era prevista nella sceneggiatura originale. Il film è ispirato alla serie di fumetti del più importante intellettuale afroamericano di ultima generazione, Ta-Nehisi Coates, il quale poi ha affidato a due scrittrici femministe – Roxane Gay e Yona Harvey – la creazione di uno spin-off intitolato “World of Wakanda”. Le due eroine del mondo di Wakanda, Ayo e Aneka, hanno una relazione omosessuale. Al vigile mondo lgbt la discrepanza fra le pagine e lo schermo non è sfuggita. L’attrice Florence Kasumba ha complicato ulteriormente le cose dicendo che le scene di amori gay erano effettivamente state girate, ma poi sono state eliminate in fase di postproduzione. Anche i critici di Vanity Fair avevano desunto da un trailer preliminare in cui la protagonista guardava un’altra donna con un qualche trasporto erotico – flirtatiously era l’avverbio utilizzato – che la direzione di Coates fosse stata rispettata anche nella trasposizione cinematografica, ma poi le scene in questione si sono smaterializzate. “Nel risultato che vediamo ci sono alcune scene tagliate. Non compaiono per certe ragioni, ma quali siano queste ragioni non saprei dire”, ha detto l’attrice. The Advocate, magazine della comunità gay, ha lamentato l’assenza di personaggi omosessuali in un film altrimenti assai sensibile alle discriminazioni, e in un certo senso è più grave essere esclusi dai compagni di viaggio nella lunga marcia dei diritti. “I pochissimi personaggi lgbtq nei film della Marvel del passato erano sempre non dichiarati oppure venivano ignorati. ‘Black Panther’ non sta cambiando le cose”, ha detto il direttore della rivista, a cui subito si sono associate altre realtà dal mondo gay. Lo sceneggiatore ha ammesso il taglio delle scene, ma lo ha giustificato con esigenze di tipo narrativo, motivazione respinta come vaga e pretestuosa da un universo che si sente discriminato proprio dal gruppo che più di tutti ha subìto vessazioni in America. Se “Black Panther” è un inno alla giustizia razziale, ma non a quella sessuale, è anche perché i neri in America sono più conservatori dei bianchi quando si tratta di omosessualità (il 51 per cento dei neri è favorevole al matrimonio gay, fra i bianchi è il 64 per cento), ma ormai quando c’è di mezzo il grido di una minoranza oppressa puntualmente arriva la lamentela di un altro gruppo che dice di essere oppresso anche dai fratelli oppressi.

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