Gli scrittori del sole

Tutto è troppo per me, o troppo poco: mi sento un impostore

Annalena Benini

Alessandro Piperno racconta le sue ossessioni, la letteratura come pensiero costante, la costruzione di una voce, la bellezza di vivere e spiare la vita degli altri e la paura di una telefonata nel cuore della notte

Il mio incubo primigenio è una telefonata nel cuore della notte – dice Alessandro Piperno. Stiamo parlando da un po’, fuori da questo ristorante chiuso di fronte al Teatro Valle, a Roma, e io cerco di arrivare a lui attraverso i personaggi dei suoi romanzi: gli ho detto che mi sembrano un po’ tutti, anche inconsapevolmente, sempre accanto a un precipizio. “Così mi sento io, come se qualsiasi felicità fosse sull’orlo del baratro: ho paura che dovrò pagare tutto. Infatti sono più a mio agio nell’insuccesso che nel successo, nell’invisibilità che nella visibilità. Ma allo stesso tempo, a fronte di un desiderio di invisibilità, c’è una voglia di esibizionismo: mi piace scrivere sempre quello che penso, mi piace mostrare le mie ossessioni. Certe volte mi sembra di avere l’atteggiamento guardingo e circospetto di un rabbino di Cracovia nel 1939, non saprei dirti se questo sentimento della vita abbia origini ebraiche, però io ho esattamente quella mentalità”. Quindi è questo che hai in mente mentre scrivi, il romanzo ebraico? Alessandro Piperno resta seduto composto, la pipa in mano, le gambe accavallate, solo il suo sguardo tradisce una specie di spavento. “Per me l’ebraismo è un’ossessione, ma è l’ossessione di uno che ha solo un piede dentro il mondo ebraico, perché non sono ebreo, sono figlio di matrimonio misto, ho frequentato un mondo che era a cavallo fra queste due culture, ebraismo e cattolicesimo. Non ho nessun desiderio reale di mettere in scena il mondo ebraico, ma è un mondo con il quale mi identifico. Però è la mia ennesima impostura”. Perché dici: impostura? Non sei un impostore, sei uno scrittore. “Lo dico perché non sono ebreo, quindi sono un impostore. Molto spesso mi vergogno di parlare di ebraismo perché non mi sento completamente autorizzato a farlo. E’ qualcosa che mi riguarda, che è nel mio sangue, nella storia della mia famiglia, di cui porto addosso tutte le complicazioni, però non mi sento dentro quella comunità. Ho imbarazzo tutte le volte che i miei romanzi vengono percepiti come una voce ebraica, mi sembra che sia un millantato credito”. E’ davvero così forte, nel mondo ebraico, il sospetto che ti circonda, non potrebbe essere una tua percezione un po’ distorta? “E’ sempre stato il mio cruccio: sentire di non avere un centro, vivere sempre con la sensazione di un’impostura”. Alessandro Piperno, che ha vinto il Premio Strega nel 2012 con Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi (tutti i suoi romanzi sono pubblicati da Mondadori), sembra sempre lievemente in imbarazzo, mostra una voglia di scomparire resa però gentile dall’ironia, anche adesso mentre mi dice: “Abbiamo finito? Non so quanto l’intervistatore debba avere una faccia così perplessa”. Non sembri mai a tuo agio, né tu né i personaggi dei tuoi romanzi. “E’ così: sono un accademico che non è un accademico, che non vuole fare carriera accademica, sono uno scrittore ma se mi chiedono che lavoro faccio ho difficoltà a rispondere: lo scrittore e dico sempre: il professore, ma con molta vergogna. Come se tutto fosse troppo per me, o troppo poco: riguarda un po’ tutti gli aspetti della mia vita, dalla cultura alla virilità, non c’è nessuna dimensione in cui io mi senta totalmente tranquillo e immagino che questa cosa venga tematizzata da quello che scrivo”.

 

E’ un atteggiamento esistenziale molto utile per uno scrittore: permette di non sentirsi mai arrivato da nessuna parte, mai nemmeno in grado di teorizzare, nonostante il continuo studio della letteratura e quindi il continuo confronto con tutti i più grandi, che cosa sia davvero uno scrittore. “E’ stato un cammino – risponde Piperno, e si rilassa – con il passare degli anni ho sempre più difficoltà a parlare in modo generico di questo mestiere, di che cosa faccia un vero scrittore: il tono un po’ oracolare mi fa sorridere, non so quali siano le caratteristiche di un ottimo scrittore, non so quel che uno scrittore deve fare: so soltanto quello che faccio io. Ma fino a qualche anno fa scrivevo con molta fatica, ero pieno di dubbi ed ero in costante competizione con i classici e con i contemporanei, adesso invece scrivere è semplicemente un’esigenza come mangiare e bere. E’ quello a cui penso costantemente, ed è bello svegliarsi la mattina con questo pensiero, è bello andare a dormire con questo pensiero, è bello farlo esattamente come è bello fare tutto ciò che è difficile. Uno passa degli anni insieme a un libro, passa da stati di euforia a stati di depressione, perché deve risolvere problemi. Come mr. Wolf di Pulp Fiction: i problemi che devo risolvere sono come far parlare un personaggio, come farlo arrivare da qui a lì, come portarlo fuori a cena, cose piccole che però per me sono l’essenza del mio lavoro. E invece: del posto del mio lavoro nel mondo, nella storia, nella letteratura italiana e contemporanea, dire che me ne sbatto è dire poco”. E’ la verità? “Ho fatto abbastanza i conti con la mia mediocrità e con le cose da fare, più o meno ho risolto i problemi con un editore, con le traduzioni all’estero, e so che è impossibile fare patti con i gusti dei lettori. Per una stessa piccola scena di una pagina posso ricevere sei diverse mail di lettori: per uno era straordinaria, per un altro era una merda, per uno era il simbolo della mia mediocrità, per un altro il simbolo della mia grandezza. E’ il tempo che poi decide se una cosa resiste o non resiste, e molto spesso non basta neanche il tempo: non possiamo sapere se ci sono degli Omero che non sono giunti fino a noi, quindi visto che le cose stanno così, io penso: sticazzi”.

 

"Mi rendo conto di avere lo stesso atteggiamento guardingo e sospettoso di un rabbino di Cracovia nel 1939"

E’ uno “sticazzi” che riguarda le sovrastrutture della scrittura, non la sostanza né la serietà con cui la affronti. “Per me scrivere è una cosa bella e molto faticosa, ed è importante averla sempre da fare, quindi appena finito un libro è importante non pensare al suo esito nel mondo ma pensare subito al prossimo libro. Anche questa è una cosa che ho imparato a fare. Ho avuto un po’ di sbornia per il mio primo romanzo, Con le peggiori intenzioni, che era andato bene, ero moderatamente giovane, avevo trentadue anni. Ho vissuto un po’ di senso di disgusto, un po’ di senso di euforia, poi ho risolto. Certo, mi fa piacere se un mio libro va bene o viene recensito bene anziché male, sono contento se qualcuno lo compra, ma il mio giudizio su quello che scrivo non cambia se la recensione è buona o cattiva o se il libro è decimo in classifica o tredicesimo. Queste cose possono dare più fastidio al mio portafoglio che alla mia autostima”. Hai sempre questo modo esageratamente autodenigratorio di parlare di te stesso: non sembra solo un atteggiamento narrativo, ma anche un sistema morale. 

 


Per la serie “Gli scrittori del sole” sono uscite finora sul Foglio le interviste a: Edoardo Albinati, il 24 giugno; Valeria Parrella, il 1° luglio; Sandro Veronesi, l’8 luglio; Domenico Starnone il 15 luglio, Francesco Piccolo il 22 luglio, Melania Mazzucco il 29 luglio, Michele Mari il 7 agosto


 

  

“Non è soltanto un vezzo, è uno state of mind che mi spinge a non entusiasmarmi mai troppo di me, e a entusiasmarmi degli altri. Negli ultimi anni mi è capitata una cosa: naturalmente ho molti amici che scrivono, e sono stato con loro per molto tempo in competizione. All’inizio della mia carriera, se mi portavano da leggere un libro buono, io rosicavo. Aderivo al detto di La Rochefoucauld secondo cui c’è sempre qualcosa di buono nella sventura di un amico. Adesso mi dà fastidio se mi fanno leggere qualcosa di brutto. Adesso, se un mio amico fa una cosa buona io sono contento. Il guaio è che, pur essendo un ipocrita, sulla letteratura non so mentire: sarà un residuo moralista romantico, ma sulla letteratura sono piuttosto serio, non posso dire a un mio amico o a nessuno che una cosa è buona se quella cosa fa schifo. So di espormi al risentimento del mio amico il quale, fingendo di aver accettato il mio giudizio, inizierà a odiarmi. Poi starà a me odiare lui perché mi ha costretto a dirgli la verità. Insomma, la cosa migliore per evitare questo ridicolo minuetto è che il mio amico mi dia da leggere cose abbastanza buone da consentirmi di essere sincero senza pagare gli scotti della sincerità. Del resto, non amo fare comunella con altri scrittori, e detesto qualsiasi manifesto estetico o rivendicazione generazionale. Ha ragione Groucho Marx, e quindi Woody Allen: non accetterei mai di far parte di un club che accettasse fra i suoi soci uno come me”.

 

Woody Allen è uno dei punti di riferimento, oltre che dei piaceri, di Alessandro Piperno. “Perché non se la mena, non se la racconta, non si dà arie da artista, è capace di esercizi di ammirazione. Ammirazione, per esempio, per Ingmar Bergman: l’immaginario di Woody Allen dal punto di vista artistico non è meno potente di quello di Bergman, ma lui ha la modestia di credere il contrario: trovo che questo sia un modo salutare di lavorare. E’ l’idea competitiva che è grottesca, l’idea di dare premi, di creare dei canoni. Ho sempre trovato assurdo il modo di Harold Bloom di considerare la letteratura, come se fosse un enorme match di boxe, in cui ci sono i pesi massimi, i pesi minimi: quello mena di più, quello mena di meno. Nel mio stra stra stra piccolo, almeno quando sono nel mio soliloquio che dura da quarantacinque anni, provo a disinnescare queste pulsioni agonistiche competitive, e comunque le combatto mettendo me stesso laggiù in fondo, in basso”. Gli dico che è il sistema che preferisco: lo scrittore laggiù in fondo, i suoi peggiori difetti svelati al mondo, e mi piace che Piperno, anche nei saggi letterari che pubblica sulla Lettura del Corriere della Sera, si metta sempre in cattiva luce. “Anche qui la cosa non va presa troppo seriamente – dice Piperno – non ha molto senso dire che uno quando scrive una cosa in prima persona sta mettendo a nudo il proprio cuore: sono delle strategie narrative. Un lettore che mi legge è più a suo agio se io mi metto nella posizione di sobria autoironica inferiorità piuttosto che mostrare i muscoli. Anche quando si scrive un articolo: se è un buon articolo è un esercizio di narrativa, stai inventando un discorso, stai inventando un personaggio che è te stesso. Stai inventando come inventiamo tutte le volte che siamo esposti socialmente. La prima volta che seguii un corso di Letteratura francese rimasi molto impressionato quando leggemmo il famoso passo del cameriere, da L’essere e il nulla di Jean-Paul Sartre: Sartre spiega che cos’è la malafede, il rapporto che ognuno ha con se stesso, dice che tutti noi sostanzialmente fingiamo di essere qualcosa che non siamo perché in realtà la nostra coscienza è nuda ed è nulla, e siamo noi a riempirla con delle grandi recite, e per farlo usa appunto l’esempio del cameriere, il garçon parigino che ha le tipiche movenze da cameriere parigino. E’ evidente che il cameriere recita la sua parte: come cammina, come porta l’acqua, la fretta e l’altezzosità. Ognuno fa, almeno una volta nella vita, l’esperienza del cameriere: quando fai tardi e vedi uscire dal locale quello stesso cameriere in borghese: rimani sbalordito, perché è fuori dalla sua recita. Nelle cose sociali della vita noi non facciamo altro che posare di fronte agli altri e posare di fronte a noi stessi. Il modo in cui parlo, tengo la pipa in mano. Ma nel momento in cui vedo persone in cui c’è una perfetta adesione fra queste maschere e la realtà, mi viene naturale sospettarle. Nella sostanza siamo tutti dei gran cazzari, però poi socialmente ci diamo un tono. Ogni volta che scrivo assumo evidentemente un atteggiamento”. Non è malafede però, e non è necessariamente meschineria, è il racconto di sé. “Lo stile degli scrittori che amo è un atteggiamento. Flaubert ha un atteggiamento, Tolstoj ha un atteggiamento. Certo esiste un legame fra le verità profonde di quell’uomo, quello che ha dentro, e il suo contegno, e se dovessi dare un consiglio a un giovane scrittore gli direi: trova un contegno. Perché è una voce, un modo di parlare, di esprimersi, di guardare la realtà. Ma non è mai la verità. Si chiama fiction”.

 

"Non sono ebreo e spesso mi vergogno di parlare di ebraismo: non mi sento completamente autorizzato a farlo"

Tutto quindi è una bugia. “Il paradosso è che lo stile è una grande menzogna – dice Piperno – però non mente mai. Tu non puoi avere altro che il tuo stile. Ho degli amici, dei colleghi all’università, che hanno lo studio vicino al mio. Stiamo lì tutti da vent’anni, ci conosciamo bene. Io la mattina arrivo sempre per primo, apro sempre io i battenti e li riconosco, quando arrivano, dal passo. Questo è Mattia, questo è Chiodo, questo è Francesco. Il passo indolente, il passo entusiasta, il passo circospetto. E’ un atteggiamento, che però al tempo stesso rivela qualcosa che neanche la persona sa di avere: timidezza, bellezza, presunzione. Ecco perché non serve imitare lo stile degli altri ma lo sforzo più grande che uno scrittore deve fare è trovare il proprio. E’ una cosa, credo, che capisci con l’età. Quando avevo vent’anni e i quarantacinquenni mi parlavano dell’esperienza, io li guardavo con disappunto. Ma è così ed è una cosa strana, che succede agli scrittori che amo: più passa il tempo più sei un uomo disperato e uno scrittore felice. Ma non perché ci sia una perfetta sintonia fra felicità creativa e disperazione, ma perché la disperazione è un fatto della vita, più vai avanti e tendenzialmente, a meno che tu non sia un coglione integrale, perdi certi incanti che hanno animato la tua giovinezza. E questa pulizia data dalla disperazione ti fa acquisire una voce più profonda”. E’ così per tutti i grandi scrittori? “Gli scrittori che amo hanno una voce che sembra venire dall’aldilà. Proust ha una voce che sembra stia lì da sempre, e io non riesco a immaginare un tempo in cui la voce di Proust non esisteva, così come non riesco a immaginare un mondo senza i film di Fellini e di Sergio Leone. La forza della grande arte è quella di presentarsi sulla scena del mondo come se ci fosse da sempre, e credo che abbia a che fare con l’esperienza, con l’età di chi scrive. Come la voce di un cantante blues: a forza di nottatacce, whisky, sigari, fallimenti, si fa più densa, più rotta, più vitale. Credo che la voce di uno scrittore sia una voce roca. E noi lettori leggiamo i capolavori della narrativa da ragazzi, invece ci sono cose che dovremmo leggere da grandi. Lessi La coscienza di Zeno a 18 anni e mi piacque da morire, ma perché ero un ragazzo strano, e non so se allora l’ho capito: Zeno dice cose che contrastano con qualsiasi attitudine giovanile. Vaglielo a spiegare a un ragazzo che quella è la vita, che ti sposi sempre quella brutta. Oggi capisco tutto e La coscienza di Zeno mi strazia”.

 

Quindi sei consapevole che la tua voce di scrittore è cambiata in questi quindici anni, che è cresciuta e ha perfino acquistato una pietà che all’inizio non aveva. Piperno esita un istante ancora, ma adesso il rabbino di Cracovia lo ha abbandonato. “L’unico elogio che voglio rivolgermi è questo: io ho sempre avuto una voce, anche quando questa voce poteva sembrare mediata dagli scrittori che amavo e quando legittimi detrattori mi accusavano di avere plagiato scrittori più vecchi, celebrati e più grandi – ed è vero ma è vero per tutti. Ho sempre pensato che in realtà se qualcuno legge un mio libro ed è in buona fede, quel mio libro può piacergli o non piacergli ma dirà: questo è Piperno e non un altro. E non è poco. Ho anche un itinerario narrativo che è molto coerente. Quando mi chiedono: lei non è stanco di parlare del solito ambiente, del solito milieu, non vuole andare altrove? io penso: in realtà no. Gli scrittori che amo mi hanno dato un’opera abbastanza ossessionata da un mondo. Non ho mai sentito l’esigenza di cimentarmi con delle cose che non erano le mie, trovo che ciò che possiedo basti e avanzi”. Mi ricordo di quell’esergo a Il contagio, importante romanzo di Walter Siti, uscito nel 2008, con Alessandro Piperno che dice: “Ancora borgate? Guarda che esiste pure Madison Avenue”. “Bisogna stare sempre attenti a quello che dice Walter Siti – sorride Piperno – uno dei pochi scrittori italiani con cui sono in contatto costruttivo: mi interessa quello che fa e mi interessa quello che dice rispetto a quello che fa. Ci coglioniamo reciprocamente per le nostre ossessioni, che sono antitetiche: la borgata e la borghesia, l’omosessualità e l’eterosessualità, l’interesse per le dinamiche religiose e un nichilismo integrale. Mi mette molta ansia il fatto che Walter Siti non usi mai il passato, ma solo il presente indicativo, così come lui è molto perplesso dalla mia consecutio temporum: lui è un uomo profondamente attratto dal presente, io sono un uomo profondamente attratto dal passato. Ogni scrittore ha a che fare con il suo mondo. E quando mi dicono: ah però perché solo la buona borghesia, che domanda è?”.

 

"Del posto del mio lavoro nel mondo, nella storia, nella letteratura italiana e in quella contemporanea, me ne sbatto"

Io però sinceramente non te l’avrei fatta questa domanda, adesso non vorrei che sembrasse che te l’ho fatta, non vorrei mai essere la giornalista schiaffeggiata da Nanni Moretti in Palombella rossa. “Per me Nanni Moretti è importantissimo: nella mia adolescenza e nella prima giovinezza è stato un punto di riferimento, soprattutto per la sua carica decostruttiva, ma anche per lo struggimento che c’è in ogni suo film, per l’idea che lui ha della memoria: Bianca, La messa è finita, Palombella Rossa, la religione di una certa infanzia, i dolci, le piscine, le latterie di Monteverde, il feticismo per le scarpe. Quella scena struggente e meravigliosa in Bianca, in cui lui guarda passare le scarpe: l’idea che da un dettaglio si possa costruire l’intera storia di un altro essere umano, costruirgli addosso un romanzo solo perché porta l’orologio a destra”. Il romanzo borghese, appunto. “La verità è che io detesto la vita borghese – dice Piperno, e si appassiona – preferirei uno stile bohémien, ma mi do confini estremamente borghesi e svolgo un lavoro borghese. Non sono sposato, non ho figli, non ho desiderio di possedere alcunché, se fosse economicamente sensato io vivrei in albergo: il mio ideale di felicità è quello, ma non arrivo mai a fare il tipo di vita che vorrei. Se fosse per me mollerei l’università domani mattina, ma non lo faccio perché ho bisogno di un aspetto borghese che mi rassicuri, ho paura di finire un giorno sotto i ponti. Non mi piace insegnare, se non dovessi farlo non lo farei, non ho fatto mai l’abilitazione, non voglio fare carriera, rimarrò ricercatore a vita, professore di terza fascia, la mia è una vita di rimessa”. In cui però scrivi e leggi per la maggior parte del tempo, quindi fai quello che ti piace. “E’ una cosa che è successa nel tempo: penso al mio maestro Enrico Guaraldo, ordinario di Letteratura francese, quando l’ho conosciuto aveva poco più dei miei anni e diceva una cosa che inizio a capire adesso. ‘Sa Piperno, i cinquant’anni danno un sacco di diritti, dire quello che pensi, fare quello che vuoi, fottertene’. Il me stesso di quindici anni fa probabilmente mi avrebbe fatto abilitare, fare carriera universitaria per senso del dovere, adesso no. Mi piace leggere, mi piace scrivere, andare al cinema, guardare la televisione, mi piace la Lazio, mi piace vivere e mi piace spiare la vita degli altri”. Sempre però con la tentazione dell’invisibilità del rabbino di Cracovia.

 

“Infatti ho paura, conoscendomi, che la mia tendenza all’autosufficienza possa raggiungere forme patologiche da cui l’università mi salva: devo uscire tre volte a settimana, devo vedere altre persone, devo interagire con persone vive, il rischio che corro è quello di tumularmi dentro un mondo piccolo che può essere anche dannoso per il mio lavoro di scrittore. Però non so quanto, per scrivere di scopate, bisogna aver scopato tanto, e spero di no tra l’altro”.

 

Ci salutiamo, e Piperno mi confida che è dislessico, l’ha scoperto tardi, è per questo che quando deve leggere in pubblico spesso va a memoria, in italiano e in francese, ed è per questo che gli sms che ci siamo scambiati per incontrarci contenevano qualche lettera al posto sbagliato. Gli chiedo se posso scriverlo. Risponde dopo qualche esitazione: “Sì, dovrei avere un certificato, vado a casa e lo cerco, però comunque scrivi che è una dislessia leggera”. Hai paura di essere accusato di impostura sulla dislessia? “Ho paura che mi telefonino nel cuore della notte per urlarmi che non sono un vero dislessico e che la pagherò”.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.