Gli scrittori del sole

Le mie poesie sono respiri e io respiro per trovare le parole

Annalena Benini

Patrizia Cavalli racconta l’amore che tutto muove, l’incontro con Elsa Morante che le ha cambiato la vita, la malattia, il miracolo della lingua che si incarna e quelle notti passate a giocare a poker a San Lorenzo

Se vuoi proprio saperlo – dice Patrizia Cavalli, e sembra una minaccia – io le poesie le ho sempre scritte: le prime le ho fatte per Kim Novak, in quinta elementare, dopo aver visto Picnic”. Kim Novak che scende le scale battendo le mani a tempo di musica, nuvola bionda in abito rosa, William Holden che lascia l’altra donna per ballare con lei. “Mi sono innamorata, sono andata a casa e ho detto alla mamma: voglio conoscere Kim Novak. Lei mi ha detto: ma come faccio? e io: ah sì, e allora non mangio più. E non ho mangiato per una settimana”. Ride, e dice: povera mamma, ero una bambina così infelice. “A un certo punto, dopo il digiuno, ho scritto due poesie, che ho ritrovato in certi vecchi taccuini. Una si intitola: Se morisse Kim Novak. Dove sono gli abiti miei neri? Dov’è il lutto che fuor si vede? Non c’è? Beh, non fa nulla. Avrò lutto precoce nel cuor profondo mio”. Parlare con Patrizia Cavalli significa abbandonarsi alla possibilità di essere presi in giro per ore, quasi maltrattati e poi gratificati da un segreto rivelato a voce bassissima, e significa ascoltarla cantare, vederla distrarsi e poi ritornare velocissima sulla terra, a un centimetro da qui. “In realtà io non ho fatto altro, in tutta la vita, che fare una sorta di racconto fisiologico: nasce tutto da qualcosa di fisico perché io non ce l’ho l’anima”. Sei totalmente senz’anima? “Sì, io ho solo i sensi, e le parole”. Ma quando hai smesso di amare Kim Novak hai continuato con le poesie? “Per un periodo ho pensato che scrivere poesie volesse dire alterare un po’ le parole, la lingua, inventarla, e scrivevo cose che non significavano niente, assolutamente niente”. Mi recita un’altra poesia, fatta di parole tronche e misteriose, e nella sua bocca tutto diventa ipnotico, mi pare di capire versi che in realtà non esistono, significati impossibili, e le chiedo che cosa pensavano i genitori, verso la fine degli anni Cinquanta a Todi, di quella bambina malinconica che scriveva poesie incomprensibili. “Erano cose mie, neanche se ne accorgevano, ero una ragazzina infelice e pazza: non esiste di me bambina una foto in cui sorrido. Verso i 14 anni invece ho ricominciato a scrivere poesie molto cariche, molto espressioniste, brutte assai, tutte finte, e ho continuato sempre, con l’idea però che la mia vera ambizione sarebbe stata scrivere la prosa, ma sono sempre stata troppo pigra, ho sempre avuto bisogno di una soddisfazione immediata. Poi ho conosciuto Elsa Morante ed è cambiato tutto”. Elsa Morante è stata una grande amica di Patrizia Cavalli, una musa, un modello, “lei mi ha tirato fuori dalla mia infelicità e mi ha fatto essere poeta”.

 

"Ho scritto le mie prime poesie in quinta elementare, quando ho visto Picnic e mi sono innamorata di Kim Novak"

“Era il 1969, studiavo Filosofia a Roma, mantenuta dai miei genitori, tornavo sempre a Todi dopo quindici giorni perché finivo i soldi dello stipendio molto velocemente: andavo sempre in taxi, compravo violette candite. Ero molto infelice, non conoscevo nessuno tranne questo gruppo di froci americani molto sofisticati, perché un mio amico di Todi era fidanzato con uno di loro. Uscivo con loro la sera, unica donna, non sapevo nemmeno l’inglese, chiedevo: e dove sono le lesbiche? Possibile che non c’è una donna?, e loro dicevano che ero così funny, che avrei avuto così successo a New York, mi trovavano buffa, non si sa perché. Io ero disperata”. Io ho paura che Patrizia Cavalli si annoi, ho paura di dire qualcosa che la faccia smettere di raccontare, quindi taccio. “Un giorno volevano farmi incontrare Elsa Morante, ma sono arrivata in ritardo: l’ho incrociata sulla porta mentre se ne andava, e con aria un po’ sprezzante mi ha detto: telefonami se vuoi. Così ho fatto. Lei mi ha dato un appuntamento per andare a pranzo insieme e abbiamo subito litigato: io avevo la certezza di assomigliarle perché aveva scritto Il mondo salvato dai ragazzini, ma lei già stava da un’altra parte mentre io ero una conformista ancora ferma al Sessantotto. In ogni caso, lì è cominciata la mia vita. Da quel momento è cambiato tutto, da così a così”. Patrizia Cavalli fa il gesto con il palmo della mano, seduta su un divano a righe di questa vecchia bellissima casa a Campo de’ Fiori, dove già quarant’anni fa viveva in affitto come studentessa, in una stanza vicino all’ingresso. “Con Elsa andavamo a mangiare insieme tutti i giorni, lei aveva trentacinque anni più di me ma si metteva sempre alla pari. Ho conosciuto tutti i miei amici più cari grazie a lei, gli amici della vita: Carlo Cecchi, Angela Ippolito, Giorgio Agamben, Ginevra Bompiani. Mi guardavo bene dal dirle che scrivevo poesie, io studiavo Filosofia e mi sembrava sufficiente, non pensavo di dover giustificare la mia esistenza con altre cose: sapevo quanto Elsa fosse difficile e quanto sarebbe stata pronta al disprezzo e all’ostracismo. Lei non avrebbe mai mentito, se le avessi mostrato le mie brutte poesie avrebbe detto: ma non ti vergogni? ma secondo te queste sono poesie?, e io più di tutto tenevo alla sua amicizia”. Andavamo spesso a Piazza Navona, e a pranzo alla Campana, con amici o da sole. “Ero appagata da quel che avevo: per me quello che contava era l’amicizia ed erano le persone, non avevo il fuoco dell’arte che mi bruciava e nemmeno l’ambizione, ma non perché fossi umile: ero presuntuosissima, ma era una presunzione di me stessa, una specie di superbia del mio essere”.

  


 

Per la serie “Gli scrittori del sole” sono uscite finora sul Foglio le interviste a: Edoardo Albinati, il 24 giugno; Valeria Parrella, il 1° luglio; Sandro Veronesi, l’8 luglio; Domenico Starnone il 15 luglio, Francesco Piccolo il 22 luglio, Melania Mazzucco il 29 luglio, Michele Mari il 7 agosto, Alessandro Piperno il 14 agosto

 


 

Non poteva durare per sempre. “Dopo un paio d’anni di frequentazioni quasi giornaliere Elsa, andando dal ristorante a Piazza Navona, si ferma all’improvviso e con l’aria più minacciosa della terra mi guarda e dice: ma insomma tu, che fai? Allora non so come mi è venuta questa imprudente e perfida idea di dire, sapendo che per lei la poesia era il massimo: scrivo poesie. Lì è cominciato l’incubo. Mi ha guardato e ha detto: ah sì? beh, fammele leggere, non perché mi interessino dal punto di vista letterario, voglio solo vedere come sei fatta”. Patrizia Cavalli riesce a trasformare i ricordi in un teatro, vedo il sopracciglio di Elsa Morante che si alza, vedo il terrore negli occhi di Patrizia ventenne. “La peggiore delle minacce: per me è stato l’inferno. Ho cominciato a svicolare. Non andavo più a pranzo. Non mi facevo trovare, prendevo mille scuse, poi andavo a pranzo e lei subito: ma queste poesie? E io: le sto ricopiando. Ogni volta: e queste poesie? E io sempre: le sto ricopiando. E lei: e che ricopierai mai! Ma io non le stavo ricopiando, le stavo scrivendo! Perché non ero stupida e avevo capito che quello che avevo scritto era orribile, era quanto di meno potesse piacere a Elsa”. Quindi hai scritto nuove poesie solo per lei? “Sapevo che lei non poteva essere imbrogliata, così ho fatto un esercizio spirituale: ho riconosciuto e raggiunto quello che doveva essere da un lato vero e dall’altro doveva accordarsi a ciò che Elsa avrebbe riconosciuto come autentico. Quindi ho fatto un esercizio tra la menzogna e la verità. Dopo sei mesi di svicolamenti sono arrivata al ristorante con un fascetto di trenta poesie, tutte brevi, poi sono tornata a casa e dopo mezz’ora ho ricevuto una telefonata: ‘Patrizia, sono felice: sei una poeta’. Ho provato una tale felicità, anche se non me ne importava niente d’esser poeta. Ma ero stata assolta, e dunque ero stata accolta: per me quello fu un sollievo tale che poi tutto il resto, quello che è successo dopo, mi è sembrata la cosa più naturale del mondo. Mi importava di essere finalmente al sicuro: non potevo più essere cacciata perché ero poeta. Mi davo delle arie tremende”. Quelle poesie sono state pubblicate nel 1974 da Einaudi, la prima di sette raccolte, e sono dedicate a Elsa. “Quando poi questo libretto di poesie è uscito, non me ne importava molto. Ho avuto sempre un lato calcolatore un po’ cinico, non sono mai stata veramente innocente. Non mi importava degli altri, volevo solo essere accettata e amata da Elsa, che era per me il massimo che ci potesse essere. Lei ha trovato il titolo, io ero a New York, lei mi ha telefonato e mi ha detto: sono qui a correggere le bozze della Storia, ho guardato il tuo libro e penso che dovrebbe intitolarsi: Le mie poesie non cambieranno il mondo, ti va bene? E io ho detto: va benissimo, ma l’avrei detto di qualunque titolo”. Dico a Patrizia Cavalli che quel titolo è di Elsa, va bene, però è il verso di una poesia di Patrizia Cavalli.

 

Qualcuno mi ha detto
che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo.

 

"Studiavo Filosofia a Roma, ero tremendamente infelice e finivo i soldi molto in fretta perché compravo violette candite"

“Certo certo – dice Patrizia Cavalli – era stata Elsa stessa a dirmi: guarda, non credere che le tue poesie cambieranno il mondo. Perché lei era così: da un lato ti esaltava, dall’altro ti diceva: non ti montare. Mi ricordo che una volta sono andata al ristorante con un panama, mi credevo di avere chissà che in testa, arrivo e lei mi fa: ma figurati, questo cappello, ai miei tempi lo mettevano i ragionieri. Vanitosissima com’ero mi sono offesa a morte, ho cominciato a fare musi sovrannaturali. Stavamo con altri amici, Carlo Cecchi, lo scenografo Sergio Tramonti, e Elsa dice: ‘Guardate questa cretina: le ho appena detto è nato un poeta e adesso fa i musi per un cappello’. Però lei in realtà di questo era felicissima, per lei uno che fa il muso per un cappello ha qualcosa di meglio di uno a cui piacciono le poesie, è davvero un poeta. Ma il mio problema è la pigrizia e la fannullaggine: posso dire che ho lavorato, ma senza mai accorgermene, ho pubblicato poco, ho i cassetti pieni di fogli orfani”. Mi sembra che questo sia un vezzo, un modo per denigrarsi e non prendersi sul serio, in una vita caratterizzata, sempre, dalla forza espressiva, sia che Patrizia Cavalli canti una canzone, legga una sua poesia, reciti a memoria L’Inferno di Dante, traduca Shakespeare per il teatro. “Quando leggo di scrittori che tutti i giorni si mettono al tavolo per ore, qualunque cosa succede, proprio li invidio: io sono stata capace di stare mesi senza scrivere una parola, o almeno senza accorgermi di farlo”. Nemmeno per un bisogno economico? dico guardandomi intorno, ammirando le lampade che sembrano rose, i quadri e gli oggetti usurati e belli. Patrizia Cavalli ride: “Ma perché, con le poesie guadagni? Io ho venduto un numero notevole di libri, considerando che sono poesie, ma non è così che diventi ricco. Certo, sarebbe bello essere ricchi, e adesso mi è venuta la mania di farmi pagare. Adesso ho vinto il premio Feltrinelli, e ne sono felicissima. Però io mica ho guadagnato con le poesie, ho fatto tutt’altro”. Che cosa hai fatto? “Per un periodo ho fatto la mercante d’arte, soprattutto negli anni Ottanta era molto facile. Qualcuno aveva un quadro o un oggetto da vendere, io facevo da tramite con il compratore e prendevo la percentuale, in due minuti guadagnavo anche molti soldi. Ho fatto transazioni con un grande antiquario di Torino che in una sola volta ha venduto quadri per dieci miliardi di lire. Rispetto ai soldi sono sempre stata fortunata: pura fortuna senza fatica. Poi mi sono venuti gli scrupoli e non ho più fatto una lira. Bisogna avere l’innocenza del delinquere per guadagnare. E sono stata per cinque anni mantenuta da una fondazione americana di una mia amica, simpaticissima e molto stravagante. Dovevo scrivere qualche riga di progetto e mi arrivavano quarantamila dollari, cinquantamila dollari, trentamila dollari. Poi sono diventata giocatrice di poker, e lì è cominciata la rovina. Poker scoperto. All’inizio vincevo, ero fortunatissima, massacravo tutti i pittori di San Lorenzo, avevano il terrore di me, poi mi sono un po’ rovinata – dice Patrizia abbassando la voce, ma rallegrata dal mio stupore – e ho smesso. Ecco questa è la mia dimensione economica, tutta affidata alla sorte. Giocavo fino alle sette del mattino, fumavo miliardi di sigarette, mi sono rovinata la salute: se penso alla mia malattia adesso, non è stato uno scherzo”.

 


 Patrizia Cavalli ritratta da Ruggero Savinio. “Se penso alla mia morte quasi quasi mi dispiace più per gli oggetti che per le persone. Mi mancherà proprio la bellezza degli oggetti” 


 

Patrizia si tocca la testa, è senza parrucca perché fa caldo, l’aria condizionata va tenuta bassa perché dà fastidio, ogni tanto Patrizia la spegne, poi la riaccende, si lamenta di questa casa con un unico bagno in cima a una scala, mi chiede come posso stare seduta su questo divano che in realtà è un materasso, “di una scomodità sovrannaturale”, e mi spiega che nel caffè devo mettere il miele di elicriso. “Mi hanno trovato il cancro nel 2015 – racconta – ma ero malata da prima, e quello che non mi va giù è che c’è un responsabile del mio stato: il mio medico, lo odio. Non si è accorto del cancro, ed è un radiologo. Io essendo un’ipocondriaca e fumatrice facevo le radiografie ogni anno, non ho fatto altro nella mia vita che fare controlli, capisci la beffa? Della mia malattia c’è evidenza già nel 2011, ma lui non aveva guardato le lastre. Se questa cosa fosse stata vista quando doveva essere vista, io non sarei certo in questo stato”.

 

"Uscivo la sera con questo gruppo di froci americani sofisticati, unica donna, chiedevo: ma dove sono le lesbiche?"

Patrizia mi dice continuamente: non noti quanto sono laconica? e forse mi prende in giro. Dice che le cure le hanno assaltato la memoria, le sembra di avere dei cartoni nella testa, “sono anche diventata ordinata, non è normale, no? Cerco di usare questa malattia a mio vantaggio, sto ricopiando tutto quello che ho scritto a mano, anche cose di insignificanza assoluta, quasi come un esercizio di auto dispetto. Mi misuro con le mie goffaggini, le insipienze, con quella che sono, perché quello che ho scritto è anche quello che sono”. Tu hai paura? “Quando ci penso molto bene, sì, ho paura, poi faccio finta di niente, perché so che non gioverebbe vivere nel terrore”. 

 

Le dico: sei famosa anche per l’amore per gli oggetti. “Ah sì, sono famosa? Non lo sapevo”, dice con civetteria. “Sì sono una quality queen, io amo gli oggetti, infatti se penso alla mia morte quasi quasi mi dispiace più per gli oggetti che per le persone. I miei occhi non si poseranno più su quella poltrona dove c’è quella stoffa che ogni volta che la vedo dico ah quanto è bella. Neanche mi manca l’arte, i quadri, ma proprio la bellezza degli oggetti, un vaso lo guardo e dico: come ho fatto a comprare una cosa così bella. L’opus incertum della cucina, composto di pezzi di marmo antico e di ceramiche l’ho fatto io, è il mio capolavoro: l’incontro dell’intenzione e del caso è proprio un paradigma della mia vita anche poetica. Qualcosa che deve incastrarsi con un’altra ma senza prepotenza: devi ascoltare, anche in modo passivo, la forza dell’oggetto in sé. Le poesie sono spesso una forma di opus incertum, una specie di ascolto duttile, non è semplicemente la volontà a crearle”. Quindi sono le poesie che ti possiedono? “Le mie poesie sono tutte respiri, a parte i poemetti che sono respiri a lungo termine, respiri che pensano. In un certo senso sì, sono posseduta, mentre scrivo c’è un tempo in cui non penso. Quando avevo le aure, quei grandi mal di testa, quasi preludi a crisi epilettiche, come li descrive Dostoevskij, con un’alterazione della percezione dei sensi, precipitavo in una specie di visionarietà, stando dopo malissimo. Prima una felicità incontenibile, qualcosa che ti alza, dove senti l’universo, i continenti, le stagioni, l’infanzia e all’improvviso BOM, come se ti arrivasse una botta in testa e questa forma estatica si trasforma in dolore, dolore, dolore. Era una concentrazione che mi faceva lievitare, ho fatto quarantacinquemila elettroencefalogrammi, ma forse senza saperlo ero un po’ pazza. Non ce le ho più, le aure. Sarà un bene o sarà un male? Parafrasando Sandro Penna: il problema della testa prende tutta la mia vita, sarà un bene o sarà un male mi domando ad ogni uscita”. Quindi adesso vuoi farmi credere che eri pazza e non lo sei più? “Forse non lo ero, perché ho sempre ragionato. Del resto la base fisiologica delle mie poesie è fondamentale. Io non sono mai ispirata da una cosa astratta. Non mi ispira un ragionamento, un pensiero, ma mi ispira una forma di percezione fisica del suono delle parole e della sensazione che accompagna queste parole, come si incarnano. Non nasce mai una mia poesia da un ragionamento, anche se le mie poesie ragionano molto. La nascita viene da un forte stimolo psichico, nervoso, quasi materiale, e da qui si muove la lingua e va fisicamente dove viene condotta. Questa è l’ispirazione. Non tutti hanno la stessa scaturigine, io ho questa e non è astratta: è fisica, ci sono le persone, l’amore, l’odio, il disprezzo, il gioco, casa mia. Poi grazie alla lingua l’ispirazione prende un corpo, un’evidenza”. La tua lingua è molto limpida, come se tu riuscissi a ridare un’innocenza e una lucentezza alle parole. “Le parole per me sono tutte belle, tutte. Se riescono ad esistere, e a vibrare, la lingua è una cosa meravigliosa, un miracolo dell’umano, è tutto bellissimo se riesce a stare nel punto in cui la parola si dispone in un corpo evidente, necessario e sorprendente. Non ci sono parole brutte e non esistono sinonimi. La parola è quella. E’ un’idea ridicola che esistano i sinonimi. Le parole possono solo assomigliarsi parzialmente. Ogni parola ha la sua proprietà, quando hai detto la parola che è proprio quella tu lo sai, lo senti”. Ed è il contrario, della letterarietà: c’è la costruzione della naturalezza, ma la costruzione nelle poesie di Patrizia Cavalli non si avverte mai: “Far sembrare come se tutto dovesse essere così e che per la prima volta che uno ha aperto bocca è uscito questo fiato. A volte è proprio così ed è come se ci fosse una grazia che proprio te lo regala. Altre volte no. Ma è il risultato che conta. Senti com’è bello questo distico:

  

Penso che forse a forza di pensarti
Potrò dimenticarti amore mio.

  

Senti che può fare la poesia: va verso l’aria. Che cosa c’è di più bello delle parole, della lingua?”. E’ come una storia d’amore, è come il gioco dell’amore. “E’ proprio l’amore che mi muove, e magari non è la verità intesa in un senso letterale, ma c’è sempre una forma estatica di adorazione, di disprezzo o di odio. L’amore spirituale non so che cosa sia, mi dura mezza giornata. O sono affected, impressionata, oppure non so cosa sia l’amore”. E ti impressioni facilmente? “Adesso purtroppo no, ma in passato ero molto impressionabile”, ride Patrizia, e ricomincia:

 

Impressionabilissima io scivolo
Addosso a te incerata e mi perturbo
Del tuo imperturbabile restare,
dissipo ogni sostanza materiale
da non aver più nulla da turbare.

 

"Quando Elsa mi ha detto: ma insomma tu, che fai?, per me è cominciato l'inferno. Ho risposto: scrivo poesie, e sono sparita"

Le chiedo quali sono i suoi modelli, chi sono i poeti con cui si confronta. Si infastidisce. “Io non mi confronto con i miei contemporanei perché per lo più mi annoiano, mi confronto solo con i grandissimi poeti, o meglio li leggo. Con Umberto Saba, con Sandro Penna, con Giorgio Caproni. Adesso sto leggendo Mandel’stam, ma è un inferno non poter leggere il russo, non poter godere delle rime, è così anche per Marina Cvetaeva: la metrica è così importante, la poesia è la sonorità. Le mie poesie brevi se non avessero quel suono non sarebbero nulla. Ma quando apro dei libri di poesie e i miei occhi scivolano come su uno specchio e non si fermano su nessuna parola e se ne vanno via perché è una parola insignificante o sembra sottrarsi a ogni emozione e non sai perché stia lì, è come se scivolassi in un pozzo nero. Quando leggi i veri poeti le parole ti vengono addosso, esistono, si aprono, non si chiudono. Mi succede con Dante, con Cavalcanti, con Leopardi: li leggo sempre con estasi, li imparo a memoria perché è importante, è fondamentale, mi fanno compagnia: cammino per strada e loro a un certo punto mi soccorrono”.

  

Le parole soccorrono, ma anche l’amore soccorre, perché ispira le parole: “Per amore ho avuto momenti terribili: all’improvviso cominciava questa sofferenza allucinante, stavo per ore a fissare la parete. Non mi succede più, questa cosa si è interrotta, ma io sono diventata meno intelligente, più opaca, adesso ho la sensazione di non essere niente, perché non sento più quello che sentivo. Non so se sono queste cure, ma ho addirittura la sensazione di aver cambiato carattere”. Forse è soltanto che non sei innamorata. Però dammi, adesso, ancora una poesia. Patrizia Cavalli sorride, si sistema la camicia blu.

 

Come morta, meno che morta,
più che morta. Vivente
a due passi, scomparsa
ai miei occhi. Dio degli incontri,
ritornami amico!

 

9 - fine. Per la serie “Gli scrittori del sole” sono uscite sul Foglio le interviste a: Edoardo Albinati, il 24 giugno; Valeria Parrella, il 1° luglio; Sandro Veronesi, l’8 luglio; Domenico Starnone, il 15 luglio; Francesco Piccolo, il 22 luglio; Melania Mazzucco, il 29 luglio; Michele Mari, il 5 agosto; Alessandro Piperno, il 12 agosto.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.