Voglio stare da solo sull'atollo: tutto per me è laggiù

(foto LaPresse)
"Il ricatto di mio padre io lo chiamo: onere del quoziente. Non frequentavo quasi nessuno perché di tutti diceva: è un cretino"
“Dopo la sua morte, svuotando casa sua qui a Milano, ritrovando le sue cose, l’ho rivista com’era stata: una ragazza piena di talento, atletica, ironica, una grazia che molto tempo fa fu persona”
Da una parte mi sentivo meglio degli altri, io che a 18 anni ho letto tutte le vite di Plutarco, dall'altra mi sentivo un mentecatto"
Stare da solo, essere l’unico: è vero che è quasi tutto laggiù, nell’infanzia. Con l’ammirato terrore verso un padre unico e solo, penso mentre per sbaglio rovescio un bicchiere d’acqua sul tavolo, a poca distanza dai manufatti di cartone di Michele Mari, e ho un ammirato terrore della sua reazione: corre a prendere uno straccio, non dice niente, pulisce tutto, anche il pavimento, e mi racconta che con i suoi figli ha fatto guasti di diverso tipo rispetto a quelli di suo padre: “Ho cercato di non replicare quel modello così prussiano, e le madri dei miei due figli dicono che sono migliore come padre che come marito, ma so che siamo tutti dei Mari molto autocentrati, molto statici, poco duttili. Non sono mai stato in America, ad esempio: fare la fila al check-in, restare pigiato su un seggiolino per ore mi fa rinunciare a qualsiasi meta, declinare qualunque invito, e mio figlio grande è uguale a me. A Milano vado da decenni in un unico ristorante e possibilmente allo stesso tavolo, come i vecchietti delle commedie di Nino Manfredi. Più vecchi sono i camerieri e più sono felice. Odio tutti i posti di tendenza, dove vanno i grafici, dove vanno quelli del Salone del Mobile. Sono poco curioso. Io non ho mai visto mio padre, che pure era conosciuto da tutti quelli del mondo dell’arte, andare a una mostra: se ne stava barricato in studio a lavorare”. Questo modo di vivere ha dato molti frutti, ha fatto molti danni: “Al di là degli episodi traumatici, urla risse e litigi, la separazione dei miei genitori, quando avevo circa dieci anni, più che un sollievo è stata la salvezza: non credo che avrei retto ancora molto. Ero un campionario di tic, compulsioni, disturbi, facevo la pipì a letto, ero messo molto male. Mia sorella meno, ma anche lei era rattrappita: tutti e due avevamo l’atteggiamento di chi si mette al riparo dalle bombe”. Ho letto in Leggenda privata, dove è esposta tutta l’angoscia del rapporto famigliare, l’episodio terribile della pipì a letto all’isola d’Elba, adolescente, mentre dormiva insieme a suo padre. “Ancora adesso se sento nominare l’isola d’Elba ho un attacco di angoscia tremendo, perché è stato uno degli episodi più terrificanti della mia infanzia. Tre giorni in giro con mio padre senza mai bere dopo le quattro del pomeriggio per paura di non riuscire poi a trattenermi, ma la quarta sera ho ceduto: ho bevuto un bicchiere d’acqua e mi sono svegliato, la notte, dentro l’inferno. Però ecco, una delle cose belle della letteratura è che è una rivalsa elegante, magnanima, sulla miseria e sulla sofferenza. Una forma di vendetta non meschina. Ho ripercorso quelle vicende con un po’ di ariosità, come se io stesso fossi il personaggio di un romanzo drammatico”. Tutto è letteratura e la letteratura crea la vita, dice adesso Mari: “Ho conosciuto la mia seconda moglie, la scrittrice Romana Petri, madre di mio figlio, perché il mio secondo libro, Io venia pien d’angoscia a rimirarti, fu co-recensito da Giorgio Manganelli sul Messaggero insieme al romanzo d’esordio di Romana Petri: quando ci fu la giornata di commemorazione per la morte di Manganelli, ci incontrammo lì per la prima volta”. E la letteratura gli ha permesso di recuperare sua madre. “Dopo la sua morte, svuotando casa sua qui a Milano, ritrovando le sue cose, l’ho rivista com’era stata: una ragazza piena di talento, atletica, ironica, una grazia che molto tempo fa fu persona. Mi sono commosso nel ritrovare i suoi disegni e nel ricordare tante cose. Il pancotto ad esempio. Quando mia madre si è separata eravamo davvero poveri, perché lei non chiedeva niente né a mio padre né ai suoi genitori borghesissimi. Anche per otto-dieci pasti settimanali su quattordici mangiavamo pancotto, pane cotto con un mezzo dado e un goccettino di olio. La variante era il pancotto buono, cioè impreziosito da una spolverata di grana e da una foglia di alloro. Sembra una cosa beffarda ma è una delle più tenere che io ricordi. ‘Bambini, cosa sono questi faccini, sorridete che stasera c’è il pancotto buono’, ci diceva lei, convincendo anche se stessa che quella era una festa. Io mi ricordo che ero felice al pensiero che quella sera avrei mangiato il pancotto con un po’ di olio e formaggio”.
"Mia madre ha perso la grazia e in vecchiaia si è trasformata nel mio incubo di quando ero bambino: un ultracorpo"
La predestinazione, la vocazione, tutto arriva da là, tutto è ancora molto nitido e acceso laggiù. “Per me la letteratura, sia letta sia praticata da me, nelle prime cose che scribacchiavo, è stata un modo di vivere in un mondo determinato da me e non regolato da codici infrangibili. Una volta, da bambino, con entusiasmo avevo iniziato una storia a fumetti inventata da me, ambientata al Polo Nord, e in una delle prime vignette avevo disegnato degli orsi bianchi. Mio padre passa, vede e mi dice: ignorante, gli orsi bianchi stanno al Polo Sud, non al Polo Nord, ti devi documentare! Va di là, torna e mi porta otto tomi di geografia e zoologia. Io ho chiuso e ho smesso, quella storia è finita lì. Per me scrivere è fare come faceva Salgari: inventarsi un mondo, o fare come Vincenzo Monti che tradusse l’Iliade senza sapere il greco, seguendo parafrasi francesi e latine. A un certo punto Monti trova un epiteto di Achille, eukmenides, che vuol dire: dai gambali ben fatti. E lui traduce totalmente a sproposito: coturnati, cioè con il coturno che è il calzare tragico degli attori. Gli amici grecisti, sollecitati da lui stesso, gli dicono: guarda che qui hai preso una cantonata tremenda. E lui dice: avete ragione, ma a me piace di più così. La letteratura è anche questo, è fregarsene e dire: io lascio coturnati. Se metto coturnati dimostro che per me quella guerra, quel massacro decennale, per me fondamentalmente è uno spettacolo teatrale, un’idea quasi pre hollywoodiana. La letteratura è stata per me qualcosa di benedetto, anche nelle sue ridondanze, imprecisioni, iperboli, metafore. A piacermi è questo aspetto irrazionale”.
Dici irrazionale, ridondante, impreciso, ma non dici mai: libertà. “No, e adesso dico una cosa che dicevo anche negli anni Ottanta, Novanta, e mi facevano le pernacchie: per essere scrittori bisogna conoscere il greco e il latino. Mi rispondevano: ma no, semmai bisogna conoscere Bob Dylan. E in effetti uno scrittore mio coetaneo disse: non me ne frega niente di interagire con Petrarca e Tasso, la mia intertestualità è con i Doors. Io sono sempre stato molto più imparruccato, non riesco a concepire me, Michele Mari, senza un passaggio dal greco e dal latino. Mi sembra così scontato che la tradizione ti preesiste e tu ti muovi all’interno di questa tradizione: uno scrittore ha la libertà relativa di chi è comunque dentro un castello, una nicchia, una civiltà, ma non ha la tabula rasa. Però la letteratura è il regno del vago, dell’onirico, del possibile”. L’onirico, gli incubi, le rondini sul filo, l’invenzione fantastica e il mondo intero dentro di sé: “Per parlare del mondo non bisogna preoccuparsi del mondo ma bisogna averlo, inglobarlo. Anche quando ci sono altri personaggi, come Roderick Duddle, io parlo di me, e parlo di me guardando l’infanzia. In un’intervista Bufalino disse: per quanto diversi possano essere i miei personaggi, è come se si chiamassero tutti Gesualdo. C’è molto di vero anche per me in questo. E poi a me non interessa parlare di me come scrittore, persona che vive scrivendo di se stessa, perché quello è il momento della fortificazione, del guscio, della corazza: a me interessa parlare di me prima di essere diventato scrittore. Altrimenti sarebbe un’autobiografia di secondo grado”. Così è come se tu avessi per sempre dieci, dodici, diciassette anni. “Perché è più o meno l’età in cui mi sono sposato con la letteratura – dice Michele Mari, alzandosi dalla sedia e andando per la centesima volta a controllare l’ora, per scappare da qui – alla fine è stato il mio matrimonio più duraturo e riuscito e io sono rimasto imprigionato lì: sono come quel pensionato che torna sempre sul lungomare di Rapallo perché lì ha preso per mano per la prima volta la sua fidanzata”.
Per la serie “Gli scrittori del sole” sono uscite finora sul Foglio le interviste a: Edoardo Albinati, il 24 giugno; Valeria Parrella, il 1° luglio; Sandro Veronesi, l’8 luglio; Domenico Starnone il 15 luglio, Francesco Piccolo il 22 luglio, Melania Mazzucco il 29 luglio.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
