Monde de plume

Fabiana Giacomotti

Un ritorno sulle passerelle della moda. Le donne le adorano: nelle occasioni ufficiali le portano da seicento anni. Prima erano prerogativa del maschio. Anzi, del soldato

E all’improvviso, sulle strade, nei musei e sulle passerelle che fanno scuola e tendenza, Valentino e Prada in testa, sono ricomparse le piume. Festoni a contrasto su gonne da signora perbene, ricami complessi con tecniche antiche, boa da drag queen, simulacri di penne in nylon e cristalli, pendagli, charm e gri gri scaramantici da borsetta. Una pattuglia di Wande Osiris con o senza i boys, dee cacciatrici modello figurine Liebig primi Novecento che poi sono alla base del nostro immaginario esotico da operetta, midinette da bohème col vezzo di piume al collo come in un quadro di Manet, personaggi da romanzo del jazz con fragili borsette di seta e marabù rosa pallido. Sinceramente, non so da dove e perché siano arrivate adesso, tutte queste piume. Dev’essere un effetto derivato dell’individualismo edonista e festaiolo a cui ci sta portando l’uso quotidiano dei social, ma la butto un po’ lì non avendo altre motivazioni anche vagamente sociologiche a cui attaccarmi, come molti stilisti quando, invitati dalla stampa a raccontare le fonti di ispirazione delle loro collezioni, invece di rispondere che hanno disegnato abiti a colonna o gonne plissé semplicemente perché ne avevano voglia e perché sentivano arrivato il momento giusto per farlo, si inerpicano nei sentieri tortuosi dei riferimenti ad autori dimenticati e a scuole letterarie ostili, un esercizio di cui le clienti in genere si infischiano e che nessuno, in realtà, dovrebbe esigere.

 

Dunque, per ragioni forse elevate e misteriose o anche per motivi banali – non tutto ha una spiegazione – in giro si vedono un sacco di piume. Il Musée de l’Opéra ha aperto il percorso espositivo dedicato in questi mesi al primo e più importante scenografo dei Ballets Russes, Leon Bakst, con il costume da ballo di Anna Pavlova nell’allestimento del “Lago dei cigni” del 1907, in tarlatana e piume bianche di varia origine, cigno compreso. Il Musée du Quai Branly, ormai il più interessante di Parigi per la trasversalità pur stra-politicamente corretta dell’approccio (e state a vedere che Jacques Chirac che ne è ispiratore qualche chance di prendere il Nobel per la pace ce l’ha), ha messo in mostra le opere dei piumai pre-colombiani raccolte nell’ultimo ventennio dell’Ottocento da un certo Guillaume Pujos, compresa una “Messa di san Gregorio” del 1539 a mosaico di penne di guitguit, ara rosso e colibrì che è un esempio mozzafiato del sincretismo azteco-cristiano, oltre che dell’abilità persuasiva e pedagogica dei frati francescani portati nel Nuovo mondo da Hernán Cortés, che con l’ordine minore intratteneva rapporti stretti. Gli amantecas, gli artigiani piumai aztechi che tanto avevano colpito un cronachista dell’epoca, fra’ Bernardino da Sahagun, e che prendevano il proprio nome dal quartiere della città di Tenochtitlan dove vivevano e tenevano bottega, per fissare le piume lavate e trattate alle stoffe, o tesserle in mantelli e coperte, usavano fra le diverse tecniche possibili quella della filiera cucita, in cui le piume sono fissate sul tessuto da leggere trame di filo nascoste sotto il successivo strato di piume, leggermente sovrapposto al primo, come le tegole di un tetto. Meno complessa della tessitura in trama, meno rigida dell’incollatura, è un’opzione difficile, per la quale è richiesta precisione e una grande abilità cromatica nell’accostare le diverse piume. Per questo non ci sono dubbi, e qui arriviamo al punto, che l’atelier di Valentino che l’ha usata per la decorazione a motivo neoclassico di una strepitosa cappa di cashmere color panna disegnata da Pier Paolo Piccioli sia di gran lunga il più abile su piazza. Qualcuno sostiene che le petites mains di piazza Mignanelli, a Roma, siano di gusto e precisione esecutiva perfino superiore a quelle della maison Dior dove si è accasata  l’ex partner in fashion crime di Piccioli, Maria Grazia Chiuri, con grande scorno dei francesi che non si sono ancora ripresi dall’arrivo di un secondo nome italiano dopo Gianfranco Ferré, e per di più donna, a capo della maison che vivono più di ogni altra come simbolo della grandeur parigina nell’alta moda: “Certo madame, è piuttosto singolare che fra noi francesi non ci fosse nessuno da mettere a capo dell’atelier in avenue Montaigne”, mi diceva piccatissimo qualche giorno fa un tassista mentre mi portava all’incontro pre-sfilata di Giorgio Armani, dimostrando che la faccenda è particolarmente sentita anche al di fuori del Settimo e Ottavo arrondissement e chissà se non ce la ritroveremo nel prossimo romanzo di Daniel Pennac.

 

Da Giorgio Armani, collezione Privé subito selezionata da Nicole Kidman per la prossima cerimonia degli Oscar, ancora piume, di sontuoso marabù ma anche tecnologiche cioè sintetiche: un astratto boa in tubi e torcoli di crine e cristalli color mandarino, colore di stagione e, va detto, di questo periodo storico. Orange is the new black, come sintetizzano i modaioli quando non sanno da che parte prendere la faccia di Donald Trump, e s’è già capito che non vorrebbero prenderla affatto.

 

Le piume finte o, per meglio dire, evocate, idealizzate e stilizzate con la stessa tecnica che il costumista di Fellini Piero Gherardi aveva usato per i Caroselli di Mina sono un’opzione interessante, soprattutto perché, volendo infilare adesso sui turbanti tanto di moda una delle aigrette che vi piazzava Paul Poiret all’inizio del Novecento, si finirebbe in galera. Pelli di leopardo, piume di pappagalli tropicali, zanne d’avorio: fatevi beccare con qualcuno di questi esemplari alla dogana di un aeroporto, anche se antichi, anche se di famiglia, e andrete a spiegarlo in questura. Le dieci, quindici generazioni che ci precedono hanno spennato, scuoiato, sventrato a fini decorativi in misura decisamente eccessiva. I pettini rivestiti di penne di colibrì delle geishe di un tempo sono diventati oggetti di collezione (“le donne giapponesi coprono la testa con una specie di cappello o cuffia nera, dalla quale escono le chiome tutte intrecciate con fiori, piume e perle”, scriveva nel 1823, stupefatto e ammirato, Giulio Ferrario nel suo “Il costume antico e moderno”, rivisitazione del celeberrimo saggio di Cesare Vecellio pubblicato tre secoli prima) e credo che l’ultima a sfoggiare una vera aigrette, piume di rigore nell’abbigliamento di corte a Buckingham Palace fino alla metà del Novecento, sia stata Carla Fracci in un balletto per la Rai del 1989 su disegno di Silvia Frattolillo. Le penne e le piume che si usano adesso hanno ascendenze ben meno nobili, e se assumono l’aspetto di quelle smeraldine del quetzal è perché sono state tinte, penne “a imitazione di” come nella favola della cornacchia superba e del pavone, e ne sa qualcosa la maison Lemarié, unica superstite delle quasi cento attività piumaie francesi storiche, ora protetta da un programma di salvaguardia imprenditoriale dei Wertheimer, i proprietari di Chanel che ne sono azionisti, e che fornisce piume di gallo, oca, cigno e struzzo lavate, tinte, arricciate a tutta la haute couture mondiale. In Italia, dei piumai che comparivano nelle stampe seicentesche con le loro borse traboccanti, una berretta ornata in testa e tre piume in mano come nell’altra novella, quella dei fratelli Grimm con il re e e il figlio che tanto grullo non era, ne è rimasto solo uno degno di nota e si trova a Firenze.

 

Mentre fra gli uomini di oggi non sono rimasti molti a portare piume, se non per provocazione (dal calcolo sono esclusi gli orrendi ciondoli estivi dei cafoni da spiaggia delle Baleari con dente di squalo annesso), le donne in genere le adorano. Vaporose come il marabù o solenni come il fagiano tinto di nero, vere o anche false; in genere ci va bene tutto. D’altronde, a noi è concesso portarle in occasioni ufficiali da circa seicento anni più o meno ovunque nel mondo occidentale. Prima, erano prerogativa del maschio: segno di potere, feticcio di potenza, insegna di valore guerriero, di rapidità di pensiero e di piede (Mercurio, va da sé). Mettetela come volete, ma la piuma è stata a lungo l’ornamento del soldato. Che la dea Era scegliesse i propri guerrieri inviando loro delle penne di pavone non significa che le tenesse per ornarsene. E di tutte le statue e le rappresentazioni che, dal Cinquecento in poi, arrivarono o vennero fatte dei popoli del Nuovo mondo, fra le tante mistificazioni e i malintesi fra le popolazioni del sud e quelle del nord America, l’immagine della bella selvaggia dalla corona di piume, la Atala di René de Chateaubriand che tanto faceva piangere i romantici con il suo sacrificio d’amore, è certamente la più fantasiosa e la più errata. Un’allegoria, abilmente nutrita fin dal Diciassettesimo e Diciottesimo secolo che, con le opere musicali (pensiamo alle “Indes Galantes” di Rameau), aveva riempito i palcoscenici delle corti d’Europa di guerrieri “indiani” vestiti da dèi dell’Olimpo greco, ornati di penne di origine incerta, sullo sfondo di templi aztechi o inca circondati da giardini all’italiana. Il marmo dell’“Allégorie de l’Amerique” di Gilles Guerin realizzato nel 1674 da Colbert e destinato al Parterre d’eau del giardino di Versailles è lì a dimostrare di quali pastiches fosse avido il barocco, ma anche senza andare fino a Parigi, la Fontana dei quattro fiumi di piazza Navona ne è già una buona dimostrazione, come anche un grande dipinto della prima metà del Seicento appeso in uno dei saloni dell’appartamento della regina Elena, al pianterreno di palazzo Reale a Torino, in via di riapertura, che mostra due dame a cavallo con un’immensa acconciatura di piume variopinte, ovvia invenzione a fini estetici benché qualche testimonianza dell’epoca ci confermi che le donne, oltre a montare scomodamente all’amazzone, indossassero copricapi fatti apposta per impigliarsi fra i rami: Anne Marie Louise de Montpensier, la “grande mademoiselle” e anche la grande sovvenzionatrice della Fronda, morta nubile e ancora ricchissima, ricordava nelle sue memorie di aver seguito la caccia del re con un “cappello guarnito da una quantità di piume”. Era stato lo stesso Luigi XIII che la Grande Mademoiselle osteggiava a concedere alle donne il diritto di portarle nelle loro mise di apparato, di cerimonia, e loro non si erano fatte pregare. Altrove le regole dovevano essere diverse, se si guarda al ritratto rinascimentale “di giovane donna” di Lucas Cranach, che vi compare a mezzo busto, coronata da un bel berretto di velluto e di seta rossa ricamata e piume di struzzo bianche arricciate, e che ora si trova agli Uffizi, ma nelle corti e nelle occasioni ufficiali, appunto, la trasgressione al divieto era stato un fatto occasionale e approvato solo con il tempo.

 

Le piume sono magnifiche, come si diceva, e non ci sono dubbi che tutto questo marabù di Prada si troverà più o meno ovunque, copiato da Zara e ha tutti i marchi di fast fashion, ma d’altronde è un fatto che, quattro secoli dopo il regno di Luigi XIII e dei moschettieri con la piuma sul cappello, anche noi donne tendiamo ad ornarcene la testa per cerimonie o eventi speciali. E per quanto riguarda anche la couture appena vista a Parigi e a Roma (meravigliose le organze a smock effetto-piuma di Gattinoni e le guerriere di Antonio Grimaldi, che si è diviso fra le due capitali), se è facile figurarsi decine di ricche signore pronte ad acquistare senza se e senza ma l’abito di trecce di chiffon in quindici nuance di giallo digradanti creato da Piccioli, non ne vedo altrettante correre in atelier per assicurarsi la cappa di cashmere con le piume che è, a tutti gli effetti, capo da immagine, come si dice, per servizi di moda, scatti di copertina e futura, lunghissima e ammirata vita nell’archivio e nei musei.

 

P. S. Una nota per gli amanti del musical. Fred Astaire provvide in prima persona a smentire la diceria hollywoodiana secondo la quale Ginger Rogers indossava abiti con polsini e scolli orlati di lunghe piume di marabù per infastidirlo: in effetti approvava lui ogni mise. Più o meno come i sovrani di Versailles.

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