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Il gioco erotico

Immagini non folgoranti nelle (troppe) 526 pagine del romanzo di Carlo D’Amicis candidato allo Strega

26 Giugno 2018 alle 06:03

Il gioco erotico

Per la perizia in vista del premio Strega, avviciniamo con curiosità la pagina 69 del romanzo di Carlo D’Amicis. “Il gioco” (Mondadori) è stato sottratto d’ufficio – unico titolo della dozzina che precede la cinquina – ai giurati dello Strega Giovani. In quanto giovani non possono posare i loro occhi innocenti su una storia erotica, non importa quanto YouPorn (e affini) abbiano consumato prima di compiere i sedici anni. Non è prevista l’escalation virtuosa: leggere un porno, prendere atto che i libri non sono solo le noie scolastiche con obbligo di riassunto, leggere qualcos’altro.

 

Curiosità mista a terrore. Secondo Alberto Arbasino, il porno italiano era svantaggiato in partenza, per l’abitudine degli scrittori a usare parole da manuali di anatomia. Aggiungiamo che richiede molta destrezza, ed è rischioso anche per scrittori di genio: perfino Philip Roth, parlandone da vivo, inciampò su un dildo di gomma verde, in “Umiliazione”.

 

“Fica” e “spompinare” sono il magro bottino ricavato da pagina 69. Più un cinemino a luci rosse frequentato da un ragazzino che per corrompere il bigliettaio (leggi: “Cassiere”) infila una banconota da mille lire nei documenti. Speriamo di trovare dell’altro, in questo interrogatorio introdotto dalla parola “libertà”. L’intervistato esita, lo scrittore interviene con puntini di sospensione e indicazioni da filodrammatica, alla voce “imbarazzo”: “Si strofina lentamente le guance. Guarda dentro la tazzina vuota”.

 

Imbarazzato anche il lettore, per quel che legge la riga dopo. C’è un padre morto, e ci sono le sue imposizioni, che “giacevano ai piedi della tomba come un cane senza più padrone”. Immagine non folgorante. Ma si poteva mettere un punto e piantarla lì (lo scrittore si riconosce non solo da quel che scrive, ma soprattutto da quel che taglia dopo averlo scritto). Invece parte l’analogia: “Un cane senza più padrone che non sapevo se sopprimere, nutrire, o abbandonare sul ciglio della strada”. Sesso poco o niente. Se uno scrive un romanzo di 526 pagine magari una vacanza se la può prendere, e le vacanze preferite dagli scrittori italiani sono l’infanzia e l’adolescenza dei personaggi. Però, a proposito: perché tutti scrivete romanzi da cinquecento pagine? Ve li pagano a peso, adesso? Sicuri, voi e il vostro editor, che non c’era nulla di tagliabile, nulla di riassumibile, nulla di eliminabile?

 

Andiamo a pagina 99 dopo aver sbirciato in copertina una variazione sulla donna-violino di Man Ray. Continua l’intervista con i suggerimenti di scena, il personaggio parla e lo scrittore commenta: “Non si capisce se e quanto sia ironico”. Ma di grazia, non dovresti essere tu, scrittore, a riferire le parole del personaggio facendo capire se e quanto sono ironiche? Poi via con i termini tecnici, Si parla di “bull”, ovvero un maschio che agli ordini e per conto di un cuckhold – in italiano “cornuto”, ma suona meno figo – scopa la di lui consorte in gergo chiamata “sweet”.

 

Se non siete pratici soccorrono le note in copertina, dove si evoca per il maschio alfa, o bull – “la disciplina e la meticolosità degli antichi samurai”. Tecnicamente il risvolto non lo possiamo imputare a Carlo D’Amicis, però possiamo invocare una moratoria sui samurai, poveretti, tirati in ballo sempre a sproposito. La frase “Raccogliendo le conchiglie che il grande mare della femminilità deponeva sul mio cammino: scollature, caviglie, unghie smaltate” ribadisce quel che già sapeva il poeta Guido Gozzano. Allora e sempre, il conchigliame fa subito “piccole cose di pessimo gusto”.

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