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L'inizio della madre

Matteo Nucci

Nell’essere mortale c’è una sola cosa immortale: la procreazione. Diotima aveva tutte le risposte

Gli scrittori hanno pudore a raccontare delle madri.

 

Forse è per via di quel complesso che ha preso il nome del famoso bambino abbandonato sul Citerone. Quel neonato che a causa del gonfiore dei piedi legati al momento dell’abbandono venne chiamato Edipo. Forse è per questo. O forse è perché non vogliono confrontarsi con il pezzo di letteratura che è all’origine della nostra storia. All’inizio dell’Iliade, Achille, umiliato da Agamennone, getta lo scettro in terra e abbandona la battaglia. Prima di rinchiudersi nell’ira famosissima, se ne va verso il mare color del vino e chiama sua madre. Teti lo ascolta dalle profondità acquee in cui vive e ne esce per sedersi sulla spiaggia dei Dardanelli a cullarlo, a prenderlo fra le braccia mentre piange. Hai ragione – gli ripete come fosse una ninnananna. E Achille per un attimo è felice.

 

Chi ebbe il coraggio, immediatamente, di raccogliere la sfida fu il grande nemico di Omero. Aristocle, il ragazzo che per le sue larghe spalle venne soprannominato Platone, aveva paura dei complessi e voleva farsi scrittore. Dunque, non rimpianse mai di aver imparato i canti omerici a memoria, benché fece di tutto perché Omero non fosse più considerato un Maestro. Ammise più volte, del resto, che le storie mitiche che sua madre Perittione gli aveva canticchiato negli anni dimenticati dell’infanzia avevano costituito il modello più forte nel plasmare la sua anima avviandola alla crescita. E quando venne il momento di scrivere uno dei suoi più importanti dialoghi, scelse una donna come protagonista, una donna capace di spiegare davvero cosa significasse essere madre.

 

Nel Simposio, il sublime dialogo su Eros che Platone scrisse avviandosi ai cinquant’anni, è molto difficile stabilire quale sia la voce dell’autore. Ma non c’è dubbio che la sacerdotessa chiamata in causa da Socrate a rivelare le più alte verità erotiche abbia un posto di primo piano. Si chiama Diotima. E l’artificio stilistico con cui Platone la porta in scena è già una piccola perla perché nell’ambiente tutto maschile del simposio – ovvero il momento in cui si beveva assieme e si discuteva, cantava, scherzava – il Socrate personaggio platonico rifiuta di parlare in prima persona e racconta le verità che solo una donna, straniera, per giunta assente, può regalare ai convitati. Diotima fa l’onore del dio come il suo nome anticipa a tutti. E spiega molte cose circa questa divinità tanto decisiva per gli umani quanto misteriosa, sfuggente, ambigua. Eros non è brutto né bello – spiega, innanzitutto. Eros, proprio perché manca di bellezza, tende furiosamente verso il bello. Ma cosa è la bellezza? E perché ne abbiamo così bisogno quando ci sentiamo fradici di amore? La questione spinge la donna a una risposta decisiva.

 

Nell’essere mortale c’è un’unica cosa immortale: la gravidanza, la procreazione. Attraverso i figli superiamo la nostra condizione di mortalità. Ma partoriamo – attraverso il corpo o l’anima (figli umani o opere dello spirito) – soltanto quando la bellezza ci spinge a farlo, perché la bellezza è armonica al divino che è dentro di noi e dunque ci rilassa dalle doglie e ci lascia dare alla luce ciò di cui siamo gravidi.

 

Chi ci fosse dietro Diotima resterà sempre un dilemma. Difficile però non cercare in lei la sapienza di una madre. Forse Perittione che canticchiava al figlio Aristocle le storie indimenticate. Forse un incrocio fra Perittione e un’altra madre famosa nell’Atene del V secolo. Una donna scomoda. Si chiamava Aspasia. Veniva da Mileto. Aveva sedotto Pericle, il grande statista, con una strana bellezza e discorsi ammalianti. Lo stesso Socrate pare che desiderasse molto ascoltarla perché aveva una grande sapienza, era esperta di retorica e raccontava meglio di chiunque altro la forza di Eros.

 

Forse c’era lei dietro Diotima? Difficile rispondere. Sappiamo che Pericle difese Aspasia da ogni pettegolezzo e con lei ebbe un figlio che prese il suo stesso nome. Fece ogni cosa perché gli venisse data cittadinanza, nonostante la madre non ateniese. Voleva tutto per questo figlio. Ma doveva aver chiaro ciò che diceva sua moglie e che avrebbe lasciato intendere Diotima: la vera immortalità non passa attraverso i figli in carne e ossa. Bensì attraverso le nostre opere spirituali. Perché anche una madre che ha tenuto in grembo suo figlio, a un certo punto deve sacrificarsi del sacrificio più drammatico e lasciarlo andare solo per il mondo.

 

E’ per questa solitudine a cui siamo condannati che non dovremmo avere pudori. Dovremmo rincorrere l’arroganza di Platone e la giovinezza dei cantori omerici. Nonché i piedi gonfi di un Edipo che non pretende di tornare a casa. Siamo gravidi anche noi, infatti. Possiamo scrivere delle madri e indagarne il mistero. Anche se non potremo mai conoscere fino in fondo il dolore del sacrificio più grande. Quello con cui, per liberarci, ci hanno abbandonato.

 

Matteo Nucci è stato finalista al Premio Strega 2017 con il romanzo “E’ giusto obbedire alla notte” (Ponte alle Grazie)

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