Illustrazione di Marcos Chin per il libro “Ella” di Mallory Kasdan

L'impossibilità del raffreddore a giugno, e la tracotanza invernale

Annalena Benini

I traghetti per la Grecia (degli altri), mentre io spruzzo disperatamente spray al propoli

Ho passato l’inverno a sorridere compassionevole, ma con una certa aria di trionfo, ai raffreddati e agli influenzati. Ho preparato tisane allo zenzero, consigliato mucolitici, e a tutti quelli che si lamentavano del mal di gola dicevo, scandendo bene le sillabe: lo spray al propoli. Inseguivo mio figlio, la sera, poi gli bloccavo braccia e gambe, gli chiudevo il naso e gli spruzzavo il propoli in fondo al palato. Lui piangeva ovviamente, si dibatteva, urlava, sputava. Ma io, salda nelle mie certezze, gli dicevo: adesso dormirai benissimo e domattina sarai guarito! Tutto merito dello spray al propoli, tutto merito di tua madre! L’ho fatto una volta anche con mio marito, sempre inseguendolo, ma non sono riuscita a bloccargli braccia e gambe e a chiudergli il naso, perché era più forte, allora gli ho urlato: stai forse trasferendo le tue frustrazioni sullo spray al propoli, quindi su di me? Vuoi trasformare questa mia gentilezza in una lotta culturale per il dominio fra i sessi? Lui mi ha detto che semplicemente lo spray al propoli me lo potevo spruzzare io, anche tutto il flacone, anche ubriacarmici (in quello per adulti c’è un po’ di alcol e una volta forse ne ho usato troppo ma non mi ricordo niente), e che dovevo lasciargli la libertà di autodeterminazione anche nell’eventualità di morte per raffreddore. Ho smesso di inseguirlo e ho detto: va bene, non mi occuperò mai più di nessuno di voi esseri deboli e malaticci. Perché io in tutto l’inverno non ho mai avuto neanche il più piccolo malanno, mezza linea di febbre, non ho fatto nessun vaccino, non ho indossato nessuna canottiera, non ho fatto cure di vitamine, non ho rafforzato le difese immunitarie e mentre il mondo crollava sotto la pioggia, la neve, gli sbalzi termici, le epidemie e le emergenze maltempo, mentre tutti imploravano antibiotici e inalazioni, io resistevo, uscivo, prendevo il vento in faccia, anche un po’ tronfia, orgogliosa di questa tempra emiliana e dei tortellini in brodo e dello spray al propoli – tutto quello che mi serve per restare in piedi.

 

A volte alle cene qualcuno diceva, con gli occhi lacrimanti, che no, non era raffreddore, era allergia al pelo del gatto, o del cane, o di entrambi, o al cambio di stagione, o ai pollini, e io interiormente scuotevo la testa pensando: che pappemolli. Tornavo a casa con i piedi nella neve, prendevo treni, aerei, colpi d’aria, l’importante era non dimenticarsi mai lo spray al propoli, anche come gesto scaramantico. Bastava avere il flacone nella borsa e non poteva succedermi niente, neanche una rapina, un incidente con il motorino, un tacco rotto, niente. Poi è arrivata la primavera. Un po’ piovosa in effetti, ma è arrivata, è qui. I miei figli escono in maglietta a maniche corte, saltellano, sono anche abbronzati, le persone un tempo malate si riversano per le strade, sanissime, mio marito ha ricominciato a bere birra ghiacciata, ci sono le infernali recite di fine anno scolastico, anzi ormai è estate e tutti vanno al mare.

 

E io mi sono ammalata. Un pomeriggio ho cominciato a sentirmi strana, intontita, ho detto: mah, sarà questa idea del tempo che passa. Una mia amica mi aveva appena detto che, compiuti i quarant’anni, è meglio evitare il bikini per sempre, e io ero così sconvolta che non ho proprio pensato di spruzzarmi il propoli in gola. La mattina dopo avevo il raffreddore, la sera ero completamente senza voce, la notte non riuscivo a respirare e adesso noto che le persone, compresa la mia famiglia, cominciano a emarginarmi, e anzi dicono: un raffreddore quasi a giugno? Che strano, e se ne vanno disgustate. Ho perfino detto con grande umiltà, per giustificarmi, per non essere lasciata sola: forse è un’allergia ai pollini, perché vedete, mi lacrimano gli occhi. Ma ormai è tardi, le persone prendono traghetti per la Grecia mentre io consumo quintali di fazzoletti di carta e tachipirina e ho provato anche gli antistaminici perché non si sa mai. Che cosa è rimasto della mia tracotanza invernale? Del mio senso di superiorità emiliano? Solo un flacone mezzo vuoto di propoli, forse scaduto, che spruzzo, ossessiva, ogni due tre minuti, e che non fa niente di niente, ma con cui spero, almeno, di ubriacarmi.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.