Everest. Io c'ero

Lene Gammelgaard
Piemme, 246 pp., 17,50 euro
Everest. Io c'ero

Doveva essere il primo alpinista a scalare in solitaria l’Everest dopo il terremoto che ha colpito il Nepal nell’aprile scorso. Ma pochi giorni dopo l’inizio della sua salita, Nobukazu Kuriki, trentatré anni, una specie di mito dell’alpinismo giapponese per aver perso nove dita per congelamento in una precedente missione, ha deciso di tornare indietro. Si è fermato il 26 settembre scorso al Colle sud, perché le condizioni meteorologiche erano talmente difficili che sarebbe stato un miracolo tornare vivi. Qualche giorno dopo, il governo di Katmandu ha deciso di rivedere le regole di rilascio delle autorizzazioni alle scalate. Più limitate, vietate ai novizi. Di tragedie, come quella che Kuriki ha evitato grazie a un ultimo lampo di buonsenso che spesso senza ossigeno si perde, ce ne sono state molte. Il Colle sud dell’Everest ne è testimone. E’ l’ultima sosta degli alpinisti prima di arrivare alla “zona della morte” che circonda la vetta, tra i 7.900 e gli 8.848 metri, là dove l’aria è talmente rarefatta che “bisogna sapere, e soprattutto accettare, che scalare a queste quote è questione di sopravvivenza”. A scriverlo è Lene Gammelgaard, la donna danese che nel maggio del 1996 faceva parte della spedizione sull’Everest di Scott Fischer raccontata nel film di Baltasar Kormákur. Il film si basa sulla testimonianza di Jon Krakauer nel libro candidato al Pulitzer “Aria Sottile”, eppure il racconto autobiografico della Gammelgaard, “Everest. Io c’ero”, appena pubblicato da Piemme, aggiunge qualcosa a quella disastrosa impresa che costò la vita a otto persone di due diverse spedizioni. Quello di Gammelgaard è un diario di viaggio. Non ha la magnifica prosa di Krakauer, ma racconta il desiderio folle e pieno di vita di una professionista scandinava che decide di sfidare gli ottomila metri. E inizia da lontano, con le motivazioni che riguardano più l’istintualità che un progetto. E’ l’estate del 1995, e Gammelgaard si trova già da un mese a scalare le montagne del Pakistan con Scott Fischer. Un alpinista esperto, che aveva già raggiunto vette da ottomila metri. Successivamente, nei resoconti dei sopravvissuti, fu proprio Fischer a essere accusato di aver mal gestito l’intera missione per l’Everest. Eppure il ritratto che ne fa l’autrice è di un uomo per il quale nutre estrema fiducia, e che tutti adorano: “Siamo circondati da giganteschi massicci: Gasherbrum II, III, e IV, Mitre Peak, Chogolisa, Broad Peak e, alle nostre spalle, la caratteristica sagoma piramidale del K2. Qui, sul ghiacciaio, poco prima che le nostre strade si dividano, Scott mi fa la domanda che cambierà la mia vita. ‘Vuoi scalare l’Everest con me nella primavera del 1996?’. Mi ci vuole un secondo, dal momento in cui il messaggio colpisce i recettori del mio cervello, per formulare la risposta. ‘Sì!’. Nessun dubbio istintivo. Niente. Solo una certezza interiore”. Il libro segue la linea temporale dell’organizzazione della spedizione, la ricerca degli sponsor, le lunghe soste in Nepal per il disbrigo delle pratiche amministrative e poi i giorni dell’acclimatamento, quelli necessari per fare in modo che il corpo si abitui all’altitudine. Gli sherpa, i veri eroi silenziosi di certe imprese, sono personaggi costantemente presenti. L’alpinismo come una efficientissima macchina turistica, dove basta pagare per avere il passaggio fino in cima. Ma – come spiega l’autrice – la verità è che in montagna nulla può essere davvero messo in sicurezza. La tempesta, e la tragedia, viene lasciata dall’autrice nelle ultime, poche pagine. Improvvisamente il testo cambia ritmo, e le parole e i pensieri sembrano seguire l’accelerazione del cuore, la tachicardia di chi non sa più se riuscirà a sopravvivere, e a scendere da quella montagna. La Gammelgaard, come Kuriki, possono ancora raccontarlo.

 

EVEREST. IO C'ERO
Lene Gammelgaard
Piemme, 246 pp., 17,50 euro

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