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Casaleggio, il Mes e la splendidissima circonvenzione degli onesti

23 Luglio 2020 alle 06:00

Al direttore - Arriva la nuova cassa integrazione, poi però un’opposizione decente si dovrebbe far vedere.

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Il titolare-esercente del Movimento 5 stelle, Casaleggio Davide, dichiara che la piattaforma Rousseau  ha garantito ai cittadini di candidarsi e di poter essere eletti: un pensiero, semplice e lineare. E’ sui risultati conseguenti che il titolare-esercente dovrebbe impegnare un pensiero altrettanto semplice e lineare.

Valerio Gironi

 

A proposito di Casaleggio. Incredibilmente, due giorni fa ne ha detta una giusta. E, riferendosi indirettamente al Mes, ha detto: “Dobbiamo recuperare risorse da tutte le fonti disponibili, anche per la sanità”. Il caso vuole che nel Piano nazionale di riforme i soldi previsti dal governo come fabbisogno minimo per le spese sanitarie siano pari a 32 miliardi. Il Mes di miliardi per l’Italia ne prevederebbe 36. Tu chiamala se vuoi lenta e graduale circonvenzione di onestà.


 

Al direttore - La faccia di Bagnai… Dite a Makkox che l’amo.

Michele Magno

 

Noi amiamo Makkox (e il suo Maalox) e però amiamo anche Bagnai. Finita la stagione della comicità di Beppe Grillo, onestamente, se non ci fossero i No euro forse, per farsi due risate, bisognerebbe inventarli.


  

Al direttore - Nell’estratto di una più ampia relazione promossa da Civita, pubblicato dal Foglio, Giuliano da Empoli giustamente ci ripropone di mettere al centro del dibattito europeo la cultura, per superare l’“Euronoia”: come non volere rispondere “presente”! Sembra di fatto che i padri della nostra Europa, nata sulle ceneri di due conflitti mondiali e successivamente dal primo passo formale – il trattato di Roma – abbiano pensato l’Europa esclusivamente come un mercato e non come una realtà storica, culturale, diversa quanto mai complementare. La cultura, da ormai più di 60 anni, è rimasta il carrello povero – non sono i programmi “media” o l’imposizione di quota alla francese in alcuni paesi – che potevano invertire la tendenza. Ci vuole, come lo ricorda GdE, “più che una idea, un sentimento”. Forse in questa conclusione l’autore si ferma per strada e rinuncia all’“audace” di un Danton, testimone e vittima della  Rivoluzione francese mentre scrive i Diritti dell’Uomo, successivamente prima grande condivisione politica europea. L’Europa deve essere più che un sentimento, deve essere una visione, una visione strategica. Per il momento è rimasta ad alimentare le discussioni in alcuni salotti, lasciando spazio ai populismi nostalgici, che mettono in pericolo il cammino percorso, un percorso ancora debole, privo del più forte cemento di coesione tra i popoli: la cultura. Dovremmo interrogarci sul perché dagli anni 60 non si sia provveduto a fare entrare nella scuola una cultura europea e a fare di Goethe, Dante, Voltaire, Shakespeare, Tolstoj, Kundera, Pessoa, Cervantes, Hugo, Eco… un patrimonio comune per le gioventù, lo stesso per i monumenti, dal Colosseo alla Torre Eiffel… e tutte le declinazioni della cultura, delle culture. La diversità, le differenze sono ricchezze sulle quali dobbiamo potere investire e disegnare  “una sovranità europea”: è l’unica vera risposta ai populismi che si limitano a proporre delle marce indietro. Ma per capire l’importanza fenomenale delle prime riflessioni condotte da GdE, bisogna anche avere il coraggio di denunciare un suo sbaglio nelle sue premesse. Riferendosi a Jean Monnet, e non ricordando le condizioni culturali imposte dagli Stati Uniti, di cui Monnet si fece complice, a compenso del Piano Marshall, si fa astrazione della radice del male culturale europeo. Il terreno della guerra culturale, come lo illustra con la massima pertinenza Eric Branca nell’“L’Ami américain”, è rimasto dal nostro lato europeo inoccupato e quindi decisamente a disposizione degli americani, che con una fantastica visione strategica, avevano considerato la cultura come fondamentale a una soft domination del nostro continente e del mondo. Con i vincoli alle nostre produzioni e distribuzioni erano riusciti a limitare le nostre industrie cinematografiche a mercati di nicchia; solo la forza e la creatività della nostra industria è riuscita nel tempo a riproporsi sempre di più al pubblico. Ma la guerra culturale era già vinta, i modelli trasmessi, le illusioni inserite, le vie aperte per il dominio culturale dei Gafa o i condizionamenti giuridici allo sviluppo delle nostre imprese dal Department of Justice (Frederic Pierucci: “The American trap”). Allora ben venga uscire dall’Euronoia in generale, con un chiaro prospetto per il “condominio europeo” ricordato anche nello stesso giorno da Paola Peduzzi. In Europa, ultimo esempio, ad oggi, ci sono sia quantità comparabili di film prodotti sia società di distribuzione… invece gli americani hanno capito e detengono una visione di questa industria culturale dell’Europa. Si chiamano Netflix, Prime… Forse da Venezia 2020, ci verrà un segnale con la presenza eccezionale alla Mostra dei più grandi direttori di festival europei, un segnale che rischia però di finire con una bella foto-ritratto se la politica non si dota di un disegno, di una architettura e di un chiaro percorso al servizio della Cultura. Quale sarà il primo presidente a chiudere un suo intervento con “Viva la repubblica, viva il suo paese, viva l’Europa!”.

Emmanuel Goût

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