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Proviamo a dare il buon esempio: il Foglio da oggi lavora da casa

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

11 Marzo 2020 alle 06:00

Proviamo a dare il buon esempio: il Foglio da oggi lavora da casa

(foto LaPresse)

Al direttore -

Giuseppe De Filippi 


Al direttore - “Questa è la storia di quattro persone, chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno. C’era un lavoro importante da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare”. L’anonimo autore della boutade è assai pessimista sul senso civico degli italiani. Spero che, dopo la prova del coronavirus, possa – almeno in parte – ricredersi. Nel frattempo, io #menestoacasa.

Michele Magno 

 

Per quel che conta: al Foglio ci stiamo attrezzando per lavorare tutti da casa. Non è semplice, naturalmente, ma è una cosa che va fatta. E un giornale che vuole dare il buon esempio lo deve fare. E’ ora di stare a casa. 


Al direttore - Sono un ottantenne, quasi felice di essere arrivato fin qui in una decente operosità. Quando sento ripetere con tono minaccioso il termine “triage” mi chiedo quanto di necessariamente inevitabile vi sia nel proclamare l’oscuro concetto usando la dissimulazione del francesismo, o se invece non si tratti dell’irresponsabile anticamera di ben altri criteri selezionatori. Vado al dizionario francese (Garzanti linguistica): “cernita”, “separazione”, voie de triage = “binario di smistamento” (Ci risiamo con i binari!). Per capirne di più, consulto lo Zingarelli della lingua italiana: “fare una scelta”, (med.) “metodo di classificazione delle urgenze in un pronto soccorso, in modo che vengano assistiti prima i pazienti più gravi”. Voi che ogni giorno lanciate l’ambiguo monito per “tenere a casa i nonni”, non vi sembra che sarebbe meglio abbandonare il termine dall’aria tanto misteriosa quanto suscettibile delle più ignobili interpretazioni? Non sarebbe meglio dire, senza sottintesi eutanasici, che nel caso in cui vi saranno centinaia di migliaia di colpiti dal virus e non sarà possibile con le attrezzature a disposizione procedere alla cura di tutti, il sistema sanitario italiano (sia sempre lodato per quello che sta facendo) non potrà che affrontare procedendo (e non abbandonando) dai casi più gravi a quelli meno gravi?

Un saluto.

Massimo Teodori 

Più che tenere a casa i nonni, andrebbero tenuti a casa i figli e i nipoti. State a casa, cazzo! 


Al direttore - Caro Cerasa, approfitto della rima per ribadire la mia fedeltà di lettore affezionato fin dalla nascita e dai tempi del direttore emerito. “Il presidente Conte dice di stare in casa / perché il virus dilaga e sfidarlo non paga / Mi leggerò Cerasa, del Foglio la cimasa”.

Mariano Guzzini


Al direttore - Gentile Cerasa, il dcpm all’articolo 1 recita: “Evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonché all’interno dei medesimi territori”. Territori cosa vuol dire? La regione, la provincia, il comune, il quartiere, la strada? Rispettare la legge è un presupposto, ma qui viene solo da ridere: sono partito da Firenze per andare a Rignano a riprendere mia figlia che era da un’amica (35 chilometri, stessa provincia ma diverso comune). Alle 21.30 di ieri avevo preparato la mia autocertificazione. Nessun controllo. Si procede a campione? Vista l’emergenza, il grido di dolore “restiamo a casa” sembrerebbe inadeguato. Costi-benefici, vantaggi-svantaggi? Eppure si dovrebbe sapere che realtà complesse non richiedono risposte semplici: cosa c’è di più semplice che proibire il movimento? Di Maio ha abolito la povertà, Conte (& Co.) ha abolito la malattia. Ne riparliamo a novembre.

Complimenti per la vostro contro-informazione (ieri su Corea del sud e Germania).

Professor Emilio Sisi 


Al direttore - Un ufficio si può riorganizzare con lo smart working o con il re-layout delle scrivanie per diradare i contatti tra le persone. Per un reparto di produzione la cosa è più difficile. Molte imprese, del resto, si troveranno dinanzi al dilemma su come risolvere il problema di operai e addetti alla produzione che, giustamente, chiedono che al loro lavoro vengano applicate le norme di condotta (rispetto della distanza, per esempio) valide per gli uffici e il resto delle attività. Molte aziende si troveranno a dovere riorganizzare i tempi di presenza in fabbrica o in reparto. Rischia di risultare impossibile farlo per un problema pratico dirimente per le imprese manifatturiere: il rispetto, con i committenti, dei tempi di consegna dei manufatti. Si dovrebbe considerare – escluse le attività fornitrici di prodotti sanitari, per l’igiene e alimentari – la misura della sospensione (per il periodo che i dpcm considerano di emergenza) degli obblighi temporali di consegna e delle corrispondenti penalità. Le aziende partecipate – Leonardo, Fincantieri, Enel, Terna, Eni, ecc. – potrebbero concedere ai loro fornitori una norma straordinaria sui tempi di consegna.

Umberto Minopoli

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