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Salvini, l’anti Principe e quel machiavellismo al contrario

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

18 Febbraio 2020 alle 06:29

Salvini, l’anti Principe e quel machiavellismo al contrario

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Al direttore - Imran Khan*: governo stabile, smentisco tutte le voci.

*premier Pakistan

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - In questi anni abbiamo assistito al progredire di un populismo antipluralista e a deriva autoritaria. Non è mai stato un movimento per il popolo, ma ha avuto come unico scopo quello di accattivarsi il favore del popolo, mettendo in risalto il contrasto con le “élite”. La storia ha dimostrato che gli estremismi portano a distorcere qualcosa che per essere giusta sarebbe dovuta stare nel mezzo. Aristotele ci diceva che per raggiungere la felicità devi esercitare dei comportamenti che consistono nello scegliere il giusto mezzo tra due estremi. Evidentemente è esercizio difficile. Ed ecco perché con il populismo è stato necessario un dialogo per contenerne le derive estremistiche. Nella storia romana Costantino, ci ha insegnato come una politica cauta e accorta, anche in situazioni di conflitto, sia essenziale per assicurare un buon clima fatto di equilibrio e rispetto. Grazie a lui abbiamo capito che un buon leader non deve solo essere lungimirante nelle sue scelte, ma deve esserne fiducioso, soprattutto nei momenti bui, in cui coloro che non hanno, come lui, una visione di insieme, inizieranno a dubitare. Con lui abbiamo compreso che un buon leader deve essere paziente e capace anche di accettare un po’ di solitudine perché alcune conseguenze delle sue azioni, possono aver bisogno di molto tempo, prima di rivelarsi. Infine, i leader di oggi dovrebbero apprendere da lui il coraggio nel compiere le scelte più giuste, anche quando esse sono le più difficili. Nella politica, come negli scacchi, si può sacrificare un pedone, se necessario, in vista di un obiettivo più grande: l’interesse generale del paese. Per dirlo alla Machiavelli “il fine giustifica i mezzi”, ma solo se possiamo fidarci di un buon leader che possa garantirlo.

Chiara Benedetti e Andrea Zirilli

Voi citate Machiavelli, sempre sia lodato, ma da tempo ho come l’impressione che il machiavellismo, in Italia, venga utilizzato in modo diciamo così improprio. Il fine giustifica i mezzi, diceva Machiavelli, e nel “Principe”, al capitolo diciotto, si legge così: “Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi… si guarda al fine… I mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati”. Tradizionalmente, “il fine giustifica i mezzi” è un’espressione utilizzata per spiegare che in fondo, nella traiettoria di un politico, ciò che conta non è la forma, ovvero il mezzo, ma è la sostanza, e dunque il fine. Spesso è stato così e spesso, in Italia, abbiamo avuto a che fare con politici che hanno cercato di raggiungere il giusto fine del buon governo anche attraverso il pessimo mezzo del populismo. Oggi viviamo in una fase storica differente, dove le teorie del buon governo, intese come le pratiche volte a manifestare un qualche tratto di normalità, sono diventate un mezzo per cercare di raggiungere un fine diverso, che è quello dell’applicazione del populismo. La normalità, in questo caso, nel caso per esempio del salvinismo non è un fine, non è un obiettivo, ma è una tecnica utilizzata per poter portare il populismo al potere. E quando Salvini, il giorno dopo il tentativo di Giancarlo Giorgetti di mettere i puntini sulle “i” rispetto alla fedeltà all’Europa della Lega, dice che sarebbe pronto a regalare all’Italia le stesse emozioni vissute in questi anni dal Regno Unito con la Brexit dimostra che per la Lega il fine è stato trasformato in un mezzo e il mezzo in un fine. Meglio evitare, grazie.

 

Al direttore - Renzi ha ormai completato la fase uno del suo progetto. Ha impedito elezioni che avrebbero consegnato a Salvini e al duo Borghi-Bagnai il futuro dell’Italia. Si è scisso dal Pd e ha creato un nuovo partito. Nel frattempo Salvini si è indebolito e dovrà anche affrontare qualche rischio in tribunale. La destra è sempre molto forte ma la crescita di Giorgia Meloni vi ha insinuato un conflitto per la leadership che potrebbe gettare sabbia fra i cingoli della ruspa salviniana. Renzi può considerarsi soddisfatto del cammino finora compiuto. Ma questa fase, tutta ruotata sulla giostra degli schieramenti, vinta da Renzi grazie alla sua riconosciuta abilità tattica, è arrivata al suo termine. Ora Renzi deve occuparsi di dare a Italia viva una vita politica, e un consenso elettorale che, come era facile prevedere, non si conquista con le manovre di Palazzo.

Renzi viene vissuto come un corpo estraneo non soltanto dal vetero Pd zingarettiano, ma da tutta la compagine governativa. Con l’ultima battaglia contro il blocco della prescrizione ha ridefinito la sua immagine in contrapposizione sia al Pd che ai 5 stelle su un tema, quello della giustizia giusta, che lo rende politicamente alieno all’interno di una coalizione che punta alla fusione politica fra Pd e M5s, in una rilettura del bipolarismo nella chiave degli opposti estremismi. Renzi si è collocato al centro dello schieramento ed è questo l’unico spazio dove Italia viva con +Europa, con Azione, con una parte di Forza Italia e con altri può trovare consenso elettorale. A condizione che questo centro non rassomigli al centrismo opportunista e untuosamente moderato del passato, ma sia un centro dinamico, un centro motore del cambiamento verso una società giusta, aperta, capace di rivoluzionare il linguaggio della sussistenza nella periferia pigra e velleitaria dell’Unione europea. I voti per Italia viva non possono arrivare se Renzi resta nella maggioranza, questo mi pare scontato. Conte 2 e la sua maggioranza sono convinti di poter governare senza i voti di Italia viva. E’ probabile che sia vero, è possibile che Iv perda qualche parlamentare per strada, che alla fine il meccanismo della responsabilità trasformista aiuti il governo a rimpolpare i ranghi della maggioranza. Renzi è al passaggio cruciale della sua seconda vita da leader. Se sbaglia di nuovo i tempi dell’azione vedrà calare definitivamente il sipario sulle sue ambizioni di protagonismo.

Marco Taradash

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