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Il trasformismo tra Carducci e Croce. Idee, polemiche, elogi

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

14 Settembre 2019 alle 06:21

Il trasformismo tra Carducci e Croce. Idee, polemiche, elogi

Benedetto Croce (foto LaPresse)

Al direttore - Caro Cerasa, io la penso come l’autore di quelle “Rime nuove” che pure mi hanno torturato sui banchi di scuola: “Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco dei ladri non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi…”. (Giosuè Carducci, “Don Chisciotte”, periodico dell’Associazione democratica bolognese, gennaio 1883).

Michele Magno

Rispondo con Benedetto Croce, con un passaggio pubblicato nel 1928 in un libro dedicato alla storia d’Italia. “Dopo il 1885, il trasformismo si era così bene effettuato che non se ne parlò più, e il nome stesso uscì dall’uso. Ma sempre quel nome, quando fu ricordato, parve richiamare qualcosa di equivoco, un fatto poco bello e la coscienza di una debolezza italiana; e l’eco di quel sentimento perdura nei libri degli storici, degli storici che di solito professori o altra candida gente, tutta smarrita al susseguirsi dei mutamenti ministeriali, al continuo fallire della loro sospirosa speranza di un ‘governo stabile, e, insomma, al cangiamento delle cose, perché, secondo il segreto desiderio del cuor loro, le cose dovrebbero restar ferme; e non riflettono che in questo caso non avrebbero più storie da scrivere, neppure come quelle che di solito scrivono. Sennonché, ciò che per questa parte accadde in Italia, accadeva allora in tutta Europa e nella stessa Inghilterra”. Dove non c’è trasformismo non c’è libertà. Viva il trasformismo.

 

Al direttore - Caro Cerasa, preferisco le trasformazioni del Parlamento, prive o meno di trasformismo, alla fissità del Corriere della Sera. Dai tempi di Luigi Albertini, dagli anni 10-20 del secolo scorso, il Corriere è anticasta, antitrasformista, antiparlamentare, antigarantista. In cento anni, con alti e bassi, più bassi che alti, dopo il suffragio universale, il Corriere non si trasforma, rimane con una idea fissa: il Parlamento è una cloaca, è corrotto, è piazza per gli incompetenti, per i trasformisti, è casta. Albertini si accorse dell’effetto di quanto aveva scritto e fatto scrivere, quando gli amici del Duce, figlio del fabbro di Predappio e della campagna antiparlamentare del Corriere, lo andarono a prendere per le orecchie per cacciarlo dal suo giornale. Come in quegli anni, anche adesso, da Tangentopoli in poi, il Corriere è incapace di trasformazioni. Non si accorse del Duce, non capisce il Truce. Mieli non vede fascisti, in giro. Siano essi pop o rock. Per Galli della Loggia, fermare il Truce è da trasformisti. E i 5 stelle sono bravi se esibiscono lo scalpo dei parlamentari nelle piazze, se vogliono il dimezzamento degli stipendi e il vincolo di mandato, se si alleano con il Pd sono trasformisti anche loro. Insomma, il Parlamento deve essere composto da bravi dipendenti pubblici. Cento anni fa furono accontentati. Il trasformismo di Renzi o di Conte, oggi, dà loro qualche dispiacere. Per fortuna.

Sergio Pizzolante

 

Al direttore - Se qualcuno poteva ancora nutrire qualche dubbio circa la reale portata del cambio di paradigma culturale imposto al Pontificio istituto teologico per le scienze del matrimonio e della famiglia, la nomina di Maurizio Chiodi alla doppia cattedra di Etica teologica della vita e Coscienza e discernimento. Testo e contesto del capitolo VIII di Amoris laetitia (occhio al titolo), rispettivamente nel corso di licenza e dottorato, è oltremodo significativa circa la fisionomia del “nuovo” istituto. Si dà il caso infatti che il docente in questione sia lo stesso che nel dicembre 2017, relazionando tra le austere mura della Gregoriana circa una (improbabile) rilettura dell’Humanae vitae alla luce di Amoris laetitia, se ne uscì dicendo che in certe circostanze si può (si deve?) ricorrere ai metodi contraccettivi. A scanso di equivoci questo il passaggio conclusivo della relazione: “La tecnica (leggi: i metodi contraccettivi in quanto distinti da quelli naturali, ndr), in date circostanze, può consentire di custodire la qualità responsabile dell’atto coniugale. Essa perciò non può essere rifiutata a priori, quando è in gioco la nascita di un figlio, poiché anch’essa è una forma dell’agire, e come tale richiede un discernimento sulla base di criteri morali irriducibili a un’applicazione sillogistico-deduttivo della norma”. Più chiaro di così si muore. Intendiamoci. Chiodi non è certo il primo ad avere una posizione aperturista su pillola e annessi. Il problema è un altro. E cioè: posto che non risulta alcun atto magisteriale successivo a Humanae vitae che abbia aperto alla contraccezione; e posto che il Catechismo della chiesa cattolica, che del Magistero è la summa, al n. 2370 cita espressamente, tu guarda il caso, proprio Humanae vitae affermando senza mezzi termini che è intrinsecamente cattiva “ogni azione che… si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione”, la domanda è la seguente: è normale affidare non una ma due cattedre in un pontificio istituto teologico il cui proprium è la famiglia e il matrimonio, a uno che assume posizioni che non sono in linea con il Magistero della chiesa? Siamo arrivati al punto che nelle facoltà teologiche si consente che il Magistero possa essere “riletto”? O si vuole forse che le facoltà teologiche cambino pelle, si ammodernino assomigliando sempre più alle università laiche magari per dialogarci meglio? Non solo. A rendere ancor più indigesto il boccone la concomitanza, casuale sia chiaro, del varo della cosiddetta nuova offerta formativa dell’istituto in questione con la ricorrenza nei giorni scorsi del secondo anniversario della scomparsa del compianto e indimenticato card. Caffarra, che del Giovanni Paolo II fu il primo preside. Oltre il danno la beffa. Giù il sipario.

Luca Del Pozzo

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