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La destra che serve. Il rapporto causa-effetto vale anche per Warren?

Le lettere al direttore del 7 agosto 2019

7 Agosto 2019 alle 06:00

Al direttore - Tutti a Lione Marittima.

 
Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Caro Cerasa, che ti mobiliti per una “destra non truce”, illuminaci sul tuo intendimento. Non è possibile e neppure auspicabile quella destra conservatrice e liberale alleata col nazionalismo al potere che molti dei sottoscrittori del tuo appello, i Realisti per Salvini, voterebbero con farisaico entusiasmo. Il M5s ha deciso di incassare la posta dell’intera legislatura asservendosi al nuovo Grillo, di estrema destra però, e il taglio dei parlamentari ne sancirà il suicidio alla Reverendo Jones alle prossime elezioni. Il sovranismo illiberale di Salvini incamererà la gran parte dei suoi voti, e l’alleanza con Fratelli d’Italia renderà superflua ogni altra alleanza. E’ ora di preparare lo scontro. In Italia come in Europa è necessaria l’alleanza fra la sinistra progressista e liberale, il centro liberaldemocratico e la destra liberale e conservatrice. In alternativa, però, non con funzione moderatrice. Se a questo pensi, benissimo. Se immagini una forza di contenimento del salvinismo è tempo perso.

Marco Taradash

 

Non è tempo perso. Abbiamo scritto che la destra non può essere una destra sottomessa all’agenda salviniana, che le rivoluzioni non vengano fatte a metà, che la competizione non sia farlocca e che la traiettoria sia chiara. Una destra come questa, in un mondo ideale, dovrebbe andare alle elezioni da sola e immaginare di fare alleanze non prima ma dopo le elezioni. Ma tra il mondo ideale e il mondo possibile esiste una zona grigia che vale la pena indagare e il Foglio è qui anche per questo. Grazie.


 

Al direttore - Il suprematismo bianco, ossia l’odio verso i brown people, non è un fenomeno strettamente legato all’Amministrazione Trump. Malgrado l’America sia sempre stata considerata un crogiuolo di razze, una vera integrazione non c’è mai stata. La lotta fra bianchi e neri e, attualmente, con i popoli dell’America centrale, sono segni evidenti di una volontà degli estremisti bianchi di prevalere, mediante veri e propri stermini di massa, di questi popoli che fuggono dai loro paesi, perché sofferenti di malnutrizione o di povertà estrema. Ed è anche vero che, grazie alla diffusione dell’odio, sostenuta abilmente e violentemente da Trump, ora si debba parlare di terrorismo interno, organizzato e voluto da questo presidente che ne è il responsabile.

Anna Giordano

 

Trump gioca con alcune delle parole d’ordine che i suprematisti bianchi usano per giocare letteralmente con la vita delle persone ma se si sceglie di entrare nella logica perversa del rapporto causa-effetto (Trump mandante morale del terrore suprematista) bisognerebbe fare lo stesso anche per quanto riguarda la strage a Dayton, in Ohio, avvenuta il giorno successivo a quella di El Paso. In quel caso l’uomo che ha ucciso nove persone non era un sostenitore di Trump ma era un sostenitore della senatrice democratica Elizabeth Warren. Occhio.


 

Al direttore - Leggo che sono stati resi pubblici 2.300 documenti della commissione d’inchiesta Sindona finora “riservati”. Conosco quei documenti a cui fa riferimento la mia relazione di minoranza dell’inchiesta parlamentare da me promossa nel luglio 1979. Si è scritto che lo stato non ebbe né i mezzi né la forza necessari per bloccare il banchiere, ma la verità non è proprio questa. La Banca d’Italia nel 1972 conosceva da tempo i suoi imbrogli finanziari ma non si mosse perché il prudente governatore Carli era consapevole che Sindona voleva dire Ior-Vaticano, una grande potenza finanziaria sul mercato italiano. Paolo VI nel 1969, all’introduzione della cedolare secca che colpiva anche le azioni del Vaticano, affidò a Sindona il compito di portare gli investimenti di Borsa all’estero tramite una serie di scatole nei paradisi fiscali che partivano dalla banca vaticana. La Banca d’Italia dichiarò l’insolvenza della Banca privata finanziaria solo dopo che la Sec americana aveva dichiarato fallita a New York la Franklin Bank comprata da Sindona con i soldi esportati dall’Italia e da Cosa nostra.

 

In verità il rigore della Banca d’Italia iniziò nel 1973 con il nuovo governatore Baffi e il responsabile della sorveglianza Sarcinelli, che pagarono più tardi la loro dirittura con l’incriminazione e l’incarcerazione. L’intreccio tra Sindona e lo Ior di Marcinkus era strettissimo e aveva alle spalle anche le finanze delle famiglie di Cosa nostra Gambino e Inzerillo, autrici nell’estate 1979 del finto rapimento in Sicilia. Ma furono soprattutto le connessioni politiche a condizionare il caso finanziario fino ai tentativi di salvataggio del bancarottiere (1974-79) e all’assassinio del commissario liquidatore Ambrosoli. Non si può capire la potenza e la durata di Sindona per tanto tempo se non se ne considera l’interdipendenza con il sistema di potere di Andreotti a cui il bancarottiere aveva intestato un conto presso lo Ior denominato “fondazione cardinale Spelmann”.

 

Tutta la Dc riceveva danaro dal “salvatore della lira” che ancora nel 1979 non era criticato neppure dal Pci che ambiva a chiudere il compromesso storico. Fanfani ebbe 2 miliardi nel 1974 per il referendum sul divorzio e la segreteria Dc incassava contributi mensili su due conti presso lo Ior provenienti dagli interessi in nero dei depositi che i maggiori enti di stato avevano aperto nelle banche sindoniane. Si potrebbe continuare a lungo sugli intrecci, le truffe e le morti più o meno misteriose connesse con Sindona che fino all’omicidio Ambrosoli (luglio 1979) poté giovarsi della compiacenza di coloro che aveva beneficiato. Chi ne avesse voglia, potrebbe prendere visione della mia relazione di minoranza in cui sono citati gran parte dei documenti “riservati” pubblicati fin dal 1984 negli atti parlamentari.

Massimo Teodori

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