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Basta con il revenge pop corn

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

16 Marzo 2019 alle 06:09

Al direttore - Vietato il revenge pop corn.

Giuseppe De Filippi

 

A proposito di vendetta. Due notizie sfiziose che arrivano al Foglio dalla Rai. Notizia numero uno: lo sapevate che la Rai sta provando a portare Massimo Giletti a Rai 1 per offrirgli la “Vita in diretta”? Notizia numero due: lo sapevate che la Rai sta cercando un compromesso sovranista per salvare Fabio Fazio dall’odio anti salviniano spostandolo da Rai 1 a Rai 3? Pochi pop corn, molte revenge.


  
Al direttore - In Italia, sulle azioni di riduzione della domanda di droga, si deve avere il coraggio di sperimentare e di guardare con occhi non offuscati dalle ortiche a quanto di buono fatto in altri stati. Un programma di prevenzione che mi ha colpito, è quello Islandese: “Youth in Iceland”. I risultati sono stati eccezionali: da 1998 al 2016, la percentuale di giovani, compresa tra i 15 e i 16 anni, che abusa di alcol è scesa dal 48 per cento al 5 per cento, mentre quella che fuma cannabis dal 17 per cento al 7 per cento. Anche i fumatori di sigarette sono calati dal 23 al 3 per cento. La rivoluzione di questo programma, sta nella somministrazione di un questionario anonimo (80 domande), a tutti gli alunni di 15 e 16 anni (i più esposti al contatto con le sostanze psicotrope). Il questionario indaga sugli usi giovanili a partire dalle droghe legali come alcol e sigarette e le risposte aiutano a capire l’età di primo contatto con queste sostanze, i “parental factors” (ovvero il rapporto con la famiglia e come la famiglia vede le droghe legali e non), come si impiega il tempo libero, le abitudini di aggregazione dei ragazzi, le attività sportive ed extracurriculari. La vera prevenzione passa dalla conoscenza del fenomeno, dall’analisi e dalla condivisione dei dati per poi agire con un programma ad hoc che coinvolga agenzie educative e giovani. Quando si propone di contrastare una piaga sociale credo che serva prima conoscere il fenomeno per poi agire: i dati rilevati infatti servirebbero a fornire una mappa dei rischi per poi iniziare attività mirate in ordine ai risultati ottenuti. I dati ci darebbero “conoscenza” e ci aiuterebbero a comprendere la situazione sull’uso di droghe in Italia. Ma sarebbe solo il primo passo: infatti una volta che queste informazioni sono conosciute, è necessario poi interpretarle e utilizzarle per cambiare le cose in meglio. Solo così il valore dei dati darà il risultato atteso, ovvero l’azione. Se all’analisi seguirà l’azione immediata tesa a modificare rapidamente ciò che i dati evidenziano, allora ne avremo capito il vero valore. Altrimenti rimangono solo un mero valore statistico senza alcuna utilità.

Andrea Zirilli

  


 

Al direttore - L’affidabilismo in epistemologia designa il ruolo essenziale che ha la fiducia nel processo della conoscenza. In altre parole, per credere che un’affermazione sia vera, devo fidarmi: del mio giudizio, ma molto spesso degli altri, di qualcuno che mi dice “le cose stanno così”, perché ritengo che sia autorevole. Ora, io mi fido di Sergio Mattarella, perché ritengo che sia uno statista autorevole. Sono quindi sereno e tranquillo se lui è “sereno e tranquillo” sul tratto italiano della cosiddetta Via della Seta, come ha scritto Marzio Breda in un articolo sul Corriere della Sera chiaramente ispirato dall’inquilino del Colle. Infatti, “Egli ha assunto tutte le informazioni utili a valutare il caso, ci ha riflettuto sopra e ne ha ricavato la convinzione che le polemiche, interne e internazionali, non sono giustificate. Insomma tanto rumore (e minacce) per nulla”. Del resto, sul memorandum d’intesa commerciale con la Cina aveva già cominciato a lavorare il governo di Paolo Gentiloni, inaugurando così una partita che oggi invece allarma fortemente i nostri partner al di qua e al di là dell’Atlantico, alcuni dei quali – inglesi, francesi e tedeschi – hanno peraltro già stipulato ricchi contratti con il gigante asiatico. Nonostante le rassicurazioni fornite dal Quirinale, il premier Conte sottoporrà alla valutazione delle Camere un accordo che chiama in causa l’interesse nazionale del nostro paese solo alla vigilia della visita del presidente Xi Jinping. Per evitare un dibattito imbarazzante ai suoi due litigiosi azionisti, certamente. Ma forse soprattutto perché di ciò che pensano deputati e senatori se ne infischia beatamente. La realtà è che il Parlamento, almeno dal giorno del voto dadaista della maggioranza sulla legge di bilancio, viene considerato dalle forze populiste oggi al potere come un fastidioso intralcio alla democrazia diretta o alla “democrazia del leader”. Beninteso, il regime parlamentare non è preclusivo rispetto all’idea del “capo”. La sua storia è costellata di capi che hanno riscosso l’ammirazione e la devozione dei loro concittadini. Ma il capo è democratico, come ha osservato il compianto Giuseppe Galasso in un aureo pamphlet (“Liberalismo e democrazia”), solo se inscrive se stesso e la propria azione nella logica e nelle forme della democrazia, non se fa il contrario e inscrive la logica e le forme della democrazia in quelle della propria azione e dei suoi fini. Se si comporta così, che il capo sia denominato duce, führer o semplicemente “capitano”, conta poco. E’ qui che non sono né sereno né tranquillo.

Michele Magno

   


  
Al direttore - Cos’hanno in comune la rozza e scomposta campagna dei soliti “gender-mi” del politically correct contro il Congresso mondiale delle Famiglie; la decisione dell’Agenzia del farmaco – supportata dal Comitato nazionale di bioetica ma non condannata apertamente dalla Pontificia Accademia per la Vita – a favore della somministrazione a cura del Sistema sanitario nazionale della triptorelina, farmaco antitumorale che blocca lo sviluppo ormonale nei bambini in attesa che decidano se sottoporsi a intervento chirurgico per cambiare i genitali; le polemiche con tanto di manifestazioni di piazza contro il ddl Pillon di riforma dell’affido condiviso (con l’immancabile fuoco amico di chi non t’aspetteresti); il via libera del governo alla legge delega sugli accordi prematrimoniali e, last but not least, la stravagante richiesta avanzata sul Monde da due attiviste sedicenti cattoliche di decanonizzare s. Giovanni Paolo II (vaste programme), reo a loro dire di aver teorizzato e sostenuto una visione della donna ispirata alla Vergine Maria, “figura di silenzio e obbedienza” e in quanto tale viziata da un’ideologia maschilista? A unire tutto ciò (ma l’elenco potrebbe continuare) è il tentativo, che ha raggiunto e superato da un bel po’ il livello di guardia, di soppiantare e seppellire una volta per tutte la visione dell’uomo e della donna, della famiglia e della sessualità proprie del cattolicesimo. In una parola, l’antropologia che ha forgiato la civiltà occidentale, e che ora si vorrebbe sostituire a favore di una antropologia a essa diametralmente opposta e radicalmente individualista dove l’uomo è ridotto a un ammasso animalesco di bisogni da soddisfare. Ora il punto non è tanto questo, ossia il fatto in sé di una guerra contro tutto ciò che anche lontanamente sa (puzza?) di cattolicesimo, e nel cui contesto rientrano le periodiche campagne moraliste contro la chiesa (a proposito: è oltremodo curioso che il brodo di coltura di certo prurito moralizzatore sia lo stesso della rivoluzione sessuale di sessantottarda memoria che, tra le altre cose, puntava e tuttora punta proprio alla “normalizzazione” della pedofilia. Motivo per cui si avverte sempre un pungente odore di tappo di fronte ai ditini puntati di certi ambiti culturali che vorrebbero la pedofilia un orientamento sessuale come gli altri salvo poi stracciarsi le vesti quando questo orrendo peccato riguarda qualche uomo di chiesa). Il punto è l’atteggiamento di chi, dentro la chiesa, non vede o fa finta di non vedere, per non dire di pensieri parole opere e omissioni che, spesso e volentieri, lasciano l’amaro in bocca oltreché provocare confusione e smarrimento. E’ chiedere troppo tornare a dire qualcosa di cattolico, magari prima che sia troppo tardi?

Luca Del Pozzo

  


  
Al direttore - Nei giorni scorsi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che per contrastare i cambiamenti climatici occorrono misure concordate a livello globale, attraverso un’azione coordinata e congiunta di tutti i paesi. Guardando alle proiezioni della Fao sul futuro del pianeta, sull’aumento della popolazione e sulla crescita della domanda mondiale di cibo dei paesi emergenti, ci si accorge che le variabili in gioco che richiedono un approccio “globale” sono tante: alimentazione, agricoltura, acqua, clima, ambiente, demografia, migrazioni. Sul terreno dell’alimentazione sembrano più seri i problemi di accesso al cibo, legati più alla povertà di chi ha fame che alla scarsità di alimenti, insieme a quelli legati allo spreco e alla eccessiva e cattiva alimentazione, anche di chi è povero. A lungo termine, invece, bisogna preoccuparsi, oltre e forse più che delle quantità prodotte, della sostenibilità ambientale e del modo in cui si produce, anche in relazione alle incerte conseguenze del cambiamento climatico e alla disponibilità e alla distribuzione delle risorse idriche. Inoltre, va analizzato e compreso meglio il tema delle migrazioni di enormi masse di popolazione mondiale, nella consapevolezza che non si tratta solo di un problema di equilibrio nord-sud, ma anche e soprattutto di una questione interna al Sud del mondo: la Fao ci dice che l’emigrazione è concentrata nel continente africano e che la sua componente internazionale è solo la punta di un iceberg, giacché il numero di persone che si sposta all’interno dei paesi africani è sei volte superiore al numero di migranti che varcano le frontiere. In altre parole, le questioni da affrontare a livello globale non sono solo quelle sulla quantità di cibo necessaria per soddisfare la crescita della popolazione mondiale, ma piuttosto sulla sua distribuzione, sulla disponibilità di terra e di acqua, sulla possibilità di adattare la nostra tecnologia per renderla più sostenibile e meno esigente in termini energetici, sul futuro dell’agricoltura di precisione anche rispetto alla sua possibile diffusione nei paesi in via di sviluppo, sulla reale possibilità di gestire in qualche misura (ma senza farsi troppe illusioni) i flussi migratori internazionali e i cambiamenti climatici.

  
In tale contesto, un nuovo assetto delle relazioni internazionali dovrà tenere conto anche dell’evoluzione dei sistemi economici e alimentari, sempre più organizzati in base a catene globali del valore che travalicano i confini nazionali. Questo significa che per avere un sistema alimentare che genera reddito e posti di lavoro, che usa le risorse in modo efficiente ed ecologicamente sostenibile, che produce cibi salubri e nutrienti, c’è bisogno di interventi che vanno al di là delle tradizionali politiche settoriali e che vanno coordinati attraverso un’azione collettiva a livello europeo ed internazionale. La storia ci ricorda che la globalizzazione non è un fenomeno lineare e tanto meno irreversibile, bensì fisiologicamente caratterizzato da battute d’arresto e retromarce. In un’epoca che è stata definita della postverità, la discussione su benefici e costi del commercio internazionale dimostra una volta di più che cose non vere, se ripetute a sufficienza, possono penetrare un po’ alla volta nel senso comune. D’altra parte a fronte delle crescenti reazioni negative nei confronti della globalizzazione sarebbe illusorio rifugiarsi nelle risposte convenzionali degli economisti, che sottolineano una impraticabilità del protezionismo più sperata che dimostrata. Per evitare che le tentazioni neoprotezioniste dettino l’agenda della politica economica, bisogna essere consapevoli delle cause che contribuiscono ad alimentarle. E’ certamente vero che il protezionismo è un gioco a somma negativa e che esso imporrebbe al nostro sistema economico una perdita secca; ma è altrettanto indesiderabile l’estremo opposto, ossia il libero commercio senza regole e senza freni, dove dominano gli interessi forti delle multinazionali e di chi fa concorrenza sleale. Ma su questo tema non ci sono scorciatoie isolazioniste: in Europa, piuttosto che individuare avversari da demonizzare, dobbiamo cercare partner e alleati, per costruire un’Europa più inclusiva e “amichevole”, capace di essere un valore aggiunto in grado di promuovere regole condivise attraverso le quali offrire opportunità più che vincoli per l’economia e la società. Una cosa è certa, di fronte alle sfide globali, un paese piccolo come l’Italia non può fare da solo.


Raffaele Borriello, direttore generale Ismea

   
Il punto è sempre lo stesso: il nazionalismo sogna un’Europa più debole, e sognare un’Europa più debole significa mettere i topolini sotto le zampe degli elefanti.

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