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No stranieri. No Europa. No democrazia rappresentativa. Già sentito, vero?

8 Dicembre 2018 alle 06:13

Al direttore - Successo di Attila, moderati in crisi.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - “Oggi in Francia domani in Italia’’, direbbero Carlo e Nello Rosselli. E ci esorterebbero a costituire delle Brigate internazionali per difendere Parigi e il legittimo governo del presidente Macron.

Giuliano Cazzola

 


 

Al direttore - Roma, 28 febbraio 2015: dal palco di piazza del Popolo il portavoce di CasaPound incorona Matteo Salvini come l’astro nascente di una nuova destra nazionale. Non esagerava. Usando con maschia oratoria le antiche parole delle adunate missine – patria, ordine, terra, radici –, la stella polare dei neofascisti cancella dalla memoria la lunga stagione di un berlusconismo già sul viale del tramonto. Varcato il Rubicone immaginario della Padania, oggi l’ex figlioccio di Umberto Bossi torna nella stessa piazza dell’Urbe per celebrare il suo “Veni, vidi, vici”. Probabilmente questa volta ci saranno più bandiere tricolori e meno stendardi con la croce celtica. E probabilmente questa volta la nomenklatura del Carroccio farà il gesto dell’ombrello all’Inno alla gioia e non a quello di Mameli. Ma se possono cambiare i simboli, non cambiano però i nemici del sovranismo leghista: anzitutto l’establishment di Bruxelles e gli gnomi della finanza internazionale, considerati come i principali responsabili dello stato di servitù in cui versa il paese. Per Salvini, tenere alta la polemica contro questi spettri leggendari è cruciale in vista delle elezioni europee. Una farsesca manovra di bilancio sta deludendo i ceti produttivi del nord, è vero, ma questa narrazione continua a sedurre molti italiani, grazie anche alla perizia con cui il ministro della Polizia recita le due parti in commedia: quella di chi governa e quella di chi si oppone. D’altro canto, non pochi elettori sembrano ormai preferire alla democrazia del voto la democrazia dell’applauso. E’ la via, che dopo Max Weber non dovrebbe avere più segreti, con cui i seguaci legittimano il capo carismatico. E il capo che ha ricevuto un’investitura attraverso l’acclamazione, si può sentire svincolato da ogni mandato ed è tentato di rispondere solo a se stesso e alla sua “missione”. Del resto, la cronaca di questi mesi è piena di ciniche esibizioni muscolari del Truce, indifferenti allo spirito e alla lettera della Costituzione. Un rischio per il nostro regime parlamentare pertanto esiste. Beninteso, le pulsioni plebiscitarie dei leader politici non sono mancate nella storia repubblicana, ma nel tempo presente hanno un rilievo e un carattere del tutto inediti. Probabilmente nessuno come il Capitano e i suoi luogotenenti nel web sanno usare in modo così virale quella formidabile macchina del consenso che sono i social network. Basta sostituire la realtà percepita (costruita a tavolino) alla realtà effettuale, e il gioco è fatto. Può non durare a lungo, ma fin qui ha funzionato. Né è pensabile, almeno per il momento, che a smontarlo sia un partito che ce la sta mettendo tutta per smontarsi da solo. A un apolide della sinistra come chi scrive, allora, forse non resta che sperare in congiunzioni astrali più benigne.

Michele Magno

 

Noi a volte ci scherziamo e facciamo gli spiritosi, ma un giorno il governo del cambiamento verrà giudicato non per ciò che sembra ma per ciò che è: un combinato disposto tra pulsioni anti democratiche, istinti totalitari, pulsioni anti europee, desideri autarchici, tentazioni xenofobe. Già sentito, vero?

 


 

Al direttore - Giovedì sera Marco Travaglio, dalla posizione sovrastante di cui gode a “Otto e Mezzo”, pontificava con tono perentorio sull’inutilità della Tav – “passerà solo qualche treno merci semivuoto” – e quindi ne sanciva le definitiva cancellazione. Mi ha fatto tornare in mente le riunioni a Torino con Sergio Pininfarina senior, a quel tempo presidente della Trieste-Lione. Era il 1994, e anche allora c’era una vivace opposizione all’Alta velocità: sarà solo un treno per i ricchi, dicevano. Fu solo cambiando il progetto in “Alta velocità Alta capacità” che si riuscì a superare l’ostacolo: con un aumento di costo, dovendosi ridurre la livelletta e costruire svincoli, quali si vedono percorrendo in auto la Torino-Milano. Ma l’opera è stata fatta, e ha totalmente cambiato l’economia del paese e le possibilità – di lavoro e di svago – degli italiani in modi che, credo, neppure il suo artefice Lorenzo Necci poteva immaginare. Dà da pensare sentire qualcuno che, dall’alto del suo scranno, spaccia per comune buon senso l’angustia della propria visione.

Franco Debenedetti

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