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lettere rubate

Le ultime poesie di Grace Paley, che ha saputo ascoltare la musica del mondo

Annalena Benini

Tutto il rumore che fa la gente vivendo, litigando, tradendosi, lottando per esistere, lei lo ha ascoltato e lo ha messo nei suoi racconti strepitosi, nei saggi e nelle poesie

Questa torta piacerà a tutti
ci saranno dentro mele e mirtilli
e albicocche secche  molti amici
diranno  e perché diavolo
ne hai fatta una sola
questo con le poesie non capita

Grace Paley, “Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta” (BigSur)

 

 

 

Il cognome originario di Grace Paley è Gutzeit, spirito buono, poi cambiato in America, nei primi anni del Novecento, in Goodside, lato buono, finché Grace si sposò a vent’anni con il cineoperatore Jess Paley e prese il suo cognome, fece due figli, andò a vivere nel Greenwich Village dopo essere cresciuta nel Bronx. Era già newyorchese, ma come scrive Paolo Cognetti nell’appassionante prefazione a questo libro di poesie (tradotte da Isabella Zani), l’influsso di russi, slavi, polacchi, italiani, portoricani e afroamericani ha abitato fin dall’infanzia l’umanità di Grace Paley, come persona (attivista, femminista, materna, battagliera, generosa) e come scrittrice. Tutto il rumore che fa la gente vivendo, litigando, tradendosi, lottando per esistere, lei lo ha ascoltato e lo ha messo nei suoi racconti strepitosi, nei saggi e nelle poesie. Queste sono quarantuno, scritte nell’ultima parte della sua vita, potremmo dire che sono poesie sull’invecchiare e sul placarsi, sull’addolcirsi. Ma Grace Paley, spirito buono, lato buono, ha sempre esercitato una dolcezza nelle storie che ha raccontato, nella sorellanza delle sue protagoniste, amiche, zie, cugine che crescono figli in giro per il quartiere, che non smettono mai di parlare, di litigare, di aiutarsi a vicenda, né di ascoltare.

Così anche queste poesie sono in ascolto dei grandi e piccoli dolori, delle vitacce, degli uomini lontanissimi, i figli matti, i padri stanchi. Ci sono questi zaini pesanti di dolori, zaini perfetti per il caos di New York, zaini con cui andare in giro e fare tutto quello che serve a una giornata, a una famiglia, a un’idea di esistenza. La politica, sempre. “Se hai notato che la gente ha modi / un po’ nervosi pensa alle nazioni intere / quelle sono assolutamente patologiche”. Non c’è niente che non si possa dire con un po’ di senso pratico e di poesia. Ma adesso ci sono pelli grinzose, scialli per coprirsi, vita di campagna, e anche i nipotini che scivolano su e giù dal grembo, ci sono gli alberi, e il marito che parla con il tizio del contatore, “io dico a mio nipote / vai corri dal nonno e chiedigli / di sedersi un momento accanto a me che / di colpo sono sfinita dalla voglia / di baciarlo sulle dolci labbra saccenti”. L’amore non fugge, l’amore resta a casa di chi ne ha avuto cura, l’amore restituisce la musica del mondo a chi ha saputo ascoltarla e vivere con uno spirito buono.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.