Photo by Aaron Burden on Unsplash 

lettere rubate

Un poeta che pesca il dono della voce, la lezione di Elena Ferrante

Annalena Benini

Lezioni scritte per essere lette in pubblico (le prime tre da Manuela Mandracchia, a Bologna, la quarta dalla studiosa e critica Tiziana de Rogatis). Lezioni con la voce, di Elena Ferrante, ma anche di tutti i suoi personaggi. Non solo Lila e Lenù, ma ogni donna che nei romanzi ha preso la parola e ha detto: io

Così il romanzo d’amore comincia a soddisfarmi quando diventa romanzo del disamore. Il romanzo giallo comincia a prendermi quando so che nessuno scoprirà chi è l’assassino. Il romanzo di formazione mi sembra sulla via giusta quando è chiaro che nessuno si formerà. La bella scrittura diventa bella quando perde la sua armonia e ha la forza disperata del brutto. 
Elena Ferrante, “I margini e il dettato” (e/o, 152 pp.)

  


     

Sono tre lezioni, sulla lettura e la scrittura, e una quarta lezione su Dante (e Beatrice). Lezioni scritte per essere lette in pubblico (le prime tre da Manuela Mandracchia, a Bologna, la quarta dalla studiosa e critica Tiziana de Rogatis). Lezioni con la voce, quindi, in cui la sostanza è proprio la costruzione, la ricerca, l’ascolto e l’imporsi di una voce letteraria. La voce di Elena Ferrante, insieme alla voce di tutti i suoi personaggi. Non solo Lila e Lenù, naturalmente, ma ogni donna che nei romanzi ha preso la parola e ha detto: io. Ha urlato, è stata feroce, brutta, volgare, bugiarda, invidiosa, disperata. C’è una scrittura, e poi c’è l’altra scrittura. “La sua sede è, come la prima, lì, nel cervello, nient’altro che neuroni. Quando scrivo la sento, tuttavia non so comandarle”. 

  

C’è la vena scribacchina, espressione di Woolf, “scribbling”, e c’è il momento della scrittura vera. “Racconto in attesa che, da uno scrivere ben piantato nella tradizione, insorga qualcosa che scompigli le carte e la donna abietta e vile che sono trovi il modo di dire la sua”. In quel momento le regole cedono, quello scrivere dentro i margini che si apprendeva alle scuole elementari viene meno, compare la “smarginatura” che nell’Amica geniale Elena Ferrante attribuisce a Lila, un momento di follia – un momento d’essere? e che in queste pagine diventa la “frantumaglia” che sua madre sentiva dentro la testa e che la spaventava tanto. Qualcosa che non riesce a stare dentro una gabbia e che quindi ha bisogno di una gabbia. “Ho messo a punto una narratrice in prima persona che, sovreccitata dagli spintoni casuali tra lei e i mondo, deformava la forma che si era faticosamente attribuita e da quelle ammaccature e distorsioni e lesioni spremeva fuori altre possibilità insospettate; il tutto mentre avanzava lungo le linee di una storia sempre meno padroneggiata, forse neanche una storia, forse un viluppo, dentro cui non solo l’io narrante ma l’autrice stessa, un puro fare scrittura, era avviluppata”. L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura, sono questo.

  

Elena Ferrante ragiona sull’avventura della voce, a partire dall’adolescenza, a partire dalle belle frasi scritte bene che non hanno voce, a partire dal tentativo di darsi una voce maschile e poi scoprire di quanto coraggio ha bisogno la voce femminile e di quanto vento si nutra. Chiunque può fare qualcosa di buono con la scrittura, “ma un poeta è davvero inevitabile solo quando riconosciamo nella sua opera un unico e immodificabile universo di parole, figure, conflitti”. Quando, insomma, pesca il dono della voce. Non significa che il poeta non sgobba e suda come gli altri: fa fatica, ha fortuna, sbaglia, lavora, ha illuminazioni casuali e luce ragionata. Ma ha la voce: inconfondibile, che si accorda all’orecchio di chi legge e anche a tutta la stregoneria che serve. Elena Ferrante si è lasciata guidare, in questo viaggio dentro la sua testa e i suoi libri, da una poesia di Emily Dickinson: “La stregoneria fu impiccata, nella Storia, / ma la storia e io / troviamo tutta la stregoneria che serve / intorno a noi, ogni giorno”. 

Di più su questi argomenti:
  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.