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L’amicizia fra due donne che resiste alle onde del destino

Il legame tra le protagoniste del romanzo di Francesca Pieri non si spezza mai, e supera ogni dramma. Restare umani si può 

2 Marzo 2019 alle 06:00

L’amicizia fra due donne che resiste alle onde del destino

(Foto Pixabay)

Avevamo entrambe gli occhiali da sole e senza volere ci eravamo trovate su una panchina assolata, in posa per una foto. Abbracciate, allacciate, unite, con la mano alzata in segno di vittoria, davanti a uno sconosciuto reclutato sul momento che ci fermava, in quell’immagine, in quell’istante, in cui eravamo noi, Costanza e Silvia, allora.

Francesca Pieri, “Bianca”

(Dea Planeta)

 

Ho letto questo libro senza riuscire a staccarmene, ma allo stesso tempo con la necessità di fermarmi, per tre volte, perché le lacrime mi impedivano di leggere. Non volevo che succedesse, e la scrittura delicata di questo romanzo non spinge al pianto, anzi vuole rimettere in piedi, far passare l’aria, raccontando la grandezza, l’intimità e la resistenza dell’amicizia tra due donne. Ma ha a cuore la verità: la verità di una storia, e la verità interiore, profondissima, di chi è costretto a guardare la propria anima e a raccoglierne i pezzi, misurandosi con un dolore squassante.

 

Francesca Pieri ha scritto un romanzo, ispirato a una vicenda della sua vita, che affonda il colpo nella difficoltà di restare integri, uniti, speranzosi, umani davanti al dolore che esce dalla carne, affonda il colpo e poi consola, ci dice che sì, è possibile. Accadono cose più grandi di noi, che ci fanno percepire in un attimo la nostra debolezza, la nostra sottomissione all’esistenza, e Costanza si ritrova a piangere sul pavimento di una cucina non sua, e si ritrova in ospedale in mezzo a pance di “nove mesi di gloriosa attesa”, mentre lei è lì per abortire una figlia a cui ha già dato un nome, Bianca. Una figlia desiderata, amata, accarezzata attraverso la pancia, una figlia condivisa con la gravidanza quasi contemporanea della sua cara amica Silvia.

 

Amica vera, amica con promessa di bene eterno, amica ammirata, amata, amica con cui condividere tutto: le pause pranzo al lavoro, le storie d’amore, le delusioni, un matrimonio finito, i lampi di dolore, il desiderio di un figlio. “Noi ci facciamo toccare dalla vita, Silvia”. “Ma la pelle non basta”, rispondeva Silvia. Due amiche, due donne che si sono scelte in età adulta, non possono che specchiarsi l’una nell’altra, raccontandosi l’indicibile, sentendosi più forti insieme ma anche più nude. “Mi avevano spiegato che potevo imparare a parlare, a camminare, a correre, al limite a cadere e a rialzarmi, a scrivere, a contare, a nuotare, a saltare, a vivere, ma non a diventare madre. E io lo sentivo come un vuoto di comprensione, come l’anello mancante del mio saper fare, al quale tu contrapponevi il rimpianto di chi non ha colto un’occasione, seppure naufragata, qual era stata per te il matrimonio”.

 

Costanza parla continuamente con Silvia, anche quando parla dentro di sé, la immagina sola a casa con la sua pancia che cresce, vuole tenerla al riparo dal suo dolore per Bianca e al tempo stesso la invidia, non riesce più a incontrarla: lei ha tutto, io non ho più niente. Una madre che ha dovuto farsi strappare dal corpo sua figlia. Sono pagine durissime, così vere che non oso riprodurre qui nemmeno una parola: le leggerete, arriverete fino a: “È tutto finito”, e vi fermerete senza fiato. Da lì bisogna passare, da lì bisogna ricominciare. “Ci si libera presto di tutto. Questo lo credete voi”. Questo passaggio attraverso lo specchio ha bisogno di tutte le forze possibili, le forze di due donne chiamate alle onde di un destino identico e opposto, chiamate al dolore e all’imperativo: restare umani. Restare vicine. Appendersi la rabbia al collo, o a poco a poco placarla, accettare che niente combacia, niente è come dovrebbe, accettare i pensieri bui (“almeno lei ce l’ha”, sua figlia). Niente è come dovrebbe, niente è al sicuro, nessun destino è al riparo, tranne il bene che è per sempre.

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