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La lezione sugli esseri umani di Kazuo Ishiguro

Questo è ciò che sento io, lo senti anche tu? 

21 Aprile 2018 alle 06:17

La lezione sugli esseri umani di Kazuo Ishiguro

Kazuo Ishiguro. Foto LaPresse

Ho voluto sottolineare in questa sede gli aspetti piccoli e privati della vita, perché in fondo di questo si occupa il mio lavoro. Una persona che scrive in silenzio in una stanza cercando di entrare in contatto con un’altra persona che in un’altra stanza più o meno silenziosa legge. Una storia può divertire, insegnare qualcosa, a volte sostenere un punto di vista. Ma per me è fondamentale che trasmetta sensazioni. Che faccia appello a ciò che noi esseri umani condividiamo al di là di confini e divergenze.

Kazuo Ishiguro, “La mia sera del Ventesimo secolo e altre piccole svolte” (Einaudi)

     

Kazuo Ishiguro ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel 2017, e ha tenuto questo discorso a Stoccolma, di fronte all’Accademia svedese “che ha fatto del Premio Nobel un luminoso simbolo del bene per il quale lottano gli esseri umani”. Detta così, sembra un posto talmente perfetto da risultare spaventoso, un posto in cui non c’è spazio per la realtà ma solo per il bene, un posto che fa una luce accecante. Invece proprio nei giorni scorsi l’Accademia di Svezia ha avuto parecchi scuotimenti di realtà, e dimissioni di alcuni suoi membri in dissenso con la linea tenuta di fronte a un caso di presunte molestie sessuali (non da parte di un membro dell’accademia, ma da parte del marito di uno dei membri, accusato da diciotto donne di molestie e aggressione), e anche Sara Danius, la prima donna a capo dell’ente, si è dimessa, dicendo che “ci sono altre cose da fare nella vita”. Altre cose da fare nella vita, sì, ma in tutte queste cose c’è la definizione perfetta che ha dato Kazuo Ishiguro a Stoccolma di che cos’è un libro, che cos’è un film, che cos’è una relazione fra gli esseri umani: “Alla fine, tutto si risolve in una persona che dice a un’altra: Questo è ciò che sento io. Riesci a capire quello che dico? E’ lo stesso anche per te?”.

  

Per questo è interessante il suo discorso da Nobel, la sua lezione su che cos’è e come lavora uno scrittore, perché ha rivelato che le svolte nella sua carriera, nel suo modo di scrivere o di pensare un romanzo, si presentano quasi sempre travestite da eventi marginali, senza importanza. Pensieri che lo attraversano mentre è seduto sul divano con sua moglie, un virus influenzale che lo costringe a letto, dove scopre che l’oggetto ingombrante fra le coperte che lo infastidisce è il primo volume della Recherche di Marcel Proust, che legge con rapimento, un libro incontrato proprio nel momento in cui si chiedeva come differenziare un romanzo da una sceneggiatura. “All’improvviso intravedevo un modo più entusiasmante e libero di comporre il mio secondo romanzo: un mondo capace di produrre una speciale ricchezza sulla pagina e di introdurre movimenti interni che uno schermo non avrebbe potuto catturare”. Così è nato “Quel che resta del giorno”, il primo libro non ambientato in Giappone, ma invece di un’inglesità assoluta, il libro per cui gli è stato fondamentale riascoltare una vecchia canzone di Tom Waits che parla di un cuore a pezzi, e provare una commozione quasi intollerabile. In quel momento Ishiguro decise che per un momento, un momento soltanto avrebbe rotto la corazza del suo maggiordomo (ormai famosissimo) per lasciare che si intravedesse la tragica vastità del suo desiderio. Perché, davvero, tutto si risolve in una persona che dice a un’altra: questo è ciò che sento io, riesci a capirlo, lo senti anche tu? E questo davvero supera il bene e il male: riguarda gli esseri umani.

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