Cultura e vergogna e quel fuoco dentro cui arde il rapporto fra due donne, madre e figlia

Applausi per Annie Ernaux e il suo modo di fare letteratura con la vita, facendole coincidere, ma facendole coincidere e al tempo stesso impedendo loro di toccarsi, come se ci fosse un vetro a dividerle

Annalena Benini

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14 Aprile 2018 alle 06:00

Cultura e vergogna e quel fuoco dentro cui arde il rapporto fra due donne, madre e figlia

Foto via laurelleaffarm.com

Questa non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia. Era necessario che mia madre, nata tra i dominati di un ambiente dal quale è voluta uscire, diventasse storia perché io mi sentissi meno sola e fasulla nel mondo dominante delle parole e delle idee in cui, secondo i suoi desideri, sono entrata.

Non ascolterò più la sua voce.

Annie Ernaux, “Una donna(L’orma)


     

Questo libro è uscito in Francia nel 1987, pubblicato adesso per la prima volta in Italia, adesso che anche noi vogliamo applaudire Annie Ernaux e il suo modo di fare letteratura con la vita, facendole coincidere, ma facendole coincidere e al tempo stesso impedendo loro di toccarsi, come se ci fosse un vetro a dividerle. Annie Ernaux ha scritto “Una donna” pochi mesi dopo la morte di sua madre, senza aspettare di mettere la distanza del tempo trascorso fra la scrittura e la vita, e il suo dolore. L’ha fatto quando il ricordo era ancora intatto e tumultuoso, anche la rabbia lo era.

 

“E’ un’impresa difficile. Per me mia madre è priva di storia. C’è sempre stata. Il primo impulso, parlando di lei, è quello di fissarla in immagini senza alcuna connotazione temporale: ‘era violenta’, ‘era una donna che bruciava tutto’”. Era una donna forte, energica, vivace, una ragazza di campagna affamata e curiosa del mondo almeno fino al punto in cui poteva arrivare a capirlo, migliorando se stessa, diventando la padrona di un negozio, una moglie e una madre capace di scrivere le fatture, parlare con i fornitori, essere gentile con i clienti, ascoltare le loro chiacchiere e i loro problemi. Si vestiva elegante, era molto femminile. Sua figlia sentiva quella carica sensuale e restava a guardarla a bocca aperta, troppo a lungo, finché sua madre non la scacciava bruscamente. Cercava di imparare parole migliori di quelle che le avevano insegnato da bambina, leggeva e spingeva sua figlia a studiare, a cambiare, a salire la scala sociale, arrivare dove a lei non era concesso.

 

In “Memoria di ragazza”, Annie Ernaux descrive sua madre come il suo fuoco, la donna più importante della sua vita, l’unica che abbia contato veramente. Fuoco perché c’era il conflitto, fuoco perché c’era l’idillio, l’ostinazione della volontà, e soprattutto la percezione di una forza. Era sua madre l’essere dominante, la donna che possedeva un’autorità, un’ambizione, un desiderio che bruciava e che permetteva alla figlia di studiare, partire, coltivare un mondo dentro la testa e farne infine una professione. Attraverso la figlia, la madre incontra finalmente l’orgoglio, la sensazione che i sacrifici hanno dato frutto, ma per la prima volta conosce anche l’inadeguatezza di fronte alle persone colte, ai mobili pregiati. Non si mettono gli strofinacci ad asciugare sul termosifone. Non si stappano le bottiglie tenendole fra le gambe. “Le rimproveravo di essere ciò che io, in procinto di emigrare in un ambiente diverso, cercavo di non sembrare più. E scoprivo che c’era un abisso tra il desiderio di farsi una cultura e l’essere colti per davvero”.

 

La cultura è sempre al centro del rapporto fra una madre che non ha potuto studiare e una figlia a cui è stato sempre e soltanto: studia. E anche: fa’ attenzione agli uomini. Cultura e vergogna sono il fuoco dentro cui arde il rapporto fra due donne che si amano, litigano, dominano e vengono dominate. Perché a un certo punto questa donna forte si scopre debole, sola, perde a poco a poco la sua vivacità, non sta bene in nessun posto, “mi sento un pesce fuor d’acqua”, dice a Parigi quando viene accolta in un mondo che in realtà la esclude, perché è un modo di esistere diverso a cui lei non è in grado di adeguarsi e che la immalinconisce e la fa arrabbiare. Combattuta fra la fierezza per le conquiste di sua figlia e la solitudine per sé. Infelice perché le persone del suo paese non possono essere testimoni del successo di sua figlia, loro sì che avrebbero capito, avrebbero ammirato. Annie Ernaux racconta precisamente i primi sintomi dell’Alzheimer, le esplosioni di rabbia che hanno preceduto la malattia, e lo spegnersi giorno dopo giorno di una donna che era stata il fuoco, ma non bruciava più. “Era lei, le sue parole, le sue mani, i suoi gesti, la sua maniera di ridere e camminare, a unire la donna che sono alla bambina che sono stata. Ho perso l’ultimo legame con il mondo da cui provengo”. Annie Ernaux non ha detto soltanto addio a sua madre, ha abbandonato con lei tutto quello che lei era stata fino a quando c’era lei a guardarla, e a rimproverarla.

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