Cara mamma, non hai mai avuto paura della vita, e nemmeno della morte 

Colette Shammah e la storia di una fine, ma soprattutto la storia dall'inizio di una donna libera e forte

3 Marzo 2018 alle 06:10

Cara mamma, non hai mai avuto paura della vita, e nemmeno della morte 

Foto via Pixabay

Sai mamma, non ho mai avuto paura della mia morte, mentre ho sempre avuto paura della tua. E’ dunque del tutto naturale la fatica che ho dovuto affrontare per separarmi da te. Ricordo quando le mie sorelle mi prendevano in giro perché già a tre anni piangevo all’idea che un giorno tu dovessi morire. Aline, stufa di consolarmi, mi diceva: “Senti…smettila di piangere adesso. Lo farai quando morirà, lo farai dopo, ora lascia perdere!”.

Colette Shammah, In compagnia della tua assenza (La nave di Teseo)

 


 

Questo libro è un lungo addio, ma anche la storia di un incontro. Fra una figlia e sua madre, fra due donne che sono state vicine, e non è stato sempre facile, si sono molto amate e non sempre comprese. E’ la lettera aperta di una figlia alla madre che ha ammirato sopra ogni cosa, e di cui ora sente immensamente la mancanza, con cui ha parlato per strada anche dentro l’assenza, di cui ha cercato di conoscere i segreti e i ricordi quando era quasi tardi, perché lei se ne stava andando, perché soprattutto aveva deciso che era ora di andare.

 

“Non amo lo spreco. Tutto quello che ho non mi serve. Non posso abituarmi al buio alla mia età. Nel buio è tutto buio”, diceva la madre con un filo di voce, ma perentoria, mentre chiedeva alle figlie di aiutarla ad andare (“Non ce la farò senza di te”, le scrive la figlia nel suo monologo interiore). E’ la storia di una fine, ma è la storia dall’inizio di una donna libera e forte, ebrea nata ad Aleppo negli anni Venti, mandata a studiare in Francia ma dalla Francia fuggita a causa delle leggi razziali, e infine arrivata a Milano. Preferiva andare alla Scala invece che in sinagoga, preferiva prendere decisioni da uomo, e non parlare del dolore, tacere i soprusi, i rischi, la fatica. “Oggi, nel vuoto che hai lasciato, capisco meglio: eri troppo per me, troppo concreta, troppo attiva e vincente. Io non riuscivo a esprimermi nella tua sfera materna, ti accompagnavo sì nel tuo mondo, ma il mio rimaneva un altro: mi piaceva perdere, piangere, nuotare in acque notturne in compagnia della mie elusioni”. La forza di una madre non è sempre facile per una figlia, ma la forza di Sophie affondava le radici nel buio della storia che non ha mai raccontato: la sua fuga da Versailles, dal collegio delle ragazze di buona famiglia dove le amiche francesi, non ebree, le lasciarono addolorati biglietti di addio, mentre lei, diciottenne, si imbarcò in un buio e rischioso viaggio di ritorno, migliaia di chilometri per arrivare da Parigi a Marsiglia, le zone occupate dai tedeschi, il censimento degli ebrei, le retate che iniziavano, e l’unica cosa che le figlie ora sanno di questo viaggio è che Sophie arrivò ad Aleppo magrissima, perché si era nutrita di erba. “Hai taciuto per rispetto per tutti quelli che non ce l’hanno fatta”. Donna bellissima, elegante, ha vissuto sempre da capofamiglia, una di quelle persone dorate di cui anche i figli rincorrono l’amore per tutta la vita. “La tua indipendenza aveva quella libertà che a me, con te, è sempre mancata”.

 

Sophie raccontò un giorno a sua figlia, che all’improvviso ha avuto l’urgenza di farsi spiegare il passato per non perdere più nulla di sua madre: ‘Io non volevo sposarmi. Ero una outsider, ero laica, indipendente. Non sapevo cucinare, andavo a cavallo. Ero tutto quello che le altre ragazze non erano. Tuo padre mi ha voluto proprio per questo. Ero un cattivo partito”. Una cattiva ragazza, e poi una madre amatissima, ma difficile. “Hai preso i miei occhi che non ti hanno lasciata mai”, ha scritto Colette Shammah in questo memoir pieno di libertà da romanzo, una dichiarazione d’amore delicata e allo stesso tempo nuda, appassionata e dolorosa a una donna rivoluzionaria, che non ha avuto paura della vita, e nemmeno della morte.

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