Nel nome del padre le ragazze hanno vinto la letteratura e la strada per la libertà

Con le madri è complicato, si è sempre in lotta o ci si specchia, con i padri c’è un’attrazione verso il mondo e verso il potere

5 Febbraio 2018 alle 09:12

Nel nome del padre le ragazze hanno vinto la letteratura e la strada per la libertà

Foto di Adrian Schneider via Flickr

Il gioco di fare da sola

è quello che più ti tenta

già non vuoi che ti tenga la mano

ogni giorno vai più lontano

per questo sono così pronto

a dirti sempre di sì

per ripagarmi fin d’ora

dei no che mi dovrai dire

per essere giusta con te stessa

Gianni Rodari, “Dirti di sì”

 

Non ci avevo mai pensato. Pensavo solo quell’unica cosa banale: nelle favole le madri muoiono sempre, oppure sono cattive. Le ragazze coraggiose hanno soltanto padri. Come ha scritto Simone de Beauvoir di suo padre in Memorie di una ragazza perbene: “Perché con lui non ero corpo né anima, con lui ero una mente”. Con le madri è complicato, si è sempre in lotta o ci si specchia, con i padri c’è un’attrazione verso il mondo e verso il potere. “Erano i padri, più che le nostre madri schiacciate tra due mondi, incerte e insoddisfatte, a invitarci più o meno confusamente a metterci alla prova e a entrare pienamente nel mondo. Specie in assenza di figli maschi. E in ogni caso fin dall’infanzia erano stati loro, i padri, i fortunati rappresentanti del mondo esterno con cui misurarsi e spesso da sfidare”, ha scritto Maria Serena Sapegno in questo importante saggio, Figlie del padre, passione e autorità nella letteratura occidentale (Feltrinelli). E’ il rapporto padre figlia che ha costruito, nei secoli, la libertà delle donne. Attraverso l’emulazione, attraverso la ribellione e il conflitto. Eva, Antigone, Cordelia, trasgrediscono e si conquistano una grandezza tutta per sé. E Elizabeth di Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen, è la preferita del padre, un uomo ironico e gentile che stima Elizabeth più delle sorelle, perché è più intelligente, e lui ha un rapporto speciale con lei. “Figlia mia, non mi dare il dolore di vedere proprio te nell’impossibilità di rispettare il tuo compagno di vita”, le dice quando lei gli comunica di volere sposare Darcy, e ha bisogno di essere rassicurato non sul denaro e sulle terre, ma sulla profondità dei sentimenti. Maria Serena Sapegno utilizza la letteratura per spiegarci la vita, e il cammino delle donne nella storia, attraversando Mary Shelley, Emily e Charlotte Bronte, George Eliot e Louisa May Alcott. Attraverso l’incesto. Ma quel che più mi colpisce è la descrizione del tragico fallimento del padre nei confronti della figlia femmina alla fine del Novecento, ed è Philip Roth a raccontarlo in Pastorale americana: il padre biondo e perfetto, lo Svedese, atleta leggendario che ha sposato Miss New Jersey e l’ama e la adora, come ama e adora la sua unica figlia. Che dentro tutta questa perfezione e tutto questo amore, si mette quasi subito di traverso. Prima con la balbuzie, poi con la contestazione, poi con il terrorismo e l’impazzimento. Lui, padre illuminato e ragionevole e lei, piena di rabbia . “Sono lì, che singhiozzano intensamente, il padre affidabile, centro e fonte di ogni ordine, che non poteva trascurare o sanzionare il più piccolo sintomo del caos – colui per cui tenere il caos a distanza di sicurezza era stata la via scelta d’istinto, il compito quotidiano di una vita rigorosa – e la figlia che è il caos stesso”. Forse bisogna essere Philip Roth, come scrive Maria Serena Sapegno, per guardare in faccia il fallimento ed esprimere quel livello di dolore. Il possesso non è possibile, ma nemmeno un maternage: il padre deve ritornare a essere padre, perché una bambina diventi adulta.

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