La provincia che è angoscia e amore insieme, e l’unico antidoto per quelli che restano

C’è una possibilità per quelli che rimangono? Forse la domanda è questa, e forse per rimanere bisogna prima essere andati via

Annalena Benini

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10 Febbraio 2018 alle 06:19

La provincia che è angoscia e amore insieme, e l’unico antidoto per quelli che restano

La piazza di Fabbrico

Sto uscendo con Paolo, disse Maddalena. Anela alzò la testa dalla mano, si tolse gli occhiali, li appoggiò sul tavolo e disse, ho fatto l’amore con Valerio. Si guardarono, bevvero, si guardarono di nuovo, risero e brindarono. Poi Maddalena disse, sono incinta e ad Anela andò di traverso il Campari e le uscì dal naso, continuarono a ridere e poi a ridere ancora. Quando ripresero fiato Anela le chiese, a lui quando glielo dici?

Roberto Camurri, “A misura d’uomo” (Enne Enne editore)

 


 

Fabbrico è un paese piccolo, in provincia di Reggio Emilia. Ci vivono seimila persone, c’è una chiesa, vicino c’è l’argine del Po, ci sono i campi, un bar dove si beve la sambuca: è la pianura, è l’angoscia e l’amore insieme per questi cieli sterminati, per le persone silenziose, incapaci di parlarsi. Spesso incapaci di salvarsi. Questo è il primo romanzo di Roberto Camurri, che a Fabbrico è nato e cresciuto e che in terza elementare voleva fare lo scrittore ma poi per molti anni se ne è dimenticato, come succede da quelle parti. Si comprano le birre al supermercato, si va a guardare il tramonto, ci si sente in un film western e sembra tutto già troppo così. E’ difficile uscire dal torpore della pianura, quando sembra che tutti si sentano vicini a “una retta infinita destinata al precipizio”. Ma Camurri si è svegliato dal torpore, ha cambiato percorso, ha scritto questo libro che ha come un filo attaccato alle parole, un romanzo di racconti che percorre, dal passato al presente senza un ordine cronologico, quasi una vita intera, gli anni in cui un essere umano costruisce il suo destino. Raffaele La Capria ha scritto di Napoli che è una città che “ti addormenta, o ti ferisce a morte”. Fabbrico è entrambe le cose, i personaggi percorrono entrambe le strade, lentamente, ma con un’idea di ineluttabilità: sono giovani, vanno alle feste, bevono, si incontrano, fanno l’amore, vanno a vivere insieme, stanno alla finestra. Aspettano qualcosa, oppure sperano che non succeda mai niente. Questa è la storia di due amici, e della donna che amano entrambi, e del modo in cui tutti e tre si amano e si tradiscono e cercano di salvarsi l’uno con l’altro, o almeno di andare a fondo insieme. Senza dire niente, con un andamento che ricorda quello malinconico delle storie ferraresi di Giorgio Bassani, con i vivi che non sono mai completamente vivi, perché addosso portano il peso del passato. Ma Valerio, Davide, Anela, e poi anche Elena, Mario, Maddalena, Giuseppe, hanno ciascuno la propria possibilità di non perdersi, ma bisogna trovare la forza di uscire dalle sabbie mobili, o da quella passeggiata sul canale ghiacciato che sta per creparsi sotto i piedi di Paolo.

 

“Dopo l’incidente Valerio era partito per la città e lei era rimasta sola. Davide non aveva mai detto nulla di quella notte, di cos’era successo, e lei lo aveva maledetto per quello, per il suo silenzio, aveva maledetto se stessa per non avere avuto il coraggio di andarsene, per non avere smesso di amarlo, per essere rimasta a guardarsi allo specchio del bagno dicendosi che lei, alla fine, era quella che rimaneva”. C’è una possibilità per quelli che rimangono? Forse la domanda è questa, e forse per rimanere bisogna prima essere andati via. Dall’argine, dal bar, da quel cielo che non finisce mai e sembra già sapere tutto e ingoia i giorni e gli anni. Gli alberi, in certi mesi, profumano di promesse. Per mantenerle, prima bisogna scappare via.

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