L'indipendenza di Bankitalia, ok. Ma si può ignorare il messaggio della politica?

Al direttore - Le chiedo ancora ospitalità sulla vicenda della Banca d’Italia perché l’Elefantino, sul Foglio del 23 ottobre, ha toccato dei punti cruciali. Da “ex” di quella grande istituzione, che resta la Banca, ho notato con piacere il riferimento agli spifferi e agli origliamenti della magistratura che portarono, con un ruolo opaco di poteri economici, alle dimissioni di Antonio Fazio: una vicenda che merita ancora di essere valutata sotto il profilo della verità storica, anche per i comportamenti interni, e a seguito della quale si sferrò un colpo modificando con la legge 262 del 2005 non l’incarico a vita del governatore, che non vigeva, ma la norma che sanciva la durata in carica a tempo indeterminato salvo revoca, trasformandola nel mandato di sei anni rinnovabile. Sempre in conseguenza di quel caso si sottrasse all’istituto la tutela della concorrenza bancaria; nel contempo si stabilì che le decisioni riguardanti l’esercizio di funzioni pubbliche, principale delle quali è quella di Vigilanza, sono adottate collegialmente da tutti i membri del Direttorio, ciascuno con voto paritario. In fondo, dice l’Elefantino – di cui ricordo come con grande efficacia difese l’Istituzione nel 2005 senza allinearsi ai “giornaloni”, che per di più sarebbe stato atto contro la sua natura – non muore nessuno se a Bankitalia rimane Visco. Ben detto. Come si potrebbe, per esempio, non confermare Visco per la conduzione della Vigilanza e nominare, invece, un membro del Direttorio che, senza affatto negare le alte qualità professionali e morali possedute, è solidarmente responsabile per tutte le decisioni della stessa Vigilanza? Oppure si dovrebbe pensare a una delle inconsistenti, se non negative, autocandidature esterne circolate in questi mesi, cosa che costituirebbe uno schiaffo alla professionalità e all’autonomia di quell’intellettuale collettivo che è la Banca? Se si vuole superare il dilemma conclusivo dell’Elefantino facendo prevalere il corno secondo il quale gli avversari di Renzi non hanno torto, allora l’unica scelta è la conferma nella carica di Ignazio Visco. Si ristabilirebbe la correttezza nei rapporti interistituzionali, si salvaguarderebbe l’autonomia di Bankitalia e si eviterebbe la creazione del “capro espiatorio” anche perché finora non vi è nulla da espiare, mentre si intende scelleratamente dare molto in pasto al populismo.

Angelo De Mattia

 

Tutto interessante. Ma un presidente della Repubblica e un presidente del Consiglio, nel momento in cui devono decidere su quale nome scommettere per il rinnovo del governatore di Bankitalia, possono davvero prescindere dal fatto che quel governatore è stato sfiduciato da tre quarti, e più, delle forze presenti in Parlamento? Forse no.

 

Al direttore - Ho assistito con interesse sul Suo quotidiano a una discussione, finalmente serena, su significato e portata del termine “garantismo”. In particolare nel settore della realizzazione delle infrastrutture pubbliche questo termine deve essere declinato, nell’interesse del paese, con riguardo all’operato sia degli amministratori pubblici che delle imprese. Il presidente Cantone, con concretezza, già alcune settimane or sono ha evidenziato la necessità di una riconfigurazione della fattispecie dell’abuso di ufficio. Abbiamo assistito a una pratica garantista solo a parole ma, nei fatti concreti, negazionista di alcuni basilari princìpi costituzionali, creando cittadini di serie A e di serie B. Mi riferisco nello specifico ad alcuni “protocolli di legalità” dove un rinvio a giudizio di un socio di una azienda costituisce titolo sufficiente perché ci sia una rescissione contrattuale, con tutte le conseguenze che questo comporta. Viene compromesso il principio costituzionale della presunzione di innocenza. Mi riferisco nello specifico alla volontà di impedire a una impresa di fare valere le proprie ragioni in sede giudiziale. Viene compromesso il diritto costituzionale di potere ricorrere al giudizio del proprio giudice naturale. Mi riferisco alla previsione del Codice degli appalti laddove si affronta la fattispecie dell’illecito professionale in maniera talmente sfumata e generica da porre, di fatto, le imprese alla mercé delle pubbliche amministrazioni. Mi riferisco al nuovo codice antimafia nella sua dimensione più larga. Assistiamo a tutta una serie di norme che condizionano l’operato delle imprese sane e che forse in alcuna maniera arginano l’operato di quelle meno virtuose. Le osservazioni di recente sollevate sia dal presidente Mattarella che dal prof. Cassese sul tema della legalità e garantismo impongono a tutti di non sottovalutare i temi sul tappeto. Senza una effettiva chiarezza su questi temi con difficoltà potremo assistere a una corretta ripresa della economia né troveremo investitori esteri disponibili a impegnarsi nel nostro paese. Come Ance riteniamo di potere continuare a pieno titolo a offrire il nostro contributo, auspicando che chi non rispetta le regole esca dal mercato e che sia possibile attivare tempestivamente un confronto su questi temi. Ci auguriamo che questo obiettivo si concretizzi in tempi brevi, perché la posta in gioco è la sopravvivenza e la ripartenza del paese intero.

Edoardo Bianchi, vicepresidente Ance alle Opere Pubbliche

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